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Lo spettacolo come sincero atto di condivisione. Dialogo con Simone Zambelli e Cinzia Sità

Intervista. Simone Zambelli è danzatore, performer e attore, in teatro e al cinema con Emma Dante, Fabiana Iacozzili,  Balletto Civile. In occasione di una sua creazione, Lacrimosa, andata in scena allo Spazio Körper d Napoli lo abbiamo intervistato insieme alla dramaturg/assistente coreografa e di scena Cinzia Sità

Foto Federica Musella

A partire da Lacrimosa, nata da un’esperienza intima e sviluppata attraverso un articolato lavoro di scrittura scenica, abbiamo deciso di approfondire alcuni aspetti di questa ricerca. La performance si fonda su un articolato lavoro di scrittura scenica e si colloca in uno spazio ibrido tra danza e teatro, interrogando i confini dei linguaggi artistici e le possibilità della scena come luogo di autentica esposizione. Presentata all’interno della programmazione Adelante 2026 di Körper – Centro Nazionale di Produzione della Danza, Lacrimosa – del danzatore e attore Simone Zambelli (con la collaborazione della performer e dramaturg Cinzia Sità) – attraversa il tema della perdita amorosa trasformandolo in un’esperienza condivisibile in cui corpo, voce e immagine costruiscono una drammaturgia della reiterazione e della memoria. In questa conversazione, i due artisti ripercorrono il processo creativo, il dialogo tra autobiografia e forma, insieme alla necessità di comprendere il senso della propria pratica artistica e di instaurare con lo spettatore una relazione duratura fondata su rispetto, sincerità, ascolto.

Come si è sviluppato il processo creativo? Quanto è durato il lavoro di creazione e come si è articolato il dialogo drammaturgico?

S.Z. Tutto ha inizio nel 2020 da un’esperienza personale: la fine della mia relazione amorosa. Sono andato a recuperare materiali molto intimi donati a questa persona. Tempo fa avevo già immaginato di mettere in scena lo stato in cui riversa l’innamorato e, insieme a Cinzia, siamo riusciti a dare un filo drammaturgico che si è rivelato universale perché in realtà la mia è un’esperienza che tocca tutti. Le prove invece sono state poche, nell’arco di un anno abbiamo provato circa un mese.

C.S. All’inizio di un processo ci sarebbe bisogno di un tempo più dilatato. Tra noi c’è stato molto confronto sin da subito. Simone ha avuto chiaro, più o meno dall’inizio, quello a cui ambiva e ciò che lo spettatore potesse sentire attraverso il suo lavoro. Questo è molto importante, anche perché non accade sempre. Da occhio esterno, in questo caso da dramaturg, posso affermare che non è sempre scontato che l’artista da accompagnare abbia le idee così chiare. Questo ci ha molto aiutati a capire lo scheletro inziale del lavoro e organizzarlo. Abbiamo allora costruito insieme una macro-struttura che poi ci consentisse di andare a cesellare e a creare varie sfumature.

S.Z. Io lavoro molto sulle immagini che mi vengono in mente. Rispetto alla mia idea, soprattutto per esempio se ripenso alla scena iniziale, è uscito fuori esattamente quello che volevo. Cinzia è stata una figura-specchio dei miei obiettivi. In particolare per questo lavoro che parla di reiterazioni e pensieri, è stato molto importante avere Cinzia ma anche Alice (ndr. Alice Colla, curatrice foto e video di Lacrimosa) Il processo creativo è stato lungo, il primo anno la creazione durava solamente dieci minuti dunque negli anni abbiamo avuto modo di modificare e sicuramente approfondire.

Foto Federica Musella

Lacrimosa riprende un archetipo potente (La morte del cigno di Michel Fokine) Cosa significa confrontarsi con un immaginario codificato?

C.S. Il vissuto personale di Simone si intreccia con questo corpo che, distrutto da un dolore, riesce pian piano a ricostruirsi. L’immagine ci ha dato l’occasione di lavorare su questi reverse, su questi continui palindromi: come iniziare dalla fine e arrivare all’inizio e poi ritornare di nuovo alla fine? È un andare e tornare e in questo processo c’è sempre un passo in avanti in più da compiere. Questa cellula iniziale costruita riprende la scrittura classica, soprattutto per il movimento delle braccia: ne La morte del cigno si orientano verso l’esterno in maniera molto estesa, invece in Simone c’è un senso di verticalità che alcune volte si spezza con l’intenzione di non ricadere giù. Il filo drammaturgico che accompagna tutto il pezzo è proprio questo.

S.Z. Cinzia è stata molto brava a costruire drammaturgicamente questo filo: abbiamo attraversato tre fasi dell’amore ed è stato giusto sezionare e selezionare i materiali che avevo. Ricordo, rabbia, glorificazione e poi abbandono. Cinzia ha effettuato un grande lavoro di cesura di tutti i testi di collegamento in modo che io avessi un percorso sia fisico che testuale da attraversare all’interno dello spazio scenico. Tutto ciò amplificato dalla presenza del muro che mi aiutava a rappresentare un prima e un dopo.

C.S. All’inizio il muro non c’era. La prima residenza è stata a Tuscania e lì c’erano dei blocchi di polistirolo che ci hanno fatto venire in mente di costruire poi effettivamente questo muro. Da dramaturg sono entrata nel suo mondo, nei suoi materiali e il mio lavoro è stato rispettare il seme iniziale. Fondamentale è stato restare fedeli all’idea principale, dunque anche la ripresa de La morte del cigno. In generale aggiungerei – anche rispetto alla domanda di prima – che quando mi approccio a un lavoro mi chiedo sempre: che lingua parlerà questo corpo? Noi abbiamo lavorato su una dicotomia di piani diversi per qualcosa che ci gettasse in un quotidiano nudo e crudo, in questa solitudine del personaggio in una stanza non precisamente identificata. La sfida è stata proprio capire come realizzare il tutto e questo siamo riusciti a farlo chiaramente andando avanti con le repliche. È stato un processo di amalgama di questi due mondi: come la scrittura più codificata (ndr della danza) incarnasse il sentimento del personaggio, di quella parte attoriale che per il percorso artistico di Simone è molto importante in questo momento. Per cui è stato importante anche capire come la sua identità di danzatore incontrasse la sua identità di attore e in qualche modo diventasse talmente stretta da fondersi e da mostrare un’entità in grado di far vivere determinati sentimenti attraverso questo linguaggio ibrido. Simone è conosciuto come bravissimo danzatore ma in realtà è un bravissimo artista e puoi riconoscere in lui il bravissimo attore, performer e danzatore. Lo scopo è stato capire come mettere tutto al servizio di questo percorso e come i vari media riuscissero ad amalgamarsi per capire come il frame di questo vissuto potesse far toccare tutte le fasi dell’esperienza vissuta. L’obiettivo è stato anche non aver paura di essere o risultare patetici. Un elemento drammaturgico importante è la radiolina: quella che dà voce a tutta una serie di pensieri. Rappresenta la sofferenza amorosa: quando stai male per un amore finito c’è l’ostinazione per la ripetizione di pensieri intrusivi, c’è bisogno di andare a cercare delle parole chiave in grado di confortare e che ti diano ragione del tuo dolore, che un po’ riescano a sublimarlo. Abbiamo cercato dunque di raggruppare tutti gli audio delle canzoni d’amore di Simone, incastrando i podcast con voci autorevoli come quella di Umberto Galimberti, Franco Battiato e Michela Murgia (questa relativa a un intervento in cui parlava del suo libro Tre ciotole rispetto alla geografia dell’amore e di come si tende a non rivivere i luoghi dell’amore quando si rompe la relazione).

Foto Gino Rosa

Come nasce la vostra collaborazione?

S.Z. La nostra collaborazione nasce da un’audizione da Zerogrammi a Torino. Poi siamo diventati amici e, scoprendo che Cinzia è anche una dramaturg, ho deciso di iniziare a sperimentare un lavoro più maturo. Tant’è che abbiamo deciso di collaborare anche per i prossimi progetti, magari creare una compagnia stabile. La nostra collaborazione per Lacrimosa ci sta facendo comprendere quanto sia complesso diffondere questo lavoro. Questo spettacolo ha una difficoltà nella distribuzione perché non è reputato né danza né teatro: è una piccola perla, uno spettacolo trasversale in cui più linguaggi si mescolano.
C.S. La danza, il corpo, la voce, i testi, i video, sono tutti mezzi per raccontare. Per questo spettacolo sono stati necessari quasi tutti, ma non è detto che accada sempre così, ogni progetto ha il proprio medium. Inizialmente Simone mi ha dichiarato: «Cinzia, non voglio ballare». Anche se non c’è danza, nel modo tradizionale, lo spettacolo si regge su una partitura, una scrittura corporea e di movimento specifica.

S.Z. Infatti la coreografia è costruita sui movimenti essenziali, quotidiani: in uno stato di sofferenza come quello portato in scena, non si riesce a danzare, non si hanno le forze se non quelle di reiterare azioni essenziali: prendere una tazza, girare il cucchiaio dentro lo yogurt, guardarsi allo specchio. Tutte queste azioni, pur se minime o semplici sono azioni coreografiche e rappresentano, in maniera essenziale, la danza a tutti gli effetti.

Foto Federica Musella

Che ruolo assume la nudità in scena e soprattutto che scelta c’è stata rispetto al corpo sottratto allo sguardo frontale?

C.S. Tenere le spalle al pubblico appartiene alle prime idee di creazione. Tutto nasce dall’immagine che Simone aveva in mente di un gruppo di persone in chiesa che pregano: le vedi di spalle avanti a te e ti immagini che pensieri nascondono, che viaggio mentale possano fare. Dunque la costruzione coreografica di spalle ha rappresentato un’occasione per dare allo spettatore una finestra per entrare nella casa del personaggio in scena. Per quanto riguarda la scelta del nudo, ci siamo a lungo interrogati se fosse giusta o meno questa essenzialità. Abbiamo pensato all’uso del corpo, a come ingaggiare determinate posture piuttosto che altre, a come denudarsi e come sentire la vera intimità oltre il nudo. Poi ci è anche venuto in mente di vestire questo corpo e allora abbiamo ragionato sul momento e sulle modalità in cui far accadere questo cambiamento. La pièce in generale però ragiona su un’assenza e allora il lavoro di presenza di Simone è stato molto importante. L’ultima replica a Napoli mi ha commossa perché ho visto l’evoluzione e il potenziale colto all’inizio concretizzato in scena, rivelandosi pian piano un obiettivo raggiunto.

S.Z. Il nudo era il vestito più adatto per raccontare questa storia, l’ambiente ricreato è comunque domestico quindi in qualche modo intimo: c’era proprio bisogno di questa fragilità. La visione non frontale è data da questa immagine delle persone in chiesa – di cui mi sono innamorato – mentre pregano un Dio. Quando faccio uno spettacolo un po’ mi sento così: mi sento osservato da un pubblico, io sto in mezzo ma nel mentre sto pregando: la mia preghiera è lo spettacolo. Mi piace questa frase che recita che “il dolore degli altri è sempre un dolore a metà” (ndr. […] e per tutti il dolore degli altri è dolore a metà […] Fabrizio De André, Disamistade,1996) e quindi mi sono chiesto: come rendere questa cosa? Semplice! Non guardando mai il pubblico. Questo dolore non è mai visto in faccia perché mai capito realmente dagli altri. Non c’è mai uno sguardo diretto perché ogni dolore è soggettivo. Alla fine, il tutto funziona drammaturgicamente perché poi c’è uno sguardo verso il fuori, verso il pubblico, verso l’orizzonte che pian piano cresce come se fosse un nuovo giorno che simboleggia l’andar avanti, il guardare il mondo.

C.S. Per creare questo immaginario è stato importante anche il lavoro di Alice Colla che ha impreziosito il tutto attraverso l’illuminazione e il buio in scena. Con lei c’è stato un grande lavoro di costruzione e decostruzione affinché si rendesse visibile un immaginario per noi fondamentale.

A partire dalla tua ricerca artistica, Simone, come lavori sulla trasmissione? Cosa, per esempio, hai cercato di attivare nei partecipanti al workshop presso lo Spazio Körper nei giorni successivi lo spettacolo?

S.Z. Una delle ragazze ha detto di essere riuscita ad usare la voce senza neanche accorgersene. Questa per me è stata una grande vittoria. Il mio obiettivo è cercare un corpo completo. Sono talmente curioso da cercare altro oltre la forma. Si lavora tanto sulla voce, sul corpo, sul gioco. Incentro il mio lavoro – questo è il mio secondo anno di insegnamento da quando ho iniziato un po’ di pedagogia – cercando di dare quanti più strumenti possibili, principi che ritornano, per affrontare la scena in maniera più semplice, un po’ come la cassetta degli attrezzi: io te li do poi ognuno ci fa quello che vuole. A Körper abbiamo affrontato molto il rapporto con la voce e in generale la fusione e l’ibridazione di più linguaggi.

Il tuo percorso attraversa anche cinema e televisione. Cosa cambia per te? Che differenza c’è tra il corpo performante in scena, direttamente sotto gli occhi degli spettatori e il corpo mediato dalla macchina da presa?

S.Z. Ritengo che nel cinema ci sia una messa a nudo ancora più totale, alle volte l’occhio del pubblico – che è la cinepresa – è molto vicino: nel cinema occorre portare avanti un lavoro molto profondo su sé stessi perché non bisogna recitare, bisogna essere. Nel teatro invece ci si può permettere il lusso di recitare. A teatro si hanno tanti strumenti, ognuno va messo al proprio posto, ma sono quelli: e li ripeti. Nel teatro la relazione con il pubblico è intima, diretta, nel cinema quasi ti dimentichi dell’ambiente circostante. Nel teatro c’è il tempo, lo spazio scenico. Nel cinema però avviene una cosa che amo: si cambia in continuazione e io amo non reiterare, cambiare spesso scena; il teatro richiede una costanza maggiore. Io ho bisogno anche di altro e soprattutto di diventare altro. Nel cinema interpreti tanti ruoli, spesso antitetici, nella danza sei te stesso sempre.

L’esperienza con Emma Dante, invece, cosa ha significato per te?

S.Z. Per me è una madre artistica. Se ho avuto il coraggio di fare l’attore è grazie a lei. Mi vide danzare e notò qualcosa che ancora non avevo colto. Mi ha dato l’opportunità di sperimentare attraverso il teatro e il cinema, interpretando il personaggio di Arturo in Misericordia. Emma Dante mi ha dato la spinta per intraprendere un percorso che ho sempre sentito appartenermi, già durante i miei anni in Accademia per la formazione da danzatore. L’incontro con lei è stato una rivelazione, mi ha fatto comprendere di voler fare l’attore.

Foto Federica Musella

Che rapporto pensi si debba instaurare con lo spettatore?

S.Z. Per me c’è bisogno di un rapporto di totale condivisione. Nel momento in cui apri le porte al tuo spettacolo, permetti al pubblico di entrare nel tuo mondo. Il gesto che facciamo verso il pubblico, nel momento in cui andiamo in scena, è un dono. Doniamo una parte di noi, che poi è una parte di tutti perché siamo esseri umani, raccontando qualcosa di condivisibile e riconoscibile.

C.S. Condivido quello che dice Simone e penso che la chiave sia l’onestà. Ciò non vuole essere banale ma per me è importante essere davvero sinceri. Il pubblico comprende e bisogna trattarlo pensando che anche noi possiamo essere pubblico. Credo che l’esperienza scenica debba far andare oltre quello che si è e quello che si pensa già. Per me il rapporto da instaurare deve fondarsi su questo: rispetto, onestà, sincerità. Parlo anche da performer, non solo da dramaturg: soprattutto in seguito al Covid, ho ritenuto essenziali le performance col pubblico in luoghi aperti perché lì si è sullo stesso piano. È fondamentale creare un contatto con il pubblico e poi lasciare che dall’incontro tra sguardi si possa creare altro. Dopo la pandemia, mi sono molto messa in discussione: mi sono resa conto che nel momento in cui ho scelto di essere performer, mi sono assunta una responsabilità. Allora c’è bisogno di rispetto verso chi si rende testimone di ciò che si porta in scena.

Foto Federica Musella

Concludo con una domanda tanto semplice quanto complessa. Quale pensate sia allora la funzione del vostro lavoro?

S.Z. Per me è necessaria la vocazione artistica. Il mio professore di Letteratura Italiana del Liceo, Giuseppe Vespia, con il quale sono ancora in contatto e al quale sono molto affezionato, mi ha sempre detto di non offendere la mia vocazione artistica. Bisogna seguire questo perché è ciò che crea originalità. Mi ha fatto riscoprire, anche se in fondo lo sapevo già, l’opportunità di aprire strade all’originalità, senza essere ossessionati dalla ricerca di piacere al pubblico.

C.S. Per me la risposta riguarda un po’ quello che dicevo. Stiamo vivendo un periodo storico-sociale molto complesso e questa cosa ti obbliga a non rimanere indifferente e a chiederti: in che posizione mi metto? Mi domando spesso cosa sia importante per me, su cosa mi debba concentrare, quale sia il mio focus. Credo che un mio obiettivo sia lavorare sulla relazione con l’altro: sembra banale ma, in particolare oggi, è fondamentale. In generale ritengo che ci sia il bisogno di avere una radicalità forte e di cercare il canale per respirare e non perdere mai il focus. Rifletto allora: in che relazione sto con  con le cose, le persone, l’oggetto che per me è importante mettere in luce?

Sara Raia

LACRIMOSA
Di e con Simone Zambelli
Frammenti scritti e sonori Simone Zambelli
Dramaturg/assistente coreografa e di scena Cinzia Sità
Luci e video mapping Alice Colla
Produzione sostenuta da C&C Company e Sanpapié;
in coproduzione con Danza in Rete-Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza; con il sostegno del Centro
di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello-CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro);
in coproduzione con Tersicorea T.off; con il sostegno di Periferie Artistiche centro di Residenza Multidisciplinare della Regione Lazio/Vera Stasi;
presentato nella sezione “Open studio” alla NID Platform 2024

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