Dentro Molly, la memoria ferita di Joyce

Foto di Massimo Achilli

Nella letteratura novecentesca c’è un racconto conturbante che ne segna alcuni confini, adagiandosi sulle spalle di un personaggio chiave: dalla più acuta femminilità corrosa da un’energia febbrile, le sue sfumature si caricano via via di un tono più maschile, accessorio, quasi indifferente. Non è difficile riconoscere in questa descrizione la Molly di James Joyce, Molly Bloom, il suo monologo che chiude la peregrina vicenda dell’Ulisse. C’è in quell’opera una deriva, così come nelle parole di Molly, una tensione a far stare insieme cose che insieme non staranno mai, la sensazione – lei lo dirà – che «non si sta mai bene dove siamo», parole giunte senza sconto, già rassegnate, nella voce di un’attrice come Chiara Caselli. Attraverso. Sembra che quelle parole e quelle sensazioni le passino dentro il corpo anch’esso rassegnato agli uomini che le passano attorno, vittima della sua mancanza che è anche bisogno, dell’amore negato e più restituito.

Un letto spigoloso, rettangolo girato in un’accoglienza romboidale, tiene il cuscino incastonato in quell’azzurro mare di notte che le luci dal fondo si gettano a dipingere. Sdraiata in sottoveste Molly, non riesce a tenere una postura ordinata, si torce ma lentamente come se quel dolore che le tocca, inferto dal suo inguaribile bisogno d’attenzione, non avesse pace ma la costringesse a tenersi lì, legata dagli uomini di cui ricorda solo il nome a una sensualità d’accatto, privata di tutto perché proprio generata dal desiderio di tutto.

Molto si parla di Joyce – in special modo dell’Ulisse, qui nella traduzione di Gianni Celati – definendo la sua scrittura come “flusso di coscienza”. Quello di Molly è un flusso senza mira, debordato di espressioni coraggiose e crude che inducono al pensiero di una coscienza esplosa, davvero fluida, copiosa d’anima e differita dal disincanto. Chiara Caselli le dà corpo ogni volta sottolineandolo – e proprio per questo dunque lo nega, attira gli sguardi in un flusso di parole che la rendono inguardabile. La regia di Maurizio Paniciè capace di lasciare che l’attrice dilaghi nello spazio semivuoto, il suo disegno d’interno casa, nel luogo dove è respinta dall’assenza presente del marito Leopold Bloom e dove accoglie tutti i suoi uomini assenti, le concede l’attenzione delle luci tutte puntate al centro, su di lei.

Foto di Massimo Achilli

Tuttavia, pur nella bontà del proposito, l’impressione è che troppo su di lei si accomodi una visione perché se ne ravvisi segno tangibile, cedendole la scena con troppo languore e senza osare un tocco di maggiore spessore. Ma non è forse un caso: stando all’evoluzione di questo spettacolo, che sarà in scena al Teatro Argot Studio fino al 2 dicembre ma che ha ufficialmente debuttato la scorsa estate al 55° Festival dei Due Mondi di Spoleto, questa Molly è di Chiara Caselli molto più che del suo regista, il progetto – e quindi la necessità – le appartiene fin dall’estate 2010 quando lo spettacolo era già in scena, anche se non ci è dato sapere in che forma (unica differenza certa è la traduzione di Celati, molto più recente e ancora inedita). Che poi si definisca debutto è un’operazione poco chiara. Artisticamente.

Intanto sfoglia uomini come petali Molly, ma è forte e le resta intatta la corolla, per ogni stagione che uno ad uno li farà cadere. Tranne qualcosa, un ricordo si fa largo in lei di una primavera lontana che subito è però sopito dall’eterno ritorno, quel ricordo diluito dalla primavera di ogni anno. Proprio qui prende corpo quella diversa declinazione della memoria che attraverso il Novecento pone il tempo mai rimarginato di Joyce in antitesi a quello rarefatto di Marcel Proust. Nelle parole di questa attrice si fa ancora più chiaro come lei sia un personaggio del primo, concreto e vigile, mai avrebbe potuto essere una vaghezza del secondo.

Simone Nebbia

Visto al Teatro Argot Studio in novembre 2012, in scena fino al 2 dicembre

MOLLY
da Ulisse di J. Joyce
con Chiara Caselli
traduzione Gianni Celati
adattamento Chiara Caselli
scena e costumi Barbara Bessi
luci Roberto Rocca
messa in scena Maurizio Panici
produzione Artè Teatro Stabile di Innovazione