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Akropolis, di Stanisław Wyspiański, a cura di Andrea Ceccherelli e Katarzyna Woźniak, Cue Press (2021)

A Cracovia, sulla collina di Wawel si impone la costruzione dell’omonimo castello e della Cattedrale di Santa Maria; il centro dei poteri terreni e celesti della Polonia è l’enorme teatro all’interno del quale gli spiriti slavi si levano. Ed effettivamente di spiriti, anzi di simulacri (tra statue, pitture e ricami), che il dramma si anima. Gli uomini, a cui i cori fantasmagorici si rivolgono, non devono far altro che assistere e lasciarsi sopraffare dall’imponente esuberanza di immagini che Stanisław Wyspiański compone nell’esortare alla nascita di una nuova nazionalità polacca tra il 1903 e il 1904. I quattro atti (il risveglio delle statue dei sepolcri, la vigilia del fatale duello di Ettore, la storia di Giacobbe ed Esaù, e la salmodia del re Davide) si esauriscono nella Grande Notte di Resurrezione compiendo movimenti tra l’interno e l’esterno della Cattedrale in una parabola ascensionale dello spirito nazionale: dall’abbandono gioioso e vitale delle mortifere vestigia, al fedele sentimento patriotico, alla fondazione di una nuova nazione nella concordia e nell’amore. La nuova Polonia ha le sue radici nella cultura classica e giudaica (nelle cui geografie si confonde e si sovrappone), oltre che in una reminiscenza di paganesimo slavo, esattamente come qualunque Nazione libera d’Europa. Le acque del fiume Vistola, che sfiorano la collina di Wawel, trascinano lontano i ghiacci, e la gioia della rinascita esplode nell’inno che canta con eguale esaltazione gli amori carnali e l’entusiasmo inteso come elevazione verso il Sole.

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