L’arte della commedia di Michele Sinisi. Autenticità rivelata al buio della finzione

foto www.teatroeliseo.it

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È spesso meno semplice di quanto appaia stabilire il confine tra realtà e rappresentazione, scoprire la labile linea d’ombra in cui la finzione si impasta alla vita e la confonde. Tale disorientamento può render meno netta la soglia tra concretezza e dissimulazione quando è proprio il teatro  a parlare di se stesso, a scrutarsi nella riflessione riverberata di una messinscena. Il limite si stringe e incalza come un dubbio irrisolvibile, sospeso per volontà dichiarata tra l’oggettività e l’impostura. Il divario insomma ha la consistenza d’un fiato, un attimo che tuttavia spalanca l’ingresso al baratro dell’incertezza. 

Così ne L’arte della commedia si affronta la riflessione ponderata e amara su un mestiere, allo stesso modo in cui si canta la disillusione e l’acclarato postulato di un’incomunicabilità strutturata tra arte e burocrazia. Il testo è stato scritto da Eduardo De Filippo nel 1964, anno in cui la vendita dei biglietti conobbe il minimo storico. Porta i segni della frustrazione derivata dal mancato sostegno statale nel rilevare e far risorgere alla fine degli anni Cinquanta il Teatro San Ferdinando di Napoli, dove peraltro fu presentato nel gennaio dell’anno successivo. Con la regia e l’interpretazione di Michele Sinisi, è ora la sala del Piccolo Eliseo ad accoglierlo e segnare  (in contemporanea con La grande magia del Quirino) un altro appuntamento della stagione capitolina col drammaturgo.

Oreste Campese è a capo di una compagnia famigliare e girovaga di guitti che ha assistito al disfacimento del proprio capannone a seguito di un incendio. Si reca quindi dal nuovo Prefetto del paese con cui inizia una conversazione, trasformatasi in dibattito, in merito alla drammaturgia contemporanea, all’utilità della scena e al riconoscimento sociale del lavoro dell’attore. Alla richiesta di partecipare al nuovo spettacolo allestito, nella speranza che la sua presenza richiami maggior pubblico, “sua eccellenza” rifiuta indispettito liquidando aspramente il comico. Questo tuttavia, grazie a un fraintendimento, è in possesso del foglio con la lista dei cittadini che devono essere ricevuti dalla neo-autorità e gli intima l’attenzione necessaria per evitare di confonderli con attori della sua compagnia recitanti una parte. Inizia su questa scia un secondo atto sospeso che nemmeno il finale riuscirà a definire. Con la sua sfilata di individualità confuse tra credibilità della simulazione e assurdità dell’esistenza, la pièce si interrompe volutamente prima del disvelamento risolutivo.

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Asciutto e libero, come deve essere quello su un copione tanto purulento, l’impegno di Sinisi nel dirigere il suo ensemble. Il linguaggio vernacolare trova naturalezza nella conservazione di un’inflessione propria, grazie al rifiuto della costrizione a un napoletano che non potrebbe che rivelarsi forzatura per bocche di altra terra. Il ritmo drammaturgico e la resa delle battute vengono cadenzate come sintomo di coscienza scenica. Raccontano una forma di consapevolezza calibrata sullo spettatore dei nostri giorni, restituendo all’ascolto e allo sguardo l’urgenza delle parole tessute acri nella distensione comica. Nella scenografia efficace perché essenziale – tra il nero del fondale a quinte quasi invisibili e il bianco consunto di porte senza mura – si dibatte la “confusione” teatrale che l’istituzione intende far passare per “crisi” inventiva, impossibile da accettare per la vitalità arrabbiata dell’opera. In quella supposta mancanza, in quel gap fasullo di creazione, l’arte vive per resistenza civile, fa la fame e s’arrabatta per amore che allo stomaco torna come influsso di vocazione, con la dignità composta di chi accetta l’offerta di brioche e caffellatte in una giornata di gelo senza quattrini. Tutto resta qui del senso nella secca autonomia: distruggendo la tenebra insanabile del paragone, il trattamento uccide benevolmente l’entità fantasmatica dell’autore; divincolandosi dalla sua morsa, gli rende la vittoria. Grazie alla fedeltà chiarisce che il rispetto, la riaffermazione valevole e l’efficacia sono nello spirito originario, nascosti nella necessità di composizione, sostanziati sull’attraversamento e sull’applicazione quotidiana a un prodotto dell’ideologia del pensiero.

Il vero è contenuto negli interstizi meno clamorosi, dove non c’è bisogno di urlare per essere percepiti. All’interno dei luoghi in cui lo sfoggio non riesce a trovar dimora si dispiega la parabola dell’uomo, direbbe il guitto che indossa intenzionalmente senza precisione i baffi del Macbeth. Allo spettatore si lascia la catarsi tangibile: «Venga a teatro un po’ più spesso, a metter l’occhio nel buco della serratura».

Marianna Masselli

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Visto in marzo 2013 al Teatro Piccolo Eliseo in scena fino al 17 marzo [cartellone]

L’ARTE DELLA COMMEDIA

di Eduardo De Filippo

con Michele Altamura, Vittorio Continelli, Nicola Conversano, Simonetta Damato, Nicola Di Chio, Patrizia Labianca, Riccardo Lanzarone, Gabriele Paolocà, Michele Sinisi

regia Michele Sinisi

in collaborazione con Vittorio Continelli e Michele Santeramo

scene e luci Michelangelo Campanale

costumi G.d.F. Studio

Comments
  • rosa 19 marzo 2013 at 22:02

    Ho visto l’Arte della Commedia per l’amore che porto per il teatro tutto; e però devo dire di una certa delusione. Quella che la Masselli identifica con la “naturalezza della conservazione di un’inflessione propria” a me è sembrata una ingiustificata sciatteria e una ostentata “pugliesità” che sinceramente non comprendo; Campese teneva le mani in tasca e accompagnava la sua cantilena con posture di indifferenza; molti errori in scena, impeccabili solo il prefetto e il suo segretario. Non ho visto nè dignità nè orgoglio dell’arte, e tanto meno la sua autonomia. Mi è sembrato un allestimento modesto e didascalico, incerto, approssimativo.

  • marianna masselli 21 marzo 2013 at 19:34

    Rosa cara, il riferimento all’autonomia come pure quello alla dignità facevano capo al testo come prodotto di un autore che era anche interprete e la cui bravura insuperabile è rimasta in tutti impressa. Affrontare un copione eduardiano non è semplice, son certa, per nessuno. Sinisi è pugliese e ovviamente conserva la propria inflessione, come d’altronde lo stesso eduardo decise di conservare sempre la sua, financo nel riadattamento napoletano di scritture shaekspeariane. Mi pare una scelta decisamente più intelligente rispetto a quella di tentare di incollare al parlato scenico una pulizia o peggio un altro accento che sarebbero parsi quelli sì incerti, approssimativi e didascalici. In merito alla sciatteria poi mi sento di ribadire invece che io ci ho visto più che altro un senso asciutto, che non vuol strafare. Campese è figura non chiassosa, Eduardo stesso lo recita sommesso e avvilito, buffone che parlando della propria arte non può e non vuole usare orpelli; Sinisi sembra aver costruito il personaggio secondo la stessa logica (qui la fedeltà riscontrata nell’operazione), ma ha fatto il suo Campese come giusto che fosse essendo egli un interprete e non un emulo. Per il resto lo sguardo non necessariamente dev’essere univoco: qualora il nostro restasse discorde in merito, si ricongiungerà altrove o comunque nell’amore folle per il teatro che ci accomuna.

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