Al Festival di Borgio Verezzi, sulla riviera ligure di Ponente, ha debuttato in prima nazionale Ci vediamo all’alba, testo di Zinnie Harris che Davide Livermore porta in scena con Anna Della Rosa e Linda Gennari, prima di tornare ad ottobre al Teatro Nazionale di Genova. Un’occasione per parlare del lutto, della compresenza di morte e vita, ma anche per parlare di cosa sia il teatro e la relazione ad esso connessa. Recensione

Il regista Davide Livermore di queste parole non si curerà, avendomi preventivamente dichiarato in pubblico, nel foyer del teatro dopo spettacolo, di non avere alcun interesse al dialogo critico, aggiungendo, con l’arroganza che è solo degli incerti nell’arte propria, che se potesse andrebbe in giro con un taccuino a recensire i critici. E vabbè. Che ognuno passi il proprio tempo come meglio crede. Io per esempio amo il cruciverba. Eppure mi sorprende per una protervia che non immaginavo, avendo atteso fuori serenamente il mio turno per scambiare quelle poche parole, ma soprattutto perché ha dichiarato di non conoscere me né il nostro giornale, pur avendo fatto un’ora di intervista, dal suo teatro richiesta, appena nel giugno 2023. Mi sorprende dunque, ma in un paese in cui la Presidenza del Consiglio non incontra i giornalisti, in un mondo in cui il presidente USA li mette al bando come persone indesiderate, forse non dovrebbe colpirmi più di tanto.
In ogni caso, ne ho preso atto e avrei dunque potuto evitare di impiegare il mio, di tempo, a scrivere di Ci vediamo all’alba, visto in scena al Teatro Gassman per il Festival di Borgio Verezzi, ma per il riguardo verso questo festival di pubblico locale e curioso, diretto da Maximilian Nisi che ha avuto coraggio nel proporre questo testo ostico, tutt’altro che di intrattenimento, scritto dall’inglese Zinnie Harris e tradotto da Monica Capuani, per la stima che ripongo nelle due attrici Anna Della Rosa e Linda Gennari, per il rispetto (che ho, almeno io) dovuto al ruolo istituzionale di direttore del Teatro Nazionale di Genova che il regista ricopre, mi sembra giusto dar conto di questa prima nazionale che proprio nel teatro genovese andrà in scena il prossimo ottobre.

Tuttavia, prima di dedicare attenzione allo spettacolo, mi preme una riflessione su tale episodio: chi svolge attività critica, tutt’altro che censoria, si pone per propria stessa vocazione in una posizione mediana tra la componente artistica e quella del pubblico, dunque in prima istanza dichiararne il disinteresse significa non avere a cuore l’attitudine che spettatrici e spettatori di un tale spettacolo portano con sé, desiderando forse un pubblico capace di solo consenso, non di discernimento. E ciò mi sembra diametralmente in opposizione rispetto alla missione dell’arte perché, se questa relazione fallisce, smette proprio di avere un senso logico la parola teatro, che dalla lingua greca conserva la missione del guardare, dell’osservare: il rifiuto di essere esposto allo sguardo non è dunque una contraddizione in purezza? Togliere uno solo dei punti di contatto non impedisce proprio l’azione in sé? Ma, volendo anche ammettere che un regista mantenga questa postura, di certo non si può soprassedere sul fatto che tale regista svolge un ruolo di direzione di un ente pubblico nazionale, evenienza che pone le sue parole, le sue intenzioni, sul piano della responsabilità, affinché non uno tra il pubblico possa dirsi escluso dal dibattito intellettuale e, di conseguenza, dalla propria crescita culturale.
La storia è quella di due donne, una coppia colta durante una mareggiata che provoca un naufragio; quante volte si agisce con leggerezza, quante volte ci si trova a varcare il confine con ciò che si può recuperare. Oppure no. Attorno è il vuoto, forse sono su un’isola, l’adrenalina è alta, lo è anche la difficoltà di trovare qui aiuto e riparo; però sono intere, in fondo è andata bene, si dicono. Ma è davvero così? Sulla scena (nitida nelle scelte di Anna Varaldo) c’è un gommone inclinato, un motore poco distante e tanta acqua, arriva dall’alto e resta sotto i piedi delle due attrici, dall’inizio alla fine. Ma sulle due donne, che indossano lo stesso abito, l’atmosfera nebulosa (grazie alle luci di Francesco Traverso) sembra scendere lenta, ma inesorabile, come la sera: Robyn (Gennari) inizia ad avere dei dubbi, un inquieto presagio si stringe tra i pensieri e la realtà, Hellen (Della Rosa) fa schermo a una cupezza che, tuttavia, sempre di più rivela dei segnali di verità. Cos’è che non torna in questo naufragio? Una donna, che appare in lontananza, rivela con la sola presenza l’emergere di un’altra storia, ancora più terribile: il naufragio, qui presente, forse fa parte del passato; e allora, in quale tempo siamo?

È uno spettacolo intenso, un intrigo subito dirompente, come spesso nella drammaturgia anglosassone; è una storia che si apre concludendo, in apparenza, e che si svela pian piano, ma quando il terribile segreto di questo dialogo affiora alla luce, ecco però che di colpo la drammaturgia perde la propria centralità, si perde ritmo, le due donne – pur sostenute da una recitazione intima ed efficace – girano a vuoto forzando ciò che più volte è stato detto, annaspano in ipotesi e riflessioni sul lutto, si allontano dalla concretezza della relazione e si sfiancano di reciproci singhiozzi. Se il personaggio di Robyn è sapientemente dosato nelle varietà emotive, Hellen subisce maggiormente questo cambiamento ritmico e sembra di contro ancora in via di evoluzione, soprattutto sul piano dei toni, complice anche di certo il ruolo sul confine tra presenza e assenza, tra mondo di qua e di là dalla soglia mortale.
Come già evidenziato in una precedente messa in scena del 2019 di Silvio Peroni, qui da Ilaria Rossini, alcune formule del testo, talvolta incongrue a questa relazione di epoca certamente contemporanea, non riescono a supportare del tutto l’equilibrio e la completa plausibilità del dialogo; complice anche la musica (il piano di Roberta Di Mario, compositrice di fama internazionale), virtuosistica ma incerta se porsi con un ruolo drammaturgico o didascalico, il testo non offre dunque alle due donne una via d’uscita se non quella di continuare a incartarsi nel medesimo disguido dell’essere al mondo, cioè che non si è eterni e si deve trovare il coraggio di lasciarsi andare; ed è un peccato, perché la storia, avvincente ed emozionante, fino all’ora di spettacolo (su una durata complessiva di un’ora e quaranta) sa essere coinvolgente, condurre in una relazione d’amore che travalica se possibile la concretezza dei corpi, l’assiduità talvolta tirannica del presente. Sarebbe bello parlare con il regista, instaurare un dialogo che possa dar conto di una lettura certo parziale ma potenzialmente feconda. Sarebbe bello. Tuttavia.
Simone Nebbia
Visto al Festival di Borgio Verezzi (SV) – Luglio 2026
CI VEDIAMO ALL’ALBA
di Zinnie Harris
traduzione e adattamento Monica Capuani
regia Davide Livermore
con Anna Della Rosa e Linda Gennari
scene e costumi Anna Varaldo
luci Francesco Traverso
musiche Roberta di Mario
produzione Teatro Nazionale di Genova
Leggi la risposta di Davide Livermore












C’e’ che i critici furbescamente li accarezza e li adotta prima dello spettacolo e chi li manda gentilmente a fare in c… questione di feeling.