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Attraversando Avignone. Diario di viaggio on the road

Un reportage di viaggio dal festival di Avignone, a firma del regista Giulio Stasi. Con i racconti degli spettacoli di Julien Gosselin (Maldoror), Daria Deflorian (Che dolore terribile è l’amore), Carolina Bianchi y Cara de Cavalo (Uma Luz Cordial), Tiphaine Raffier (L’hors-présence), Benoit Canteteau (What we talk about when we talk about skateboarding, or how I became a dancer).

Superata la periferia appaiono le mura che circondano il centro storico. Dall’altro lato della strada, il fiume Rhone. Vedo una discesa che porta alla banchina del fiume. Sulla banchina ci sono vari veicoli di servizio e mi sembra un buon posto per parcheggiare attaccati al centro. C’è scritto che il tempo di parcheggio è limitato ma dai veicoli in sosta intuisco che quello spazio vive un po’ fuori dalle regole. Parcheggio e cammino verso l’Opéra Grand Avignon, dove alle 17 va in scena Uma Luz Cordial, di Carolina Bianchi y Cara de Cavalo, terzo capitolo della Trilogia Cadela Força, che rivedrò integralmente la settimana dopo in una maratona teatrale della durata di dieci ore mai messa in scena integralmente.

Scrivere di uno spettacolo di dieci ore è cosa ardua. Si parla di violenza, tema centrale del Festival, in particolare di quella sessuale. Una scritta in scena per gran parte del primo capitolo mette subito in chiaro una cosa: “FUCK CATHARSIS!”. “Fuck catharsis!” perché la violenza sessuale non è cancellabile. È una traccia indelebile dentro al corpo di una donna, di un bambino, di un uomo. Possiamo analizzarla, studiarla antropologicamente, condannarla, dobbiamo conviverci, trovare un modo per andare avanti. Senza purificazioni. Senza salvezza.

Foto Giulio Stasi

Carolina Bianchi ha uno sguardo radicale, complesso, personale, autobiografico sulla questione; si permette di oltrepassare i limiti del gusto, del politically correct, della decenza, della legalità. Mostra campo e controcampo della violenza. Ha con sé un malloppo di oltre 500 pagine di ricerca sull’argomento e inizia lo spettacolo-conferenza. Prima di iniziare versa della polvere in un bicchiere e beve. Scopriremo poco dopo che ha appena assunto Ghb, la “droga dello stupro”. Mi confronto con i miei vicini di seduta che mi assicurano non essere una finzione scenica. Le numerose citazioni del mondo della Performance Art, a partire da Marina Abramovich, che ci hanno abituato a operazioni simili, fugano i miei ultimi dubbi. Carolina porta avanti la conferenza, a partire da un racconto critico del drammatico viaggio/performance di Pippa Bacca; anche in questo caso lo sguardo è originale e senza preconcetti, ad esempio Carolina dà anche voce alle critiche di un certo femminismo sul cattivo gusto di Pippa nella scelta dell’abito da sposa. Carolina resiste allo stordimento della droga finché può, poi si adagia sul tavolo e crolla in un sonno profondo. Da qui il suo collettivo, Cara de Cavalo, prende la scena. Immagini, sessualità esplicita e tanta potenza. L’artista è sempre in scena, addormentata, passiva, in balia delle cure e delle violenze dei suoi performer. A gambe larghe davanti al pubblico viene violata da una microtelecamera che, inserita nella vagina, trasmette in tempo reale le immagini sul gigante schermo di scena. A voler indagare crudamente quella cicatrice indelebile.

Uma Luz Cordial – Capítulo III da Trilogia Cadela Força, Carolina Bianchi, 2026 © Christophe Raynaud de Lage / Festival d’Avignon

Nel secondo atto della trilogia, Bianchi inizia a svegliarsi. Dovrà affrontare, e lo farà, per la prima volta, i due atti della trilogia post Ghb. Nel frattempo, in video, probabile scelta obbligata viste le condizioni fisiche del momento, Carolina sembra rifiutare la proposta di portare in scena, in chiave moderna, un classico come il gabbiano di Anton Checov. E mentre si dichiara incapace di farlo, finisce per rivisitare alcuni dialoghi tra Nina e Kostja, che rivelano brillantemente le dinamiche di sopruso fra l’aspirante giovane attrice e l’aspirante scrittore-regista, in un capolavoro di riscrittura e interpretazione. La protagonista si è ripresa, più o meno, e lo spettacolo prosegue con un’intervista a un finto regista d’avanguardia. Punzecchiato per comportamenti impropri e abuso di potere verso le attrici dei suoi spettacoli, il regista risponde con i banali stereotipi di chi non capisce l’abuso perpetrato. Qui sembra si cerchi un ammiccamento facile al pubblico, che infatti risponde con risate inopportune. Forse l’autrice vuole proprio mettere in scena la banalità di una certa narrazione e di una certa risposta dell’opinione pubblica. Dico forse perché il punto di vista non è mai banale durante il resto dello spettacolo. Non lo è quando cita le ricerche su cani ammaestrati in Sud-America per stuprare le donne in operazioni di pulizia etnica. Non lo è quando una marionetta con voce da bambina riporta sul suo diario le violenze subite dallo zio, il piacere che in parte ne prova. Un crescendo quasi insostenibile che si spalanca per poi rivelare l’anima pure della bambina: “avrebbe” inventato il tutto perché, appassionatasi alla scrittura, voleva aiutare il padre, scrittore di alti ideali e scarso successo. Un’intervista alla televisione brasiliana rivelerebbe poi la vera scrittrice dietro l’eteronimo della bambina. È solo il programma di sala a chiarire che i vari personaggi di questo terzo capitolo, incentrato sulla violenza nell’atto di creazione artistica, sono tutti alter ego della stessa Carolina Bianchi. Così è anche per la scena finale, che chiude la trilogia raccordandosi con il modo in cui era iniziata. Proiettato sul fondale il quadro dipinto da un fantomatico pittore che si sarebbe suicidato con una dose eccessiva di sonniferi e avrebbe affrontato gli ultimi istanti di vita dipingendo il quadro proiettato. Accanto al quadro, la complessa e criptica poesia di Emily Bronte, My Life has stood a Loaded Gun, viene letta e ne viene fatta la perifrasi dall’artista in scena, una poesia che con quella pistola carica puntata verso di sé sembra raccontare meglio di ogni altra scena, la intensa vita e poetica di Carolina Bianchi.

Dieci ore di spettacolo. I tre capitoli iniziano con gli incipit dell’Inferno, del Purgatorio, del Paradiso di Dante. Il sonno di Carolina. Questo spettacolo è stato per gli spettatori e per me un sogno, un incubo, da cui sono riemerso con pochi oscuri ricordi.

E quindi uscimmo. Avignone è un inferno. Le temperature estreme e lo spettacolo di Carolina Bianchi mi spingono a prendere subito un giorno di pausa dal Festival e cercare refrigerio fuori città. Cerco acque balneabili e google mi guida verso Pont du Gard, patrimonio UNESCO, a 30 minuti. Quando arrivo, un grande parcheggio a pagamento, un mare di persone accaldate e l’impressione che sia tutto un baraccone organizzato mi spingono a seguire altri itinerari. Sulla mappa una piccola strada costeggia il fiume. La seguo. Un cancello aperto su una proprietà privata. Le indicazioni verso una reception mi spingono ad entrare. Sono villette immerse in una grande pineta sul fiume probabilmente gestite tramite Airbnb. Indumenti sparsi indicano una presenza umana ma è un’ora pigra e non vedo nessuno in giro. Parcheggio all’ombra e mi dirigo verso il fiume. Sono solo. L’acqua è cristallina e fresca. Essendo molto bassa devo stendermi per immergermi completamente. Lascio ogni appiglio e mi faccio trasportare in questa posizione dalla debole corrente del fiume. Percorro qualche centinaio di metri e penso che tutto sommato quella di Ofelia forse è stata una morte anche dolce. Mi sdraio sulla riva di ciottoli all’ombra di alcuni alberi e mi addormento di sasso. Un rumore di zoccoli sul letto del fiume mi risveglia. Un cavallo bianco sta guadando il fiume per raggiungere l’altra riva e fermarsi all’ombra di una grande parete rocciosa.

Foto Giulio Stasi

La sera sono di nuovo ad Avignone e mi dirigo verso il Mahabharata, lo storico bar del Festival dove ho appuntamento con un regista che conosco via social media. L’accesso è riservato ad artisti e personale del Festival e devo inventare gabole e antani per finalmente entrare. Ma la cosa è umiliante e non ci tornerò più. Conosco un gruppo di ragazzi dello spettacolo L’hors-présence di Tiphaine Raffier che andrò a vedere il giorno dopo.

L’hors-présence, al teatro La FabricA du Festival D’Avignon è un’altra grande produzione, per mezzi tecnici e professionalità. In due ore e mezza si racconta la vita di una famiglia sconvolta dalla malattia terminale di uno dei suoi membri. Il tema trattato, i dialoghi e la direzione degli attori ne fanno uno spettacolo a me ostile. Trovo disturbante e insopportabile il continuo urlarsi addosso dei personaggi, le relazioni tossiche e la scelta di metterle in scena. Nella parte finale, dopo la morte del malato, la casa si trasforma in scene e immagini potenti ed esteticamente molto belle, ma io non riesco più a trovare interesse e attendo gli applausi per scappare dal teatro.

La FabricA è in un quartiere popolare di Avignone. Se il pomeriggio sono parcheggiato al fiume, dove posso anche fare rifornimento d’acqua, così preziosa per la vita in furgone con queste temperature, le notti e le mattine le passo quasi tutte qui, perché è silenzioso e ombreggiato. Sosto davanti a l’Église Saint-Joseph-Travailleur, uno sperduto gioiellino in cemento e rame costruito tra il ‘67 e il ‘69. La banchina e questa chiesa diventano fondali a me familiari in queste due settimane di Festival.

Foto Giulio Stasi

È tempo di visitare il Palazzo dei Papi, che in questi mesi ospita la mostra Relatum di Lee Ufan, artista novantenne sudcoreano. Il palazzo è splendido, maestoso; incastonato sulle rocce rende il centro di Avignone unico al mondo. L’interno, svuotato di tutto, mette in risalto i volumi gotici, i pavimenti e gli affreschi di alcune stanze. Trovo invece le installazioni minimaliste di Lee Ufan, poco interessanti e neanche così minimali. Un strato di pietre di ardesia a coprire il pavimento, con una sorta di zoccolo ai lati e delle piccole sculture, che trovo pleonastiche e quindi il contrario di minimali. In un’altra sala quadri astratti di Lee Ufan che mi comunicano poco o niente. Nei giardini una scultura che ricorda il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, ovvero la riduzione a brand-logo, semplicistico e funzionale al mercato dell’arte, della poetica di un artista ultra-novantenne che ormai ha già detto tutto. Un video di backstage mostra il duro lavoro degli operai per l’allestimento e la riverenza dei collaboratori al progetto verso l’artista.

Maldoror rehearsal, Julien Gosselin, 2026 © Christophe Raynaud de Lage / Festival d’Avignon

Per fortuna la sera, nella storica Cour d’honneur del Palazzo, assisto allo spettacolo più atteso del Festival, ovvero Maldoror di Julien Gosselin. Lo spettacolo inizia alle dieci di sera e finisce che sono quasi le quattro di mattina. Un happening colossale seguito e proiettato in tempo reale da decine di telecamere, in cui finzione e Storia, rappresentazione e reale, performers e pubblico, regia video e tecnica scenica, tutto si fonde. La storia segue la vita dello scrittore Roberto Bolaño nel Cile, nel Sud America e infine nell’Europa degli anni ‘70: le dittature, i desaparecidos, le repressioni, i criminali nazisti rifugiati e protetti da regimi e organismi internazionali corrotti, la vita, la vitalità, le opere, la poesia degli artisti dell’epoca.

Durante il primo intervallo un bar apre sul palco, il pubblico può servirsi e così, quando lo spettacolo riprende, un club sudamericano ospita pubblico e performers in una festa a cui chi è rimasto sugli spalti assiste dal vero e nella sua riproduzione video. Chi è entrato sul palco invece è al centro di un set cinematografico in cui lo spettacolo scorre come un film girato e montato in tempo reale. Nel fondere poetica e tecnica di rappresentazione lo spettacolo forse non raggiunge l’altezza di un’altra simile grande produzione internazionale, Rohtko di Lukasz Twarkowski, che si interroga proprio sul reale e sulla sua copia, ma probabilmente lo supera per complessità tecnica e narrativa. Nell’ultima parte la malattia di Bolaño, i suoi deliri creativi, la sua vita reale, le sue avventure, le sue azioni politiche, la sua scrittura, tutte si fondono in scena, per cui risulta difficile distinguere la biografia dai racconti fantastici dello scrittore: forse questo è il momento poetico più alto dello spettacolo. È in questa parte che con continui riferimenti alla poesia francese il testo celebra il viaggiare, ultima fuga, per superare la malattia, il sesso, l’arte stessa.

Il regista di Maldoror è Julien Gosslin, 39 anni, direttore del Théâtre de l’Odéon di Parigi dal 2024. Non penso ci sia da aggiungere altro per chi conosce le età e le regie dei direttori dei grandi teatri in Italia. Una versione dello spettacolo adattata a video e ridotta a 3 ore è disponibile su arte.tv https://www.arte.tv/fr/videos/133353-000-A/maldoror/

Foto Giulio Stasi

Nel caldo torrido di Avignone cerco una farmacia. Sono quasi le 19. Ai primi due indirizzi segnalati da google maps non trovo niente. La prima farmacia che incontro mi abbassa la saracinesca davanti e a nulla vale il mio bussare. Quando finalmente ne trovo una aperta prendo il numero e aspetto il mio turno in una lunga fila. Nel tragitto, come tutti i giorni, sono assalito dalla promozione degli spettacoli del Festival Off di Avignone, il festival più povero che scorre parallelo a quello ufficiale e in cui sgomitano tanti artisti per cercare un po’ di visibilità. Categorie protette che vendono servizi essenziali. E il teatro, un mercato selvaggio, in cui i più deboli soccombono.

Le locandine dell’Off invadono i muri della cittadina francese. Mi colpisce quella di What we talk about when we talk about skateboarding, or how I became a dancer. Sono le 11 di mattina quando entro nel piccolo spazio “WORKSHOP (The) (Handling)”. In scena Benoit Canteteau attraversa il palco in lungo e in largo con la sua tavola. Benoit è un Regular. Io sono un Goofy. Se si è Regular o Goofy è qualcosa di cui credo tutti dovrebbero avere coscienza perché non è solo una questione di skateboard, surf e snowboard, ma ha a che vedere con tutte le relazioni fra l’essere umano e lo spazio: il modo in cui si affrontano gli ostacoli, il modo in cui si da un bacio, il lato del letto che si preferisce, le curve, destre o sinistre, che guidando si sentono più naturali, tutto è diverso e opposto a seconda che siate Regular o Goofy.

Si spengono le luci di sala e inizia lo spettacolo. Benoit effettua alcuni trick sugli oggetti di scena, figure geometriche solide, che nel corso dello spettacolo si presteranno ad usi differenti. Benoit è sulla quarantina. Ci racconta dell’incontro da preadolescente con il mondo dello skateboard, dell’entusiasmo, delle prime competizioni, i contest, e di quell’incidente che lo ha allontanato dal mondo agonistico per sempre. E così ha incontrato la danza. E così anche in scena scende dalla tavola e continua senza rotelle sotto ai piedi in una meravigliosa trasformazione da bruco a crisalide a farfalla. La sua è una danza originale e bellissima, si fonde con le parole, è sincera e senza protezioni, emozionante ma mai ammiccante. Quando lotta per liberarsi della felpa ricevuta nel primo contest, il capo di abbigliamento a cui era più legato, e dal quale deve separarsi per continuare a vivere arriva a toccare quella parte della testa dietro il palato da cui nascono le lacrime. Siamo in molti a commuoverci e non sarà l’unica volta in quei 50 minuti di spettacolo che scorrono veloci quasi avessero sotto delle rotelle. Accanto ai momenti più emozionanti si affiancano altri più riflessivi, in particolare sulla visione del mondo, dell’architettura urbana. che gli skateboarder sovvertono per superane la funzione commerciale e predisposta dall’alto. Un inno alla libertà, a uno sguardo diverso sulle cose. Anche la danza di Benoit non ha niente a che vedere con quei movimenti codificati e commercializzati che trasformano l’underground in mainstream, quelli che vediamo in tanti videoclip musicali per intenderci, e rimane sempre personalissima. Verso la fine dello spettacolo Benoit riprende la tavola, per raccontare la formazione alla tenacia che ha imparato dal provare fino allo sfinimento i trick più difficili. E così ne prova uno in scena, un ollie flip. Ci vorranno almeno venti o più tentativi. E quando ormai la cosa diventa quasi insostenibile, sfinente, per lui e per gli spettatori, il trick riesce e il pubblico esulta come se fosse un gol in finale di Coppa del Mondo. “Prova ancora. Sbaglia ancora. Sbaglia meglio”: sono le parole di Samuel Beckett che leggiamo sul dietro della sua t-shirt. Lo skateboard, la danza, il teatro, tutto per Benoit è stato un modo di guardare e danzare con il mondo.

Foto Giulio Stasi

Il giorno seguente sono ancora alla ricerca di acque fresche. Mi fermo a visitare una serra tropicale per farfalle. Ce ne sono di tutti i tipi e i fiori tropicali su cui si posano sono bellissimi. Eppure mi sembra che non gradiscano la presenza umana, difficilmente si avvicinano. Alcune sono ferme sul soffitto opalescente da cui entra la luce. Entra una ragazza con un vestito bianco e i capelli d’oro. Una farfalla si posa sotto la sua spalla vicino al collo. Lei sorride e il suo sorriso si espande e vola per tutta la serra.

È domenica e raggiungo una piscina comunale che avevo intravisto entrando ad Avignone. È in un quartiere popolare. Aveva catturato la mia attenzione per il complesso di pedane che svettano da fuori e spero ci si possa tuffare. La security negli spogliatoi obbliga le persone a togliersi i vestiti ed entrare negli spazi della piscina con solo il costume addosso. Lo fanno con me e altre ragazze che stanno entrando. È un’azione violenta e perversa, un abuso di potere al quale reagisco opponendomi, ma alla fine siamo costretti ad obbedire e ci dobbiamo togliere i vestiti davanti a loro. Poi dentro ci si può rivestire, è una piscina estiva con spazi all’aperto, bar. Dalle pedane non ci si può tuffare, hanno tolto le scale. Oggetto di restyling e private della loro originaria funzione, sono state trasformate in logo e brand del complesso recentemente restaurato. I bagnanti boccheggiano e si annoiano sotto lo sguardo severo, coperto da occhiali da sole, della security presente ovunque a bordo piscina. Il personale della security è tutto afrodiscendente. I bagnanti una fotografia del quartiere. L’acqua è bollente, sopra i trenta gradi. Insomma, anche qui, l’inferno.

Nel tardo pomeriggio sono di nuovo sulla banchina a bordo fiume. Mi faccio la doccia con il tubo sul molo. Parlo con una signora che ha la barca attraccata. Viene da Monaco di Baviera. In barca. A Marsiglia le monteranno l’albero e conta di veleggiare fino in Grecia. Scopro così che in Europa esiste un dedalo di fiumi e canali navigabili che unisce la Germania con il Mediterraneo.

Foto Giulio Stasi

Mi avvio in centro città. Mentre osservo alcune locandine un ragazzone mi chiede se mi piace la poesia e se può improvvisarne una per me. Di solito sfuggo alla invadente promozione dell’Off con lo sguardo basso ma stavolta, preso di sorpresa, accetto. Mi chiede di dirgli le prime due parole che mi passano in mente gli dico “Chevaux” e “Sexe”, lui mi guarda fisso in silenzio e poi inizia a sciorinare parole con una metrica libera e contemporanea, a volte rimata, quasi un rap ma delicato; non capisco bene il significato ma verso la fine i cavalli e il sesso arrivano. Mi complimento, lo ringrazio, e capendo che non sta promuovendo nessun spettacolo gli chiedo se posso dargli qualcosa. Immagino che lui rappresenti l’Off dell’Off e si sia organizzato così. Mi risponde gentilmente “No, pas du tout” e se ne va. Io rimango immobile di fronte al momento più poetico di tutta la mia permanenza ad Avignone.

Che dolore terribile è l’amore, Daria Deflorian, 2026 © Christophe Raynaud de Lage / Festival d’Avignon

Ho raggiunto il bellissimo Cloitre des Carmes, storico spazio del Festival ricavato dalla corte di un ex-monastero quattrocentesco. Il teatro, gremito, attende lo spettacolo di Daria Deflorian Che dolore terribile è l’amore, adattamento teatrale del romanzo Non Dico Addio, della scrittrice sudcoreana, Premio Nobel per la Letteratura nel 2024, Han Kang. In scena con e dirette da Daria, Monica Piseddu e Anna Coppola. Lo spazio è occupato da grandi tronchi, di quelli che si usavano in certe costruzioni come fondamenta. Sono vecchi e bruciacchiati alle estremità. Credo di ricordare una musica minimale. Nel teatro all’aperto entreranno lontane anche le grida del pubblico di Francia – Spagna, semifinale di Coppa del Mondo, ma non saranno un grande disturbo anzi in qualche modo si integreranno con il racconto che piano piano si snoda dalla voce delle attrici. Come fossero echi di rivolte e disordini lontani. O forse echi di vite. La prima ad apparire è Daria Deflorian. La sua personalissima e intensa recitazione, i suoni, le luci, la scena, il racconto che si compone molto lentamente, creano un’atmosfera che ricorda certi film di David Lynch. Ma l’inquietudine è più cruda, scura e deprimente. C’è un piccolo uccellino chiuso in una gabbietta da salvare. La sua padrona è stata ricoverata d’urgenza in ospedale e da solo sta andando incontro a morte certa. Questa corsa contro il tempo attraverso montagne innevate si rivela un espediente narrativo detonante nell’aprire la sensibilità del pubblico verso fatti storici terribili di cui quella casa e le persone che vi hanno vissuto, sono state testimoni. Siamo a Jeju, in Corea, nel 1948. L’isola si è ribellata alla divisione della Corea voluta da Russia e Stati Uniti e si è guadagnata a Seul l’appellativo di “isola rossa”, covo di Comunisti. Nel Novembre del ‘48 il governo sudcoreano, appoggiato dagli Stati Uniti e da altre milizie, dichiara la legge marziale e inizia la strategia della terra bruciata: interi villaggi dell’entroterra dell’isola vengono dati alle fiamme e più di 30.000 persone, inclusi bambini e anziani, vengono giustiziati. Un numero tragicamente attuale. Il racconto diventa straziante e si sofferma su quanto visto e ascoltato, nascosti in quella casa. I suoni degli spari, ripetuti, interminabili. Ogni sparo associato alla fine della vita di un essere umano, improvvisamente interrotta…

Giulio Stasi

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