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Il teatro e la comunità. Dalla Futa ad Anghiari, sguardo sulla Toscana dei festival

Ad Archivio Zeta è stata revocata l’autorizzazione per allestire le sue opere al Cimitero militare germanico del Passo della Futa. Una riflessione che prende le mosse dal Processo di Kafka della compagnia bolognese per arrivare ai festival e alle esperienze teatrali toscane che si raccolgono attorno alle proprie comunità.

Foto Franco Guardascione

C’è qualcosa di paradossale nell’apprendere che Il processo di Kafka, portato in scena in due atti da Archivio Zeta, potrebbe essere l’ultimo lavoro che la compagnia bolognese allestisce al Cimitero militare germanico del Passo della Futa, dove lavora ininterrottamente da 23 anni. Il Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, l’ente tedesco che si occupa delle sepolture di guerra, ha comunicato che a partire dal prossimo anno non sarà più possibile fare teatro in quel luogo, perché usare il cimitero come sfondo di un’attività artistica urterebbe la sensibilità dei parenti dei defunti e del personale che ci lavora. Il senso di smarrimento che questa comunicazione ha prodotto nella comunità artistica e di pubblico che segue il lavoro di Archivio Zeta – qui sta l’aspetto paradossale – non è poi dissimile da quello che Josef K., il protagonista del romanzo, prova di fronte a una macchina giudiziaria che si attiva contro di lui senza mai riuscire a conoscere la natura del suo (presunto) crimine né l’iter che porterà fino alla sua inevitabile fine.

Foto Franco Guardascione

Sia ben chiaro: il parallelismo non è una critica diretta alle motivazioni dell’ente tedesco che, da ciò che si sa, verranno approfondite assieme alla compagnia e agli enti locali nei prossimi mesi in un dialogo che ci auguriamo possa portare a una revisione della decisione che, se fosse confermata, metterebbe la parola fine a un’esperienza importante e luminosa, che trasforma un cimitero legato alla memoria della guerra mondiale in uno spazio di riflessione profonda. Semmai si tratta di costatare come i dispositivi burocratici si abbattano sulle relazioni tra i viventi, costruite nel tempo e con fatica, con l’inesorabilità di una volontà aliena a quelle stesse relazioni. Un dispositivo, questo, che pervade il nostro tempo, di cui tutti in misura minima o massima abbiamo fatto prima o poi esperienza e che Kafka, descrivendolo nelle sue forme più opache e incomprensibili, ha consegnato alla coscienza moderna come una delle forme di incomunicabilità tra viventi e potere.

Foto Franco Guardascione

Questa estate è stata la prima volta che ho avuto modo di assistere agli allestimenti di Archivio Zeta alla Futa. Dello spettacolo occorre evidenziare due movimenti. Da un lato l’intuizione di utilizzare le forme metafisiche del cimitero progettato da Dieter Oesterlen, con la sua torre di muro attorcigliato che sale verso il cielo – cosa che riguarda questo lavoro come i precedenti –, ha un effetto estetico potentissimo, che esalta un teatro fatto di simboli asciutti ed efficaci (un telefono, una scala, una grata, la lettera K vergata sulla schiena di un cappotto). Dall’altro lato c’è la scelta di rendere plastico il senso di smarrimento di K. di fronte alla legge attraverso una recitazione che oscilla tra il dramma e la comicità grottesca: quel sentimento si trasforma così in un sentimento collettivo – tanto è vero che il protagonista viene interpretato a turno da vari attori, quasi a simboleggiarne la dimensione plurale – che parla del romanzo kafkiano ma anche delle contraddizioni del nostro presente.
Ma non si tratta di “aggiornare” le parole di Kafka, che sono invece rispettate alla lettera in un montaggio letterario che attinge anche agli epistolari, ma di costruire un dispositivo teatrale in grado di entrare in risonanza con quelle contraddizioni. Alcune di queste sono “pensate”, come la scelta di portare a cospetto di quella schiera di morti giovanissimi – verso i quali si esercita la pietas umana, ma che pure furono parte delle macchina nazista, magari in modo persino inconsapevole – le parole di un autore ebreo di lingua tedesca, i cui libri furono bruciati nei roghi nazisti. Altre invece afferrano lo spirito del tempo, come la morte di Abderrahim Fakir, il cittadino di origine marocchine morto per mano della polizia durante un fermo, a Bologna: “Come un cane!”, sono le parole di Joseph K. che chiudono il romanzo, il sigillo sotto la sua morte sacrificale per mano dell’autorità. Il finale di questa seconda parte (la prima aveva debutta lo scorso anno, quest’anno è stato possibile assistere a entrambe), con la schiera di attori in piedi, al tramonto, di fronte al muro di cinta della parte superiore del cimitero, ha in definitiva il sapore della conclusione di un rito.

Foto Orizzonti Festival

E questa sua dimensione dà da pensare a una condizione che attraversa l’arte teatrale nel nostro presente. La Toscana è ricca di riti teatrali collettivi. Quest’anno mi è capitato di visitare Orizzonti, il bel festival curato a Chiusi da Roberto Latini, che porta in piazza al cospetto di una comunità teatrale maestri del calibro di Marcello Sambati e Virgilio Sieni. È un programma che non vive, per fortuna, l’assillo del presente, dell’ultimo debutto, ma assembla spettacoli scegliendoli tra i piccoli classici della contemporanea (come Radio Clandestina di Ascanio Celestini) che vengono affiancati a performance site specific. Un programma che torna a sondare il senso del fare teatro, anziché farsi travolgere dalle logiche ammalate di presentismo degli algoritmi ministeriali.
Altra tappa di questa estate 2026 è stato il Teatro Povero di Monticchiello, che quest’anno festeggia il sessantesimo: dal 1967 porta ininterrottamente il teatro in piazza – unica eccezione durante il covid, quando si optò per un’interessante versione itinerante per rispettare il distanziamento e la capienza – annodando storie e generazioni che hanno visto cambiare la fisionomia del paese, cercando uno sguardo non nostalgico su questa inevitabile trasformazione. Di acqua sotto i ponti ne è passata da quando questo progetto, capitanato da Andrea Cresti che lo cofondò, ha provato a fare i conti con la fine di un’epoca, quella della mezzadria, utilizzando il teatro come uno strumento di consapevolezza collettiva per traghettare una comunità verso un futuro completamente incerto. Il dispositivo è semplice ed efficace, quello dell’autodramma – la definizione è di Giorgio Strehler – ovvero della scrittura collettiva che impegna il paese nei mesi invernali, per diventare copione e poi spettacolo da allestire nella Piazza della Commenda. Cresti è scomparso nel 2021, il timone del progetto è stato preso da Giampiero Giglioni e Mafredi Rutelli che meritoriamente portano avanti un teatro che cresce, invecchia, ringiovanisce e si trasforma assieme al suo gruppo di lavoro. E così al fianco dei paesani – alcuni storici attori sono morti, altri hanno oggi un’età veneranda, qualche volta capita che si ammalino e non possano partecipare – ci sono molti giovani che si aggiungono, riflettendo anche la mutata composizione sociale della Toscana e dell’Italia, non solo gente nata e cresciuta tra i “puderi” della Val d’Orcia, ma italiani di seconda generazione e toscani con radici sparse in molti posti.
Non è un caso, dunque, se l’autodramma del sessantesimo anniversario – che si intitola “L’occhio oltre” – utilizza come espediente narrativo la vita di un uomo, Carlino, che nasce in una famiglia contadina segnata dalla guerra nel 1944, diventa adulto nell’Italia repubblicana abbracciando le lotte sindacali e vivendo in prima persona la fine della mezzadria e la trasformazione dell’economia locale, invecchia in un mondo riconvertito al turismo lontano anni luce da quello in cui è nato, pur non essendosi spostato dal punto di vista geografico. Questo protagonista, che nella finzione è anche uno degli attori della compagnia, vive le stesse mutazioni del Teatro Povero e lo rappresenta in un arco lungo quasi un secolo.

Tovaglia a Quadri. Foto Giovanni Santi

Un altro rito comunitario è Tovaglia a Quadri, il progetto di teatro con cena di piazza ad Anghiari, che dal covid in poi si tiene nella cornice suggestiva del Castello di Sorci. Paolo Pennacchini e Andrea Merendelli guidano, per la scrittua e la regia, un gruppo anch’esso in trasformazione dopo 31 edizioni, con il consolidarsi di alcuni attori e l’ingresso di nuove facce. Il progetto di quest’anno era dedicato, nemmeno troppo in controluce, all’educazione sessuo-affettiva proibita dal Ministero dell’istruzione e del merito nelle scuole italiane. “Il PESA dell’amore”, titolo dello spettacolo, è un gioco di parole con l’acronimo P.e.s.a., che sta per Piano di Educazione Sessuale Affettiva, il progetto che il professor Giusto ha udeato per parlare ai ragazzi di sessualità, coinvolgendo una galleria di personaggi irresistibili, dalla coppia di “allupati” di paese che credono che verranno (finalmente, dal loro punto di vista) riaperte le case chiuse, all’educatrice che propone un cortocircuito tra le tradizioni culinarie locali e l’industra del sesso social fondando “BigonlyFans”, fino a un pellegrino in cerca dei luoghi francescani che verrà folgorato da una passione per il sadomaso. Divertente e divertito, comicamente esplicito, lo spettacolo assume tutti i contorni della commedia classica con l’arrivo dell’antagonista, l’ispettrice del ministero, venuta a verificare che il progetto si svolga secondo parametri “accettabili” per l’istituzione governativa – di fatto porrà una serie di obiezioni che costituiscono l’ostacolo ideologico con il quale la compagnia dovrà misurarsi.
Tovaglia a Quadri è un rito nel senso (apparentemente) più spicciolo e classico della cultura italiana, quello della cucina imbandita attorno a cui raccogliersi, ma è anche soprattutto un dispositivo dove questioni grandi e piccole si annodano, riconnettendo il locale con il globale. Da un lato la vicenda dell’Anghiarina, prostituta gioiosa presso lo Stato Vaticano e poi benefattrice diventa uno spunto di narrazione che aggancia la storia con l’attualità; dall’altro l’evocazione di Vittorangelo Polverini, artista poliedrico scomparso a 45 anni nel 1996 e mai compreso a fondo dalla sua comunità, diventa non solo il modo di evocare una figura importante della scena anghiarina caduto in un cono d’ombra della memoria, ma anche il simbolo di una libertà creativa e della ricerca di un amore “universale” e senza vincoli che si intesse perfettamente con il tema dello spettacolo.

Foto Kilowatt Festival 2026

Questo pugno di festival e di spettacoli conservano, dicevamo, la struttura del rito collettivo. Una dimensione che non appartiene a un genere preciso – può avere a che fare tanto con la ricerca teatrale che con il teatro di comunità, come si vede – ma che conserva una caratteristica precisa: presuppone uno scarto rispetto alle logiche di consumo del teatro dei cartelloni. E questo, in un momento come quello attuale, non è una scelta scontata. Da più parti si moltiplicano i segnali di una precisa domanda di “rientro nei ranghi”, di ritorno alle dinamiche di un teatro istituzionale che sempre più è al centro delle politiche del settore, a discapito di ciò che è “piccolo” (leggi: comunitario) e meno “conforme”. È un’altra piazza festivaliera toscana, Kilowatt Festival ad aver lanciato l’allarme sulle strettoie burocratiche sempre più difficili da fronteggiare per realtà medio-piccole, quelle che maggiormente hanno a che vedere con le comunità. Il tema sollevato dalla manifestazione guidata da Luca Ricci e Lucia Franchi in una lettera aperta dello scorso luglio, è legato principalmente agli oneri di adeguamento per le questioni di “sicurezza” che equiparano insensatamente piccole realtà a istituzioni che devono gestire capienze ben maggiori. “Da un lato i contributi pubblici subiscono tagli e ridimensionamenti – si legge nella lettera – […]. Dall’altro lato, ogni anno vengono richiesti ulteriori permessi e incrementati nuovi costi, e ognuno di essi diventa imprescindibile, altrimenti i festival culturali e le attività di spettacolo rischiano di chiudere”.
È bene ricordare che un’altra manifestazione di comunità particolarmente pregevole, anche questa situata nell’Appennino tosco-emiliano, ha dovuto chiudere i battenti per ragioni simili. Sto parlando de L’importanza di essere piccoli, il festival organizzato da Azzurra d’Agostino, Daria Balducelli e Sassi Scritti che faceva incontrare nei giardini e nei boschi d’appennino un poeta e un cantautore, creando situazioni di prossimità e ascolto dedicate alla poesia difficili da realizzare in contesti meno contenuti. L’edizione d’esordio, con l’icontro tra Franco Loi e Bobo Rondelli, o la successiva con le presenze Giuliano Scabia e Francesco Guccini (che era un “dirimpettaio del festival”, giacché Pavana faceva parte della geografia della manifestazione) sono tra gli eventi più straordinari a cui mi è capitato di assistere nella mia esperienza di osservatore di cose culturali.

Dovremmo sorvegliare su questa dimensione del rito teatrale di comunità, così distante dalle questioni numeriche ma così vicino al senso stesso del fare teatro, poesia, incontro. Dovremmo chiedere a gran voce che esperienze come quella della Futa possano proseguire, che le piazze legate a questa dimensione possano continuare il loro lavoro di eccellenza, perché i segnali del tempo sembrano andare in direzione decisamente contraria. E non è un singolo ministero, ente pubblico o autorità preposta alla cura dei cimiteri il problema: è piuttosto la somma di una serie di fattori – burocratici, di sicurezza, di morale, di opportunità – i quali finiscono per privilegiarle realtà più grandi e istituzionali (che sono anche quelle maggiormente controllabili dalla politica, va ricordato) a discapito di quelle di prossimità. Uno zeitgeist retrogrado contro il quale le comunità teatrali dovrebbero far sentire maggiormente la propria voce.

Graziano Graziani

 

agosto 2026, Passo della Futa, Cimitero militare germanico

IL PROCESSO

di Franz Kafka

drammaturgia e regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni

con Mattia Bartoletti Stella, Diana Dardi, Gianluca Guidotti, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini, Giuseppe Losacco, Enrica Sangiovanni

consulenza musicale Patrizio Barontini

audio Elio Guidotti

ufficio stampa Emanuela Rea

foto di scena Franco Guardascione

produzione archiviozeta

con il contributo di

Regione Emilia Romagna

MIC Direzione generale spettacolo

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