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L’arte indigena di Tiziano Cruz a Centrale Fies: Live Works Summit 2026

Abbiamo partecipato a Live Works Summit 2026 a Centrale Fies: tre giorni di performance e discussioni politiche attorno alla performance art. Resoconto e interviste

Restituire un resoconto delle giornate di luglio di Live Works Summit a Centrale Fies, a Dro, in provincia di Trento è una sfida non solo per chi le programma ma anche e soprattutto per chi le osserva e deve trasmettere, appunto, una visione. Qual è la forma di racconto più adatta? Come poter comunicare il carico di questioni estetico politiche affrontato da ogni performance e lecture? In che modo spiegare il nostro coinvolgimento, o distanza, o scetticismo anche, nei confronti della “postura” dei works, lavori, idee, progetti, bozze, che sono, appunto, live, cioè vivi, in divenire e in mutamento?

«La cura, per me, non coincide con la pacificazione ma significa assumersi il rischio delle relazioni e restare dentro la complessità. Vorrei che Fies continuasse a essere attraversata da progettualità autonome, capaci di convivere senza essere ricondotte a una visione uniforme. Progetti come Live Works, Arte come Resistenza Civile, Overhead, The Sparks Return, Club Altrove, Agitu Ideo Gudeta Fellowship, Witches / Brand New Self ed Enfant Terrible compongono già questa pluralità. Ciascuno porta con sé un linguaggio e una traiettoria specifici, ma insieme costruiscono un’infrastruttura comune. Il futuro che desidero è quindi un futuro di trasmissione, consolidare un modello in cui curare non significhi occupare il centro, ma distribuire possibilità, strumenti e capacità decisionale».

Barbara Boninsegna. Foto di Alessandro Sala

Parlando con Barbara Boninsegna, che in questa affermazione ha spiegato quali sono i suoi desideri per il futuro, e con Simone Frangi, che insieme a lei da 14 anni cura Live Works, emerge l’intento attuale di mettere in dialogo, contaminandoli, i vari settori dell’arte contemporanea che, soprattutto in Italia e forse più oggi di ieri, spesso vengono percepiti come compartimenti stagni che dividono performance art, arte visiva, teatro, danza, clubbing… e i rispettivi pubblici e anche operatori e operatrici. «Solo quest’anno abbiamo ricevuto 400 proposte per soli 6 posti. Ad oggi Live Works è cambiato molto – basti pensare che non è più inserito in quello che era il Drodesera Festival di Centrale Fies – ma è allo stesso tempo simile a se stesso e continuare a farlo qui, in questo luogo che è stato un presidio industriale di sfruttamento, ha un senso sempre più attuale per noi. Negli ultimi anni, lavoriamo sempre di più e molto su delle questioni relative alla classe, al genere, alla razializzazione e anche per questo abbiamo introdotto gli approfondimenti delle Lectures. Queste si legano ai progetti presentati non come spiegazioni quanto in virtù di una comunanza di intenti e significati», afferma Simone Frangi in un incontro davanti un caffè prima di ripartire. La sera prima infatti ascoltare la complessa e poetica Lecture della storica Hannah Proctor – incentrata sulla bellezza della catastrofe che il mondo sta vivendo, in tutte le sue accezioni, politiche, sociali e ambientali – ha rappresentato una suggestione complementare, ma saggistica, che ha fornito nuovi spunti di riflessione, e quindi anche di interpretazione, per lo spettacolo di Tiziano Cruz, Wayqeycuna. Cruz insieme a Katerina Andreou & Mélissa Guex con Shout Twice – energico, pulsante e intensissimo concerto per due corpi che si sfidano su un ring circondati dal pubblico – e Alif Halal in A/V Concert sono stati i Live Works Guest Artists di questa edizione.

Live Works continua a essere sia una piattaforma internazionale dedicata alle pratiche della performance art contemporanea, che uno strumento di scouting e centro di ricerca, di sperimentazione sia estetica che politica. Basti pensare all’”incubo lucido” basato su animazione e teatro di figura di Picking on the Waves in cui Juan Yung-Han interagisce con una farfalla inventata chiamata Debtorfly: una «creatura speculativa» attraverso la quale ripensare il concetto di cura, difesa, salvaguardia e colonizzazione tra esseri viventi di regni diversi. Politica, perché innanzitutto interroga le questioni relative all’inclusione sociale, è di certo la fellowship Agitu Ideo Gudeta, curata da Frangi e Boninsegna insieme a Mackda Ghebremariam Tesfau’ e Justin Randolph Thompson e pensata come «una forma di affirmative action per artiste e artisti razzializzati o con background migratorio, con o senza cittadinanza italiana», nata in collaborazione con delle «residenze partner» con Palazzo Grassi-Pinault Collection (Venezia) e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino). Per il 2026, la performance Re-Veil di Luc Ndikubwimana è inserita in questa fellowship e, come riporta il programma di sala, «si concentra sullo smascheramento degli archivi ai quali attingiamo quotidianamente (in particolare quelli razzisti)» restituendone da un lato il tema voyeuristico dello sguardo e quindi della fruizione – siamo un pubblico bianco che osserva un nero che danza come un nero – dall’altro quello del ribaltamento di posture razzializzate incorporate. Attraverso un prevedibile fastidio e scetticismo iniziale, osserviamo come questo materiale d’archivio esotico da mero filmato viene poi suonato e agito dal vivo dal performer, trasformando la frontalità della visione in un’unica dance hall.

«Love is Political afferma che l’amore non è mai soltanto una questione privata, che ogni legame contiene una visione del mondo, produce alleanze, stabilisce chi includiamo e quali forme di vita scegliamo di sostenere. Dopo Enduring Love, Evolving Love e Radical Love, questa edizione porta il discorso alle sue conseguenze più esplicite, ossia che amare significa prendere posizione. La selezione è nata da qui, cercando pratiche capaci di interrogare la cura, il conflitto, la memoria, la responsabilità e la possibilità di costruire comunità senza cancellarne le differenze. Love is political è dedicato ai legami intesi come forza capace di produrre realtà, di “fare mondo». Il claim manifesto di questa edizione è così riassunto nelle parole della curatrice Barbara Boninsegna e lo rintracciamo soprattutto nello spettacolo, già citato in precedenza, Wayqeycuna, dell’artista indigeno argentino Tiziano Cruz, arrivato a Centrale Fies grazie al lavoro di scouting di Simone Frangi ma anche per merito dell’artista Chiara Bersani, la quale ha conosciuto Cruz al Festival d’Avignone.

«Siate benvenute e benvenuti a Wayqeycuna/ un disperato tentativo di porre fine/ al lutto per mia sorella morta / ma anche un modo per riconciliarmi /con questo mondo/ Con lei si concludono anni di ricerca/ di scrittura sfrenata sul dolore, le perdite / e l’ingiustizia sociale, economica e culturale / di alcuni popoli dimenticati/ nella periferia dell’Argentina». Wayqeycuna – che in lingua quechua significa “fratelli miei” – è l’ultima tappa della trilogia Tres Maneras de Cantarle a una Montaña, lungo progetto iniziato da Tiziano Cruz nel 2015 che ha come tema non solo quello biografico, della famiglia e dei ricordi d’infanzia, ma anche quello politico relativo alle comunità indigene dell’Argentina del Nord e del problema sistemico della sanità. Come riportato nel testo di Wayqeycuna, costruito con profonda cura civile e sentimentale, con precisione terminologica, pregiata costruzione metrica e passione, quello argentino è «un territorio conteso per l’estrattivismo / di risorse naturali come il litio/ o per un ambientalismo incosciente / che costringe centinaia di comunità / a spostarsi in cerca di migliori condizioni /di vita o opportunità di lavoro».

La mattina seguente la visione dello spettacolo, decidiamo di incontrare Tiziano Cruz dopo colazione, nel ristorante dell’albergo dove siamo ospiti. Con me c’è anche una mia collega giornalista, Francesca Rigato della rivista Stratagemmi Prospettive Teatrali e collaboratrice per il magazine Zero. Fa caldo, una mosca volteggia intorno a noi; la allontaniamo con il ventaglio, con le mani, ma niente, non demorde e resta lì. Cruz è generoso sin dalla prima stretta di mano, ha voglia di parlare. Anche il dialogo, a tratti molto emozionante, poi divertente, e pure riflessivo e severo, è manifestazione del suo attivismo. «Dopo la morte di mia sorella, mio padre e mia madre si sono occupati di suo figlio, mio nipote, e io volevo fare la mia parte. Questo progetto è il modo in cui mi curo di lui, della mia famiglia. Lo faccio attraverso il gesto artistico, per far conoscere a più persone questa condizione». A precedere e poi a completare ogni replica dello spettacolo, vi è anche Bread for the World workshop, un laboratorio del pane condotto da Cruz e rivolto alle persone del territorio, in questo caso di Dro, in cui si utilizzano ricette specifiche e tradizionali rivisitate per far conoscere la ritualità della preparazione argentina del pane, distribuito poi a fine spettacolo. Waychequna resta un lavoro sulla perdita ma attraverso la trasmissione di un sapere collettivo, il pubblico fa esperienza del dolore in maniera diversa, riponendo valore in un incontro che è innanzitutto all’insegna dell’allegria e della partecipazione.

Foto di Alessandro Sala

Per iniziare il confronto, torniamo a ciò che abbiamo visto e ascoltato durante lo spettacolo: «Chi è il coya/ l’indigeno di moda a teatro / Il coya / L’indigeno che viaggia nel primo mondo / Il coya / L’indigeno che parla ai festival / che occupa i vostri aerei / le loro sale, i vostri hotel». Allora, memore di queste parole, gli chiedo quale sia la sua definizione di indigeno: «quando inizi a definire te stesso come un indigeno, non puoi tornare indietro. È un posizionamento personale ma soprattutto politico e artistico. Rispetto all’estetica, cerco di essere sempre sincero rispetto al mio ruolo, so di occupare un posto nel mondo dell’arte proprio perché sono un indigeno. Sono Tiziano Cruz non solo per me stesso ma perché rappresento una comunità. E questo è un equilibrio che mi lascia la libertà di creare i miei spettacoli. Che tipo di teatro facciamo? È veramente un teatro argentino, o una riproduzione di quello aristotelico? So che è impossibile da decostruire, perché questa è una sovrastruttura troppo rigida ma ho iniziato a fare il teatro che piaceva a me: un dispositivo per parlare direttamente al pubblico, abbattendo le barriere. Certo, sono consapevole di far parte di una minoranza, di essere anche alla moda per certi versi e ci sono aspetti del mercato dell’arte che fanno sì che i miei lavori siano anche valutati produttivamente al ribasso affinché possa venire scoraggiato e ostacolato il mio posizionamento politico e la mia riflessione critica». In un momento dello spettacolo molto disturbante per un pubblico intellettuale e occidentale, e perciò molto efficace per il messaggio che vuoi comunicare, affermi infatti: «so bene che molte volte sarò / manodopera a basso costo / che sostiene il potere/ perché questo è stato e sarà il mio posto / In definitiva, questo è ciò che rappresenta / il sud globale per il mondo / Per alcuni sono solo un souvenir / un bene autoctono, un prodotto regionale / come quelli che comprano i turisti / una pelle, un volto e un corpo esotico / degni di essere appesi nei musei etnologici».

Cosciente quindi di occupare uno spazio preciso nel mercato dell’arte occidentale, quella cioè che lo relega ad artista indigeno argentino che fa un teatro politico, Cruz ha poi ribadito: «il mio lavoro è sì una domanda sul mondo in cui viviamo ma vuole interrogare anche quell’altro mondo che cerchiamo di costruire giorno dopo giorno con i nostri pregi e difetti». E ha aggiunto: «l’arte europea è stata molto buona con me. L’Argentina è un paese molto complesso e centralizzato, tutto passa per Buenos Aires e questo centro definisce la periferia, una mentalità che considera ciò che è fuori dal centro come inesistente e da cui scaturisce un’indigenofobia. In questo, ci sono io: nessuno mi programma in Argentina, a nessuno interessa il mio lavoro. Per questo in Europa ho trovato un rifugio che mi fa sentire anche più sicuro quando poi torno a casa. La visibilità che ho adesso e l’apprezzamento del mio lavoro ha fatto sì che la mia comunità mi riconoscesse come persona omosessuale, e questo può creare i presupposti affinché anche altre persone, anche quelle più giovani, possano sentirsi al sicuro».

Un’ora di dialogo in cui apprendiamo che la comunità a cui appartiene Tiziano non si riconosce però come comunità indigena, perché in virtù di quell’accentramento di Buenos Aires di cui parlavamo prima, quella cosiddetta «Argentina blanca», «considerarsi un indigeno significa, di riflesso, considerarsi un usurpatore della terra, quindi nessuno, rispetto al proprio paese, vorrebbe considerarsi tale». Tuttavia, da quando ha cominciato a portare in giro i propri spettacoli, ad essere un artista prodotto e avere successo, molte persone hanno iniziato a riconoscersi in questa narrazione. Tiziano Cruz è inoltre molto attivo su TikTok e Instagram perché, come dice, lo incuriosisce l’impatto, e anche il valore, della digitalizzazione nelle comunità. Molti ragazzi e ragazze lo seguono e si interessano a questa storia che è anche la loro, ed è proprio da questa osservazione e relazione che nasce l’idea di pubblicare nei prossimi mesi il primo libro di lingua indigena quechua per adolescenti. «Vorrei che il mio teatro finisse su TikTok, che diventasse un teatro virale», conclude ridendo.

Foto di Alessandro Sala

Wayqeycuna è una testimonianza commovente di una strutturata e infaticabile identità politica; una rivendicazione pacifica, amicale e propositiva che con linguaggio schietto e oggettivo invita il pubblico a guardare il presente senza pregiudizi ma con realistica lucidità. Un’elegia umile e composita, articolata attraverso un breve documentario, alcuni canti e un momento conviviale finale, che con pregiata e matura conoscenza registica mette in scena una dedica alla famiglia, a una comunità, a una parte di mondo che resiste, in cui la festa e il dolore convivono indissolubili e possono cambiarci solo se condivisi insieme. «Nel 2024, il giorno in cui debuttava Wayqeycuna, mia madre è morta, ed è stato come avere la percezione di non aver fatto abbastanza, che la mia utopia era un’ingenuità e che ciò che voglio fare non fosse sufficiente. Ma il dolore era troppo grande per capire che mi stavo sbagliando. Abbiamo sempre bisogno di lottare per una micropolitica in grado di cambiare le cose, e dobbiamo lottare insieme perché da soli non possiamo farlo, da soli non possiamo cambiare le cose. Abbiamo bisogno di alleati e, al momento, se ci fosse una rivoluzione, posso dire di avere un sacco di persone sparse per il mondo sulle quali so di poter contare».

Lucia Medri

Centrale Fies, Dro – luglio 2026

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Lucia Medri
Lucia Medri
Giornalista pubblicista iscritta all'ODG della Regione Lazio, laureata al DAMS presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una tesi magistrale in Antropologia Sociale. Dopo la formazione editoriale in contesti quali agenzie letterarie e case editrici (Einaudi) si specializza in web editing e social media management svolgendo come freelance attività di redazione, ghostwriting e consulenza presso agenzie di comunicazione, testate giornalistiche, e per realtà promotrici in ambito culturale (Fondazione Cinema per Roma). Nel 2018, vince il Premio Nico Garrone come "critica sensibile al teatro che muta".

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