Agoraphobia. Il teatro e l’adunanza

Foto di Ilaria Scarpa
Foto di Ilaria Scarpa

Ha sempre avuto le braccia accoglienti Piazza del Popolo, che si guardi dal versante Flaminio da dove sembra avere sorgente o che si guardi sfociando in essa dai tre fiumi che la raggiungono (Via del Corso, Via del Babuino, Via di Ripetta) le sue morbide forme si dilatano negli occhi che la guardano, che la attraversano e ci si fermano nel mezzo, si dilatano anch’essi nella percezione dello spazio osservato e di quello che non vedono, ma sanno, dietro le spalle. Adagiata sulla magnificenza architettonica e velata di quel colore polveroso tipico della città vecchia, Piazza del Popolo è location naturale, scenario culturale preesistente all’arte e che la suggerisce, ne stimola il compimento. Ci si fosse andati in un pomeriggio di metà settembre, navigando l’uno o l’altro corso di fiume, nel mezzo avremmo visto passanti incontrare, confondere nella mescolanza umana le proprie acque, acquietare il verso della corrente nella fontana di metà cammino, punto concreto di salvataggio, saldo ristoro per una serpeggiante Agoraphobia. Questo il titolo della performance ideata da Lotte van den Berg, artista olandese che ha scelto l’attrice e autrice italiana Daria Deflorian per condurre l’edizione italiana (sono cinque in cinque diverse lingue e paesi) pensata per Short Theatre 8 e la rete Finestate Festival, perché fosse cioè isola umana nel conflitto dei corsi d’acqua.

Ricevute le prime istruzioni di base – appuntamento, codici, innesco dell’esperienza: ossia l’atto che accetta di essere lì – la cosa che occorre fare è disperdersi, aspettare la prima ondata umana che passi sotto gli archi tra le Mura Aureliane e farsi trasportare più al centro, in un punto di migliore osservazione. Il fatto teatrale comincia dunque in assenza, prima che tutto abbia inizio si è già in una disposizione all’ascolto, alla partecipazione. Sarà proprio sulle scale di quella fontana, poco sotto, che si scorgeranno i primi cartelli, deputati a estendere il patto anche a chi non aveva intenzione di finirci impelagato, a chi voleva seguire il corso del proprio fiume e non miscelare correnti, a chi non voleva di certo fermarsi in una secca. Eppure ci capita, ci finisce dentro com’è proprio dell’acqua che intride, avvolge, coinvolge in virtuosismi a spirale i vortici dell’arte scenica e non si arresta, oltre ogni argine. Ore 18, tramite i nostri telefoni cellulari parte il collegamento. Attorno, facce note di un festival teatrale in trasferta, con l’incognita attenzione in cuffia come agenti speciali in missione, dispersi nella massa turistica dei detriti che pur l’acqua porta con sé. O meglio, qui è la domanda: li porta con sé?

Foto di Ilaria Scarpa
Foto di Ilaria Scarpa

Quando si avverte la voce di Daria Deflorian nessuno la vede, ci si guarda intorno per un’indagine sommaria, ci si confonde nello sguardo di chi osserva intorno le architetture slanciate verso il Pincio o semplicemente l’andirivieni dei passanti che portano le nostre stesse cuffie per ascoltare musica o telefonare a qualcuno, stabilire una relazione vicina con chi è lontano, disconoscendo invece la nostra vicinanza; in collegamento le sue parole iniziano a comporre un apparente soliloquio, è incerta e cerca un contatto solidale, s’intende presto che si trova nei dintorni e si sta rivolgendo alle persone che incontra, ignare di ciò che sta raccontando loro. Si vedrà presto giungere da un lato della piazza la sua figura che pare sofferente, in abiti modesti con un jeans liso e un giacchettino antipioggia (ma c’è il sole!), capelli legati alla meglio e un grande microfono, con cui è collegata alla trasmissione e con cui trasmette un’idea di collegamento, un possibile intento di relazione a una città in eterno movimento. Da quel momento nessuno di noi partecipanti potrà sottrarsi al seguirla, connessi alla sua voce vedremo i fallimenti del contatto, la fuga irritata o divertita di chi si trova sulla sua strada, la bellezza della sua strenua resistenza, la tensione delle corde vocali che raggiunge l’acme nell’angolo opposto della piazza, di fronte alla chiesa che custodisce il San Paolo e il San Pietro di Caravaggio, una conversione e una crocifissione, recto e verso di una scelta: lì si interrompe la trasmissione, sentiamo la sua voce dal vivo e da «testimoni muti di questa mia impotenza», come dice, noi che «non dovremmo neanche essere qui» diventiamo astanti di un comizio cui prendiamo parte, di un’adunata che chiama all’intervento, ossia ne siamo coinvolti anche noi che di tale impotenza eravamo fino a poco prima portatori incoscienti. «Io ci sono e voi?», grida alla folla assiepata ad ascoltarla, intercetta ancora qualche renitente che attraversa la piazza, conclude lacerando il suo grido e la sua presenza nel difetto della disperata missione.

Foto di Ilaria Scarpa
Foto di Ilaria Scarpa

Poi, discreti come eravamo arrivati, si ritorna nelle nostre vite, si raggiunge il posto che questa sera ci distoglierà da ciò che abbiamo ascoltato. Già togliendo l’auricolare la libertà di un ascolto vivo era infastidito dal disturbo dei rumori, dall’esacerbato traffico del centro, dagli sguardi muti di percorsi reclusi, inanimati: non si riusciva più a sentire bene, finché non è stato amplificato il microfono. Tale però è rimasta la sensazione che la città contemporanea abbia smesso di esistere nelle parole, nel loro significato, nel respiro comunitario. Nell’amplificazione dispersiva sembra annidarsi, con particolare vincolo esperienziale, una delle misure che appartengono al teatro: il richiamo esclusivo si fa proclama di un’adunanza, il dialogo binario diventa assembleare – lo era già, forse, ma non lo era perché non ne esisteva la percezione – e così la voce dilata il suo cono espressivo, e più persone raggiunge minore è la sua efficacia: limite e potenza del teatro è saper comunicare uno a uno, non saprà mai farlo per una collettività ignara, ma solo quando essa sia consapevole del patto individualmente sottoscritto. Si va via avvinti da un fondo d’amarezza, per l’occasione colta e la stessa, perduta.

Simone Nebbia

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OMSK / Lotte van den Berg (NL)
AGORAPHOBIA
regia Lotte van den Berg
Credits Agoraphobia (versione italiana)
performer Daria Deflorian
testo Rob de Graaf
tutor Francesca Cuttica
tecniche & media Willem Weemhoff
direttore di produzione Antwan Cornelissen
traduzione Michelle Davis, Elisa Cuciniello
amministrazione Anneke Tonen
grazie a Marien Jongewaard, Maartje Teussink, Bart Kusters, Rianne van Hassel
produzione OMSK / co-produzione Noord Nederlands Toneel, Santarcangelo • 13 Festival Internazionale del Teatro in Piazza, B.Motion/Operaestate Festival Veneto, Short Theatre – Roma, Terni Festival Internazionale della Creazione Contemporanea, Contemporanea Festival/Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Approdi Festival – Cagliari/ con il supporto di Arkadin / booking Frans Brood Productions
Lo spettacolo è realizzato con il supporto dell’Ambasciata dei Paesi Bassi a Roma