Dopo oltre un quarantennio, Gibellina celebra l’anniversario dell’Orestea di Emilio Isgrò. Per la regia di Alfio Scuderi. Con Vicenzo Perrotta, Donatella Finocchiaro, Fabrizio Falco

Gibellina Nuova è un luogo straordinario, anche suo malgrado. Straordinario è senz’altro il suo destino: quello di essere, come spesso si afferma, espressione materiale di un’utopia. Alla fine degli anni Sessanta, il terremoto del Belice ha segnato, per i luoghi interessati, un punto di non ritorno; interi paesi rasi al suolo, migliaia di persone sfollate in baraccopoli improvvisate. Come Troia, Gibellina è completamente distrutta. Ludovico Corrao, senatore della Repubblica, divenne allora promotore di un piano eccezionale, ossia la rinascita della città nel segno delle arti e della creatività contemporanea. Uno dei momenti fondamentali di questo processo è stata la rappresentazione della Trilogia di Gibellina di Emilio Isgrò (Gibella del Martirio, San Rocco legge la lista dei miracoli e degli orrori, Orestea di Gibellina) nei primi anni Ottanta, con la partecipazione di cori costituiti dagli abitanti della città distrutta. Quest’anno, nell’ambito della 45a edizione del festival che proprio da tali rappresentazioni è stato inaugurato (il Festival delle Orestiadi), se ne celebra l’anniversario all’interno di una installazione teatrale al Grande Cretto con “testi, cancellature e insetti” di Emilio Isgrò, per la regia dell’autore, con la collaborazione di Alfio Scuderi.

L’installazione si pone sul piano di un’evocazione in cui, con non poca suggestione, i vuoti prevalgono sui pieni. Molto è dovuto agli ambienti sonori di Angelo Sicurella, in cui si muovono sotterranee tensioni sismiche. Da questo sfondo emergono, in una sorta di prologo, le parole dello scrittore arabo Ibn Hamdis, dedicate alla Sicilia e qui pronunciate da Pietrangelo Buttafuoco. Segue il dramma, scisso e sintetizzato in episodi isolati, come richiesto dalla difficile fisionomia del Cretto. Vincenzo Pirrotta, nei panni di Agamennone, è nel pieno del suo elemento: già interprete del re acheo in una rilettura scenica del 2021, incarna il personaggio offrendovi la propria fisicità e vocalità, prepotenti sulla scena. La Clitemnestra di Donatella Finocchiaro è anzitutto una donna in conflitto con la possente mascolinità del proprio consorte, a cui ancora riesce a contrapporsi, dignitosa e sprezzante. Cassandra (Aurora Falcone), è inascoltata, frustrata sacerdotessa; Sandra Toffolatti una figura oracolare che non appartiene alla dimensione degli uomini e delle donne. Il momento del dialogo tra Elettra (Federica D’Angelo) e Oreste (Fabrizio Falco), si consuma nell’asciuttezza di parole sospese nel silenzio, in cui si canalizza, surreale, l’acre bisogno di vendetta. Buone le interpretazioni, in una sintesi del testo adeguata alle difficoltà del luogo.
Il pubblico si muove all’interno del Cretto, tra le fenditure che separano i blocchi di cemento in cui sono stati compattati i resti di Gibellina. Un movimento silenzioso e collettivo, che in qualche modo accoglie l’eredità di una dimensione più corale. Il percorso comprende una parentesi musicale a cura di Giovanni Caccamo e Roberta Casella all’arpa. È il testo dei I funerali di Corrao ad accompagnare i presenti verso la conclusione, proferito direttamente dall’autore, Emilio Isgrò. Il testo è un elegia in onore del senatore, ricordato come “sindaco dei poveri”, promotore di un’arte scomoda e invisa al potere. Peccato che la conclusione ceda all’esaltazione retorica del grande mecenate, in un’elogio poco consapevole del presente e delle conseguenze di quella operazione culturale. Corrao non è stato il sindaco dei poveri, ma il committente di un enorme museo a cielo aperto pressoché invivibile. D’altronde, l’ingresso di Isgrò all’inizio della rappresentazione, avvenuto a suon di campanacci su un carretto siciliano (nobilitato dall’intervento dell’artista), sembra essere di gusto più folkloristico che popolare: cosa è rimasto della favolosa utopia?

Queste ingenuità sembrano inficiare quello che dovrebbe essere il senso dell’operazione, per il resto ben congegnata nei suoi momenti. Ma complessivamente, al netto delle comunque interessanti soluzioni adottate, in questa ripresa dell‘Orestea il ricordo della catastrofe è una suggestione che disturba poco, stilizzata nella forma di un’elegante kermesse rivolta al turista colto. Esiste una storia neanche troppo recente di Gibellina, esito a distanza delle politiche culturali di allora. Il confronto con essa viene ancora eluso, e questa avrebbe potuto esserne l’occasione.
Tiziana Bonsignore
Festival delle Orestiadi, Gibellina Nuova, 2026
L’ORESTEA DI GIBELLINA
Di Emilio Isgrò
Installazione teatrale, testi, cancellature e insetti di Emilio Isgrò
Regia dell’autore con la collaborazione di Alfio Scuderi
Con la partecipazione straordinaria in scena di Pietrangelo Buttafuoco e Emilio Isgrò
con Donatella Finocchiaro, Vincenzo Pirrotta, Sandra Toffolatti, Aurora Falcone, Fabrizio Falco (Oreste), Federica D’angelo
musiche composte ed eseguite dal vivo da Giovanni Caccamo
musiche e sound design Angelo Sicurella
arpa Roberta Casella
collaborazione scenica di Claudio Lucchesi – Studio ufo
animazione digitale e composing video Alberto Stabile
costumi a cura di Daniela Cernigliaro
trucco Vincenzo Cucchiara
direzione tecnica Tommaso Balsamo
Prima nazionale











