Questa recensione fa parte di Cordelia di giugno-luglio 26

«Facciamo finta». Una voce calda ci invita in uno spazio sospeso, tagliato da fasci di luce che fendono l’aria aprendo squarci di realtà circoscritta, rivelazioni improvvise. Flora (Silvia Lodi) lo attraversa nella penombra, molle sulle gambe, percorrendo traiettorie invisibili ma segnate come il suo destino. In questo incedere incerto è racchiusa la sua storia, quella di una madre che ha perso i suoi figli per mano del marito Anteo, ora in carcere. Un cubo circoscrive l’orbita di Viola (Isadora Angelini), eccentrica psicologa vestita di velluto e brillantini, il gin in una mano e vani consigli sulla bocca. Flora le finisce davanti, tappa obbligata di una vita in cui non ha deciso niente; recita la parte della paziente. Scoprirà che solo il suo corpo può darle delle risposte, nel modo in cui le permette o le impedisce di esistere, di allinearsi con un’identità che ha abbandonato sulla stessa soglia dalla quale, scappando, ha lasciato i suoi figli in mano al loro carnefice. Anteo – Giuseppe Semeraro, il corpo rigido, puntellato da un bastone come una rockstar in decadenza – è la tappa inevitabile del cammino di Flora, il luogo paradossale dove sciogliere i nodi del trauma. Flora gli sta davanti sospesa su uno scomodo sgabello, mentre uno scanzonato motivo manouche torna a più riprese a rompere il ritmo, come a scuotere il palco da quella coltre di polvere che tuttavia resterà sospesa fino alla fine. L’intreccio, preso in prestito dal romanzo di Alice Munro Dimensions, incontra nella drammaturgia e regia di Rita Frongia il gioco del teatro più essenziale: luogo della fantasticazione, di una finzione che veste di paillettes il dolore, dove un gesto può racchiudere il senso di un’intera esistenza. È la stessa voce della regista a sciogliere la funzione: abbiamo fatto finta, insieme. Sullo sfondo, in voluta penombra, Gianluca Balducci ha assistito al rito imbracciando una chitarra che finalmente, dopo essersi limitata a fare il verso a quel Bistro Fada riprodotto dalle casse, si libera in un flamenco tragico, l’ultima tappa: dolore sublimato in musica. (Sabrina Fasanella)
Visto in prima nazionale all’Ex Rimessa Carrozze di Pergine – Pergine Festival 2026 Regia e Drammaturgia Rita Frongia. Con Isadora Angelini, Gianluca Balducci, Silvia Lodi, Giuseppe Semeraro. Scene/luci/assistenza tecnica Gianluca Balducci. Elaborazioni Sonore Rita Frongia. Produzione Drama Teatro – Principio Attivo Teatro










