Questa recensione fa parte di Cordelia di giugno-agosto 26

Ce lo dice Leopardi, le ginestre sterminate sulle pendici di un vulcano ricrescono dove il fuoco le ha colte. Un esemplare di quelle generazioni è esposto sul proscenio di Bùbaro dei Bùbari, nuovo spettacolo di Antonio Latella, scritto da Carolina Balucani e programmato alla settima edizione di Ginesio Fest. È in vaso, ma nella finzione dovrebbe essere piantato dentro “sta cazzo di terra” – recita la scritta che le giganteggia alle spalle – nel giardino di una casa occupata da due fratelli “zingari”. Il suo abbarbicarsi al terreno è speculare al loro nomadismo, forse da una parte culturalmente connaturato, ma dall’altra frutto, si capirà dopo, proprio di un incendio doloso, un atto violento che alcuni hanno perdonato (Chiara Ferrara) e altri no (Luca Intravalle).
«Non ti puoi esibire se non hai perdonato», dice la sorella dopo essere tornata dalla sua elemosina quotidiana, inaugurando una ricorrente prossimità tra il mestiere di mendicante e quello di attore. Bisogna imporsi l’evidenza di avere una gamba di legno per convincere qualcuno della propria zoppia e portarlo a una remunerativa compassione, o a una catarsi. Essere attore, o mendicante, sembra consistere nello svanimento dietro qualcosa, nel trasmettere a chi guarda un’identità tanto più vera quanto più finta. E ha la potenza tellurica delle casualità il fatto che poche ore prima dello spettacolo io abbia ascoltato Remo Girone recitare: «Avrai il coraggio di stendere la mano? Lo saprai fare o ti rideranno in faccia?», da La mendicante di Antonio Porta, in una delle stazioni che il festival ha dedicato al grande attore, scomparso nell’ottobre scorso. Il costume da pattinatori artistici che i due fratelli indossano rende manifesta questa prontezza nell’esibizione di sé, così come la loro impossibilità di stanziarsi in un qualsiasi luogo. L’equilibrio tra loro in scena, almeno fintanto che vi si trovano entrambi, è millimetrico: Ferrara sa stravolgersi, strabuzza gli occhi, annaspa, si tortura; Intravalle vibra di un furore celato di cui sembra avere lui stesso paura. Insieme creano l’angoscia di una falena attorno al neon, la fiaba di due corpi smarriti in un deserto indifferente. (Matteo Valentini)
Vito a Ginesio Fest Di Carolina Balucani, regia Antonio Latella, con Chiara Ferrara e Luca Ingravalle, scene Giuseppe Stellato, costumi Graziella Pepe, musiche e suono Franco Visioli, luci Simone De Angelis, assistente alla regia Riccardo Rampazzo, assistente alla regia dottorando ANAD Danilo Maglio, produzione Teatro Stabile dell’Umbria. Foto Karen Righi











