A Valle Cascia in provincia di Macerata, da ben otto edizioni si svolge un essoterico e libertario festival di poesia e arti dal vivo: I Fumi della Fornace. Prende il nome dal forno per laterizi oggi chiuso ma la cui tossicità è assurta come emblema di tutte le storture del mondo.
Più che una festa è un assedio, un accampamento, un fortilizio, un blocco urbano, un maniero allargato e ospitale, un baluardo barbarico, un campo d’assalto, una roccaforte artificiale, una muraglia di carta o anche un campeggio hippy, un semplice raduno di scioperati, un attendamento paramilitare (ma senza divise né insegne, né armi per carità…), forse un camping estivo sotto le stelle (con tanto di tendone super professionale prestato dalle sagre più ricche qui intorno, che salva dagli acquazzoni più molesti e intensi, e che pure in quest’afa ci sono), la piazzaforte di un esercito di scout ma (a dio piacendo) senza gli scout, ma anche una trincea di scappati di casa, una barricata di un manipolo di mohicani, insomma un fortino del lontano Far West preso e occupato dagli indiani di più tribù che accendono fuochi e mandano fra loro segnali di fumo (e si capisce: con la Fornace ormai in disuso…).
Qui a Valle Cascia, nel culo delle Marche, tra Montecassiano e i vasti campi tra dorsali montuose e pendii scoscesi, lontano da tutto e da tutti, un irraggiungibile Festival di poesia e performance, I Fumi della Fornace organizzato dalla Associazione Congerie, manda ormai da otto edizioni questi novissimi sbuffi di nuvole: la parola è innamorata, la poesia è tutta la vita e il futuro è già qui che svapora, mentre ce lo raccontano. Quest’anno a partire dal tema, con Furio Jesi, La Festa Perpetua. Tutti giovanissimi, tutti con la testa piena di libri, hanno letteralmente allungato le mani su questa loro terra, impestata dai fumi di una fornace tossica (La Smorlesi, piena di amianto) e ne hanno fatto bandiera di tutte le storture del mondo. Nessuna doglianza generazionale, nessun vocabolario stereotipato, nessuna verbosa rivendicazione né parole d’ordine, però. Solo inventio ed elocutio a ripensare la festa (e pure a come lasciarla) perché qui non si fanno i conti in tasca al prossimo: si legge poesia, si vende poesia, si pensa poesia (anche attraverso la radio la musica la performance e i molti laboratorî). E così, tutti sospesi nel testo dell’altro, i felici molti di questo piccolo esercito provano a pensare a come raddrizzare i torti.
Mi sono laureato con un gigante degli studî sul barocco in Italia eppure non potevamo nemmeno avvicinarci al suo studio se non avevamo letta tutta (ma dico tutta-tutta) la poesia del Novecento: Elisa Biagini (che partecipa a uno degli incontri poetici pomeridiani) mi dice che comprende benissimo questa idea che la poesia sia la chiave, il faro o la bussola per meglio ribaltare i guasti della Storia e scardinare i finti fasti dell’hoggidí. (Lettore superstizioso, non temere, resta con me: era l’opera di uno smaliziato barocco, Secondo Lancellotti, L’hoggidì ovvero il mondo non peggiore né più calamitoso del passato, Venezia 1623, e significa che è inutile lamentarsi delle magnifiche sorti e progressive rimandando per frode ai bei tempi andati: bello no?). Lei stessa legge, durante un incontro e così come dal niente, La discenderia (da L’intravisto, Einaudi, 2024), e già mi sembra zero il mio scassato viaggio per le sfasciate ferrovie salviniane.
L’indaffarato e indemoniato padrone di casa, ma sempre cortese e garbato, armato di una intelligenza senza cerimonie, vasta come tutta la tela di Penelope, è Giorgiomaria Cornelio, scrittore e poeta: scorre sottile tra i tavoli di discussione, prende parola su tutto sempre con garbo e sempre con cura, sempre nel dettaglio, mai tirando via come se fosse un obbligo o un onere, un po’ Jo March di Piccole Donne e un po’ ribelle dal-buon-cuore alla Tom Sawyer, dialoga con tutti i filistei da lui invitati agli incontri (sottoscritto compreso), in ciabattine e crop top e i piedi nerissimi e gli occhi stanchissimi (perché qui tutti fanno tutto), senza schivare la complessità, gettando ponti con l’inspiegabile e pure con l’oscuro: qui c’è posto per tutto e tutti, tranne che per stanche formule e replicati pregiudizi (e polemichette estive, un po’ acchiappacitrulli). E poi raggruppa tutti noi barbari convenuti e ci consegna felici alle varie proposte performative, predisposte cum grano salis insieme a Giulia Pigliapoco, che saviamente tutto sorveglia.
In questo intenso programma di poesia diffusa, piantonato da un magnifico tazebao (La festa di Ismaele Nones) calato dall’ultimo piano di un adiacente palazzo, intercetto Ludovico Paladini in un bric-a-brac post-festa che resiste al ritorno del giorno (Un po’ di notte all’alba), e poi uno ieratico, baritonale, mezzo Muftì e mezzo Simeone Stilita (il Vecchio), Michele Di Stefano che seduto immobile davanti a un microfono da tavolo declina una radio impossibile su registrazioni improbabili (ma tutte credibilissime, e pure bellissime) di un mondo di suoni e rumori e trambusti collazionati in giro per mille continenti e riuniti poi in palinsesto nel vinile L’altro hotel per la serie Xong Collection – dischi d’artista, progettata e realizzata da Xing di Silvia Fanti e Daniele Gasparinetti. Un ascolto intensificato dalle incursioni danzate, un po’ travestite per tutte queste alluse alterità, di Francesca Linnea Ugolini, risolutiva. Vedo anche Descantar. Primo movimento di Cornelio, che senz’altro sta maturando una più piena consapevolezza spaziale della scena, anche se le immagini (tutte autobiografiche, in una messa a nudo che non si fa disincanto), spesso incompiute spesso infantili, ancóra non si generano da una parola che è invece sempre alta, scolpita, che tutte le trascende. E così il dettato performativo resta senza alcuna organizzazione, e alla fine nell’orrenda mazurka (di Periferia, di Raoul Casadei, nientemeno…) che chiude, non scontenta (e invece dovrebbe) proprio nessuno. Infine: questi figli di Magdalo Mussio e di mille altre fenomenologie scritturali di questo territorio, ai Fumi assemblano già un futuro che è tutto un fitto e proficuo andirivieni tra fantasmi e possessioni.
Stefano Tomassini











