Questa recensione fa parte di Cordelia di giugno-luglio 26

È un inizio folgorante quello dell’Antigone di Alan Lucien Øyen, tra le scene più emotivamente coinvolgenti di uno spettacolo che ha il merito, nonostante alcuni momenti meno incisivi, di non fare pesare le sue tre ore. Si scosta il sipario del Teatro Argentina e sul palco solo sette pannelli mobili, sette porte a ricordare le radici della battaglia dei Sette a Tebe da cui derivano le conseguenze della tragedia e poi, al centro dell’emiciclo, una figura, impiccata.Sta lì, appesa a lungo, immobile, anche quando entrano due figure intente a parlare dello spazio che le circonda, di quanto sia successo alla città, della fatica tutta contemporanea di resistere ai piccoli e ai tremendi drammi della vita, in un gioco straniante dove tutto arriva in tono piano e calmo, mentre al centro della piazza c’è un morto, come se non segnasse il loro sguardo. A coloro che sanno la storia della figlia di Edipo – che ha voluto seppellire il fratello Polinice contro la volontà del re, segnando così la sua fine materiale in una lotta tra potere di stato e diritto morale – quel corpo potrebbe essere il fratello dileggiato o Antigone stessa. Il disorientamento perdura finché non si accetta che la volontà del coreografo e regista norvegese non è quella di recuperare il testo, nemmeno di riscriverne la struttura drammaturgica, ma di coglierne alcune questioni, intrecciando parole – poche – con un teatro danza di chiara derivazione Bauschiana. Non un vezzo quanto la volontà di utilizzare modalità vicine a quelle dei diversi danzatori provenienti dal Wuppertal Tanztheater qui presenti, con piccoli riti quotidiani, danze che sono conforto, gioco, lotta, confine, ricordo, pietà. Il caleidoscopio di situazioni create affronta anche tante questioni incisive – come l’elenco di donne che sono state oggetto di violenza nel corso della storia e dei miti – ma che prendono solo il pretesto dell’opera, con il risultato di spostare un po’ troppo la riflessione da quello che è il cuore dell’archetipo-Antigone, da cui si allontana spesso e volentieri, nel tentativo di intrecciare troppi fili senza tuttavia sbrogliare del tutto la tela. Ciononostante ci sono scene di intensa bellezza, dove si attiva un fecondo cortocircuito di senso tra le storie attivate, le azioni coreutiche, quelle più teatrali e lo spazio stesso. (Viviana Raciti)
Visto al Teatro Argentina. Regia e coreografia Alan Lucien Øyen | con Enoch Grubb, Indra Lorentzen, Pascal Marty, Riley O’Flynn, Nazareth Panadero, Julie Shanahan, Fernando Suels Mendoza, Lee-Yuan Tu, Meng-Ke Wu | produzione Winter Guests | coproduzione con Teatro di Roma – Teatro Nazionale The Norwegian Opera and Ballet Centro Servizi Culturali Santa Chiara | con il sostegno di Arts Council Norway, Città di Bergen













