Questa recensione fa parte di Cordelia di giugno-luglio 26
Tra i lavori più intimi e poetici intercettati nei sei giorni a Santarcangelo Festival, In relation to whom? espone il corpo a un’indagine radicale sulla memoria, su quanto si è appreso e su quanto, invece, sia possibile dimenticare. Il lavoro di Marah Haj Hussein e Nur Garabli, entrambe originarie di territori della Palestina occupata – Kofor Yassif e Yaffa -, prende avvio da uno studio sul movimento per sottrarre il corpo agli automatismi sottesi all’apprendimento delle tecniche di militarizzazione, ma anche a quelle della danza. Forme di addestramento alle quali le performer provano a sostituire un linguaggio nuovo, originale, capace di stanare le più profonde manifestazioni legate a una storia personale e collettiva segnata da una violenza sistemica. «Se facciamo l’esercizio di vedere questo popolo organicamente, come un corpo che ha resistito con tutte le sue forze» – scrive Francesca Albanese in Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina – comprendiamo ancor di più l’urgenza di ricostruire, reinventare un linguaggio, capace di coniugare la ricerca artistica con una memoria più identitaria e collettiva. Per tutto il tempo, schierati, tra le performer e il pubblico, lo spazio scenico è occupato da soldatini che, come in un gioco di dadi, vengono talvolta rimescolati nelle loro statiche posizioni. Corpi reificati che, come pedine, vengono addestrati a «disegnare sorrisi finti sulla faccia», all’annientamento della propria e dell’altrui identità. In Palestina l’infanzia è una bugia, e i piedi diventano due lune per camminare in assenza di gravità in un territorio non più tuo: la luce è fievole, la ricerca dell’autenticità del movimento va cercata altrove, in una memoria più lontana. Il telo bianco, rovesciato ed esposto sul lato finora nascosto, mostra un nuovo gioco di luci e ombre: onde piccole, leggere e lucenti trasportano nello specchio d’acqua la possibilità di recuperare un movimento originario. Vivido nella sua semplicità, come il gesto del lavaggio dei capelli (che ci riporta all’immagine iconica del film Lo specchio, in cui Tarkovskij inserisce memorie personali in uno scenario storico più ampio): un viaggio onirico per ricercare, insieme, la verità come forma di resistenza. (Giusi De Santis)
Visto al Teatro Il Lavatoio – Santarcangelo Festival. Concept, interpretazione: Marah Haj Hussein, Nur Garabli; Drammaturgia, collaborazione artistica: Krystel Khoury; Light design: Pôl Seif; Scenografia: Agnese Forlani; Composizione, esecuzione musicale: Verena Rizzo; Tecnico del suono: Korin Rizzo; Costumi: Smila Zinecker; Responsabile di produzione: Ehren Verrelst: Produzione: Monty; Coproduzione: Kunstencentrum BUDA, Saraya Theater, Theater Rotterdam, Points communs, Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise / Val-d’Oise, Fondation Royaumont, EPPGHV La Villette, Centre national de la danse (CND), De Singel, La Briqueterie CDCN, Les Halles de Schaerbeek, Frascati Producties, Le Maillon, Théâtre de Strasbourg; Con il sostegno di: Ammodo, De Vlaamse Overheid; un ringraziamento a Rabeah Morkus Dance Studio (Kofor Yasif), The Work Room (Glasgow) Battersea Arts Centre (London), KAAP (Bruges), Hana Dance House (Haifa)










