Thomas Ostermeier. Un teatro col pungiglione

da "La tempesta", illustrazione di Mariagiulia Colace
da “La tempesta”, illustrazione di Mariagiulia Colace

Thomas Ostermeier, direttore della berlinese Schaubühne sarà al Teatro Argentina di Roma dal 25 al 27 ottobre in occasione di Romaeuropa Festival 2013 per presentare il suo allestimento di Hedda Gabler di Henrik Ibsen. Ripubblichiamo qui un contributo nato a seguito delle repliche italiane del suo Un nemico del popolo, programmato alla 42esima Biennale del Teatro di Venezia e seguito da un ricco incontro con il regista e con il dramaturg Florian Borchmeyer.

In un intervento dal titolo Il teatro nei tempi duri Thomas Ostermeier riservava parole di critica a gran parte della «sinistra euro-occidentale», a quel teatro per cui «l’intreccio drammatico non è più del nostro tempo», un’idea che sottrae agli eventi rappresentati in scena la possibilità di una «realtà valida per tutti». «In un mondo neoliberista nulla potrà dare più piacere ai suoi beneficiari che quei presupposti: nessuno è responsabile di nulla, e la complessità del mondo rende illusorio qualsiasi tentativo di incidere su questi meccanismi».
Una personalissima versione di Un nemico del popolo, testo firmato da Henrik Ibsen nel 1882 e presentato alla Biennale 42, sembra mettere sul palco alcuni punti della polemica accesa da Ostermeier. Lo scienziato Stockmann scopre la presenza di batteri nocivi nelle acque di una stazione termale che, polo turistico per eccellenza, dà da vivere all’intera cittadina. Deciso a rivelare lo scandalo, dietro al quale si cela nientemeno che il fratello sindaco, si vedrà via via abbandonato da amici e famigliari, preoccupati dalle conseguenze per l’intera piccola comunità, diventando di fatto un “nemico del popolo”. Nello stesso scritto citato, Ostermeier parlava del teatro come «un santuario abitato da una forza rigenerante, […] un’azione virtuale che convoca tutto il mondo reale»: dai classici shakespeariani alle drammaturgie di questo ultimo decennio, quella di Ostermeier, che vanta una capacità di controllo del ritmo eccezionale, diviene una narrazione per simboli, sempre dinamici, nel tentativo di restituire al racconto del presente una cellula di pensiero vivo, in un’epica mai troppo ingessata, in grado appunto, nella «azione virtuale», di convocare tutto il «mondo reale».

foto di Arno Declair
foto di Arno Declair

«Il nucleo del realismo è la tragedia della vita normale», qui rappresentata da una sorta di “borghesia creativa” di una micro-comunità con annesso micro-benessere, le cui rifrazioni si offrono in intermezzi musicati e cantati dal vivo, dal malinconico affresco di Older Chests di Damien Rice a Changes di David Bowie, che in un verso recita: «Questi giovani tentano di cambiare il loro mondo e sanno benissimo quello che fanno».
Parlando a un giornalista di Le Monde lo scorso anno, Ostermeier aveva inquadrato «una generazione che ha il cuore a sinistra e il portafogli a destra, che vuole cambiare il mondo senza sporcarsi le mani e senza confrontarsi con il potere». Ed ecco che entra in scena la vera intuizione drammaturgica, realizzata con il dramaturg Florian Borchmeyer: innestare sul testo di Ibsen stralci de L’insurrection qui vient, il discusso testo anarchico-insurrezionalista uscito nel 2007 a firma del collettivo anonimo Comité Invisible, che identifica, alla maniera dantesca, come «sette gironi»: «il sé, le relazioni sociali, il lavoro, l’economia, l’urbanizzazione, l’ambiente e la civiltà». Nel libro viene suggerita una reazione rivoluzionaria basata su un network sotterraneo di forze lontane dalla politica istituzionale che «attaccherà in momenti di crisi politica, sociale e ambientale per promuovere una rivoluzione anti-capitalista; […] la presa del potere da parte del popolo, il blocco fisico dell’economia e l’annichilimento delle forze politiche».

Stockmann sceglie un pulpito per tirare fuori una rabbia incredula con cui ricalca le linee della gabbia di omertà in cui è stato cacciato. E, luci accese in sala, la parola viene consegnata al pubblico con tanto di microfono a gelato e traduzione simultanea. Le ragioni di Stockmann, da incredule, si faranno metodiche, accese di quel sinistro tono anarchico che a lungo ha tinto i tempi di qualche decennio fa. «Un teatro scomodo, quello con il pungiglione dentro», questa la ricerca dichiarata da Ostermeier, la volontà di usare il mezzo teatrale, con quella dicotomia di virtuale/reale come grimaldello dialettico in grado di aprire le coscienze, trascinando qui in campo i temi della corruzione e della corruttibilità di entità sociali che dovrebbero invece essere al sicuro da una messa in discussione totale da parte degli intrecci dei macropoteri economici e della dittatura degli indici finanziari. Per fare questo, la vena già politica del testo è stata mescolata con la natura assolutamente controversa del manifesto del Comité Invisible: «Non si trattava – spiega Borchmeyer – di rendere Ibsen più contemporaneo ma di assegnare ai personaggi un più alto livello di contraddizione. Abbiamo ad esempio fuso insieme i personaggi della figlia e della moglie, per raddoppiarne la complessità». In questo modo dal primo al secondo atto lo stesso personaggio che lo appoggiava volta le spalle al protagonista, divenendo di per sé un termometro dell’opinione pubblica, la stessa chiamata in causa (passaggio da azione virtuale a mondo reale) durante il comizio. «È stato sorprendente – spiega Ostermeier – quanto facilmente dalle parole di Ibsen potevamo saltare 130 anni avanti. Sorprendente e un po’ inquietante, perché dimostra che le cose non sono poi cambiate molto».

foto di Arno Declair
foto di Arno Declair

«Quando vivi in una società democratica – continua il regista mettendo a fuoco la questione – senza però spazio per le tue idee, come puoi davvero compiere un’azione radicale? Se davvero vuoi che una rivoluzione si scateni devi anche essere preparato a ciò che quella rivoluzione ti chiederà in cambio. L’inchiesta si sposta allora sul passaggio tra pensiero radicale e azione radicale». Al termine del comizio, Stockmann afferma che «una società in cui la verità non possieda più uno spazio vitale dovrebbe essere cancellata». In questa raggelante battuta sta la vera svolta verso l’anarchia. «L’errore della Sinistra – conclude Ostermeier – sta nel tentativo di cambiare la società attuale, mentre essa dovrebbe essere tolta di mezzo, l’idea di una cultura che deve essere tirata su da zero, ricostruendone le fondamenta, era proprio la motivazione di base della Seconda guerra mondiale».

Di certo lo spettacolo ha il pregio di tentare davvero di sporcarsi le mani con questioni che non sono soltanto urgenti, ma che quell’urgenza sono in grado di misurarla giorno per giorno restando nell’incertezza del risultato. Tuttavia, quel che è accaduto a Venezia, dove molto presto ci si è trovati a discutere sul “modello italiano” dell’Ilva, con la guerra tra conseguenze ambientali effettive e conseguenze occupazionali effettive pure quelle, è forse una prova che la problematizzazione dell’idea stessa di azione rivoluzionaria non è arrivata del tutto. La platea è rimasta (comoda) schiava di un’allettante opportunità di protagonismo che ha impedito il cortocircuito tra virtuale e reale, senza mettere mai davvero in discussione la figura di uno Stockmann/eroe tragico (e quindi elemento finzionale), smarcandosi così dalla questione principale solleticata da Ostermeier. «Volevamo portare – aveva spiegato – nel mezzo dello spettacolo il momento più anarchico, domandandoci se sia possibile innestare un comportamento etico in un movimento rivoluzionario. Perché una volta che hai conquistato il potere, è quel potere che ti comanda».

Sergio Lo Gatto

Questo articolo è apparso sul numero Ottobre/2013 dei Quaderni del Teatro di Roma.
Per gentile concessione.

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