Curato per il secondo anno da Anouk Aspisi e Olivier Dubois, organizzato e promosso dalla Fondazione Haydn di Bolzano e Trento, Bolzano Danza Festival 2026 è tornato nelle ultime due settimane di luglio sull’orizzonte mobile della coreografia contemporanea tra eredità, riscritture e nuove presenze. Recensione.

C’è un tempo della danza che coincide con l’istante della sua apparizione e un altro tempo, più sotterraneo, che continua a lavorare nelle pieghe dei corpi, nelle tracce lasciate dai gesti, nelle forme che attraversano generazioni diverse di interpreti. Si potrebbe dunque parlare di una specifica tensione all’interno della danza contemporanea, tra presenza e permanenza, tra apparire e restare, dove il rapporto con il repertorio deve mettere necessariamente in gioco la possibilità che un’opera continui a esistere anche quando cambiano i corpi che lo attraversano. Ma se il gesto vive nell’unicità dell’incontro tra performer e spettatore, cosa rimane allora quando quel gesto viene ripreso, trasmesso, affidato a nuove presenze? E quali sono le implicazioni di quel “volgersi indietro” e attingere al materiale del passato? In un saggio pubblicato su Mimesis Journal, “Il corpo come archivio”, André Lepecki affrontava la questione: “Pertanto, il tornare e il ritornare a tutte queste tracce, ai passi, ai corpi, ai gesti, al sudore, alle immagini, alle parole, ai suoni portati sulla scena da danzatori del passato paradossalmente diviene uno dei più significativi tratti distintivi della coreografia contemporanea sperimentale. Con la domanda (suscitata dal ritornare inteso come sperimentazione – dallo sperimentare coreograficamente) se per mezzo del tornare indietro – o proprio nello stesso volgersi indietro – la danza, nonostante tutto, possa in qualche modo evitare la maledizione di Orfeo del venire congelata nel tempo”*.
È questa la prospettiva che sembra interrogare la 42ª edizione di Bolzano Danza, Horizon, secondo capitolo della Trilogia della Passione curato da Anouk Aspisi e Olivier Dubois, organizzato e promosso dalla Fondazione Haydn di Bolzano e Trento. L’orizzonte del titolo è da intendersi allora come quella linea che orienta lo sguardo senza mai lasciarsi raggiungere, un punto mobile e flessibile in cui ciò che sta alle spalle continua a richiamare il presente e a dialogare con ciò che ancora deve arrivare. Questo spazio intermedio, che al pari di un confine delimita e contiene in sé i germi di nuove creazioni e possibilità immaginative, attraversa la programmazione del festival, intrecciandosi anche alle memorie storiche e geografiche, ai tempi sovrapposti, alle collisioni identitarie della città alto atesina incorniciata tra le alte montagne della valle, favorendo una messa in relazione di luoghi simbolicamente stratificati con opere appartenenti alla storia recente della danza contemporanea e nuovi sguardi chiamati ad abitarle. Il dialogo con il passato si fa qui incontro tra eredità, dove ad emergere non è il passaggio di testimone tra temporalità diverse ma la capacità di attingere alle profondità nascoste e sempre fertili di un’opera affinché continui a sopravvivere nelle possibilità di nuove creazioni.

Così, Anne Teresa De Keersmaeker decide di tornare al 1983, riprendendo Rosas danst Rosas, una performance messa in scena quasi 500 volte dal suo debutto e presentata per la prima volta in Italia a Bolzano Danza con una quinta generazione di artiste: Jasmine Achtari, Eva Galmel, Nina Godderis, Momiji Kuromaru. Una precisione modulare quasi matematica insiste su una partitura costruita attraverso ripetizioni, variazioni minime e incastri ritmici che sembrano spingere il movimento verso una forma reiterata di ostinazione, che diventa così una dimensione di ascolto, un modo per misurare il tempo che passa e oltrepassa il corpo negli anni. Il corpo si fa qui archivio del passato e agente per la trasmissione futura. Vediamo i gesti tornare, ripresentarsi e riconoscersi sulla musica di Thierry De Mey e Peter Vermeersch senza coincidere mai completamente con ciò che li ha preceduti: cambiano la qualità del peso, la relazione tra le interpreti, la temperatura della scena, la relazione diretta con il pubblico che, nei momenti in cui le performer si concedono all’ammiccamento, si intensifica, lo sguardo rompe la concentrazione della partitura e cerca quello complice della platea, in un patto segreto stretto rigorosamente con chi osserva. Sono scarti minimi, centellinati da un cast preparatissimo, in cui la precisione della macchina coreografica riesce, nonostante il rigore, a lasciare spazio all’umanità dei corpi, alla loro capacità di sedurre, commuovere e restare presenti.

La precisione del dispositivo torna anche in Through the Grapevine di Alexander Vantournhout, dove il corpo viene sottoposto a un’indagine quasi geometrica delle proprie possibilità. La nuova versione del lavoro, a sei anni della sua prima messa in scena, con il ritorno sul palco del coreografo insieme ad Axel Guérin e con la presenza musicale dal vivo di Andrea Belfi, si sviluppa a partire da una prima fase di conoscenza reciproca: i due interpreti osservano con genuina ironia misure, proporzioni, differenze fisiche, trasformando il corpo in un territorio da esplorare e confrontare. Ne deriva una continua negoziazione tra equilibrio e instabilità, dove le prese, gli appoggi, le sospensioni e le dinamiche aeree costruiscono un paesaggio fisico in cui la forza incontra la fragilità, l’elemento giocoso e circense accompagna la ricerca sulle possibilità dell’incontro e il virtuosismo si costruisce come conseguenza di una relazione, dove il corpo scopre i propri limiti nel momento in cui si affida a un altro.
Se questi lavori attraversano la memoria del passato a partire dal gesto ripetitivo e dalla relazione tra interpreti, Olivier Dubois porta il discorso verso una dimensione collettiva simbolica e politica con Les Mémoires d’une seigneure. La nuova versione al femminile del lavoro nato nel 2015 coinvolge cinquanta donne selezionate attraverso open call sul territorio, riunite intorno alla presenza magnetica e folle di Marie-Laure Caradec. Sono i corpi non specializzati a costruire la complessa coreografia grazie ad una capacità visionaria del coreografo francese davvero qualitativa, segnata da immagini oscure dell’ascesa al potere di una sovrana solitaria – quella regina despota, armata e sospesa tra molteplici archetipi, che emerge ad un certo punto dello spettacolo magnifica e imponente da una folla che è una catasta di corpi privi di vita, carcasse che la sostengono e allo stesso tempo minacciano – segnata da urla squarcianti e fughe infinite, bisbigli sommessi, aggregazioni improvvise e movimenti isterici. La massa si trasforma così in materia scenica ipnotica, oggetto di una incredibile indagine socio-motoria, un organismo che si forma e si disgrega davanti allo spettatore e che sembra contenere al proprio interno tanto la possibilità dell’oppressione quanto quella della rivolta. Dubois ne modula e dirige le derive semantiche per osservare i meccanismi di un potere che in questa coreografia dedicata al femminile attraversa la Storia e i secoli del rapporto tra individuo e collettività.

All’interno di questo percorso di dialogo con la Storia, Fear of the Dark della compagnia emergente Cult of Magic appare invece come un’occasione mancata, in cui il rapporto tra luogo e drammaturgia non riesce a sviluppare le proprie possibilità. La scelta del bunker nazista della Seconda Guerra Mondiale, spazio attraversato da una memoria concreta e stratificata, senza dubbio problematica, poteva offrire un terreno fertile per un lavoro sulle immagini dell’inconscio, del mito e della paura, che sconta tuttavia la pena di una drammaturgia particolarmente acerba e fuorviante nelle immagini che ha voluto creare. Più centrato, invece, è il lavoro della Compagnie Beaux-Champs di Bruno Benne, che con il dittico VIFS e Baroc’Bal dimostra come il repertorio possa essere continuamente riattivato. Qui, i codici del ballet de court, un tempo strumenti di rappresentazione del potere e di rigida codificazione sociale, vengono restituiti al presente attraverso un dispositivo partecipativo che invita il pubblico a condividere lo spazio della danza in una nuova piazza della città, dissolvendo la distanza tra interprete e spettatore e intrecciando le temporalità differenti dei contesti. L’eredità coreografica viene così riattivata come pratica collettiva, capace di modificarsi nel momento stesso in cui viene attraversata da nuovi corpi e nuovi spazi.

Un altro tempo della danza, quello della trasmissione e della trasformazione, ma anche dell’incontro e dell’eredità attraversa Replica, il lavoro con cui Michele Abbondanza e Antonella Bertoni aprono il proprio archivio performativo allo sguardo di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi nel trentennale della compagnia. In scena riaffiorano corpi che attraversano forme ambigue e ancestrali, immagini senza tempo che vivono sospese tra umano e animale, immagini di regressione e sviluppo, di sacrifici rituali e di accudimento umano, frammenti di un archivio che ha costruito negli anni il percorso artistico della coppia di performer. Assistiamo qui a una nuova storia bestiale allora, che è la nostra e quella di tutti i tempi, dove il gesto del pettinarsi i capelli, diventa una formula coreografica capace di evocare l’orizzonte entro cui, noi, continuiamo ad esistere nella cura della trasmissione. Ed è forse in questa collaborazione tra due generazioni di artisti, che il festival Bolzano Danza restituisce con particolare evidenza il senso di questa edizione nel passaggio ereditario: un linguaggio che continua a produrre visioni e possibilità proprio attraverso l’incontro con nuovi corpi, in cui l’orizzonte della danza contemporanea appare allora come un archivio la cui materia coreografica e drammaturgica è in perpetuo movimento, continuamente riscritta da chi torna, con affetto, ad abitarla.
* Lepecki, A. (2024). Il corpo come archivio: Volontà di ri-mettere-in-azione e vita postuma delle danze. Mimesis Journal, 5(1), 30–52. https://doi.org/10.4000/mimesis.1109
Andrea Gardenghi
Crediti spettacoli visti al Festival Bolzano Danza 2026
Rosas danst Rosas
coreografia: Anne Teresa De Keersmaeker / danzato da: Jasmine Achtari, Eva Galmel, Nina Godderis, Momiji Kuromaru / creato con (1983): Anne Teresa De Keersmaeker, Adriana Borriello, Michèle Anne De Mey, Fumiyo Ikeda / musica: Thierry De Mey, Peter Vermeersch / musicisti (registrazione): Thierry De Mey (percussioni e pianoforte) , Walter Hus (pianoforte), Eric Sleichim (sassofono), Peter Vermeersch (clarinetto) / disegno luci: Remon Fromont / costumi: Rosas / produzione: Rosas, Kaaitheater, Klapstuk. Herneming (creazione 1983) | Rosas (ripresa 2026)
Through the Grapevine Live
concept e coreografia: Alexander Vantournhout / musica – composizione e performance: Andrea Belfi. creato in collaborazione con: Emmi Väisänen, Axel Guérin / performers: Axel Guérin, Alexander Vantournhout / drammaturgia: Rudi Laermans / direttore tecnico: Bram Vandeghinste / revisione del lighting design: Bert Van Dijck / tecnico del suono: Jille Waegebaert / tecnici di tournée: Bram Vandeghinste, Bert Van Dijck, Jille Waegebaert / costumi: Anne-Catherine Kunz / scenografia: Bjorn Verlinde / occhio esterno: Maria Ferreira Silva e Anneleen Keppens / grazie a: Sébastien Hendrickx, Vera Tussing, Esse Vanderbruggen / distribuzione: Frans Brood Productions / company manager: Esther Maas / produzione e tour management: Janne Coonen e Kiki Verschueren / comunicazione: Kiki Verschueren / coproduzione: Archaos, Pôle National du Cirque (Marseille, FR) / residenze: Wood Cube (Roeselare, BE), PER- PLX (Kortrijk, BE) / Not Standing/Alexander Vantournhout è artista in residenza presso: Arts Centre VIERNULVIER (Ghent, BE), Maison des Arts de Créteil (Créteil, FR) and CENTQUATRE (Paris, FR) / produzione: Not Standing vzw con il sostegno di: The Flemish authorities
Les Mémoires d’une seigneure
creazione: Olivier Dubois / assistente artistico: Cyril Accorsi / assistente alla creazione: Karine Girard / interprete: Marie-Laure Caradec con la partecipazione di 40 interpreti amatoriali / musica: François Caffenne / ideazione e direzione luci: Emmanuel Gary / direzione tecnica: François Michaudel / direzione audio: François Caffenne o Jean-Philippe Borgogno / produzione: COD – Compagnie Olivier Dubois. coproduzione: le CENTQUATRE – Parigi / con il sostegno di: Regione Île-de-France. con il supporto della Fondazione Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea
FEAR OF THE DARK
regia: Giada Vailati, Francesco Sacco, Luca Pasquino / coreografia: Giada Vailati / musica originale: Francesco Sacco e Luca Pasquino / con: Melina Sofocleous, Samira Cogliandro, Giada Vailati / prodotto da: Cult of Magic / con il sostegno di: MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea” / con il supporto di: mare culturale urbano. in collaborazione con Bunker H
VIFS – water music concept e coreografia: Bruno Benne / assistente alla creazione: Estelle Corbière / musica: G. F. Haendel, Water Music (1717), nella registrazione J. Savall (1993) / colonna Sonora: Youri Bessières / con: Alix Coudray, Odéric Daluz, Océane Delbrel, Louis Macqueron / amministrazione e produzione: Anaïs Loyer
Baroc’Bal concept e coreografia: Bruno Benne / performance: Bruno Benne / con: Polonie Blanchard, Odéric Daluz, Océane Delbrel, e Louis Macqueron / musica: Jean-Baptiste Lully, Marin Marais, Henri Desmarêts e Jean-Philippe Rameau / produzione: Beaux-Champs Dance Company
in co-realizzazione con WaltherPark
Replica
regia, coreografia: Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi / con: Michele Abbondanza, Antonella Bertoni / musiche originali: Hrvoje Niksic / disegno luci, ingegneria di scena: Michele Piazzi / video: Valerio Figuccio / direzione tecnica: Claudio Modugno / costumi: Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi / sartoria: Manuela Gober / progettazione: Poliedri Studio Doppio – Alessandro Panzetti / organizzazione, strategia e sviluppo: Dalia Macii / amministrazione e produzione esecutiva: Francesca Leonelli / comunicazione: Erika Parise / ufficio stampa: Marilù Ursi / produzione: Compagnia Abbondanza/Bertoni / coproduzione: Ert – Emilia Romagna Teatro Fondazione / con il sostegno di: Mic – Ministero della Cultura, Provincia Autonoma di Trento, Comune di Rovereto, Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto / in collaborazione con: Associazione Van Ets / ringraziamenti: Trippen











