Questa recensione fa parte di Cordelia di giugno-luglio 26

Con la spiaggia e il mare alle spalle della scena, indagare «la vita oltre le onde»: un affondamento simbolico per inseguire una distanza (dal suolo) che è forse una un po’ romanzesca ascesa (sul pennone più alto, a vistare il futuro; o più semplicemente, per godere estatici la linea dell’orizzonte). È Fortuna. Naufragio all’inverso di Piergiorgio Milano, in scena con Viviane Miehe e il musicista/cantante Steeve Eton che agisce come un vero contrappunto sonoro (spesso anche visivo), visto al Teatro del Mare di Soverato, per IRA Festival. Al centro una «struttura autoportante» (costruita da Florian Wenger) che incrocia quattro pilastri verticali: ciò che resta del sistema velico di una imbarcazione che «giace sul fondo dell’oceano». I due performer, estremamente acrobatici, mai inutilmente circensi, in termini di movimento qui giocano le carte migliori: sono corpi che scivolano senza peso sulle strutture dismesse, corpi appesi al tempo sospeso del disastro, anime senza suolo che oscillano nel ritmo per difficili equilibrî, in una idea di abisso e perdita come da animare e occupare in tutta la sua estensione. Poi, dopo un (troppo) lungo spazio solistico del musicista, riprende frenetica invece la ricostruzione di questa imbarcazione rediviva, con il ripristino delle quattro vele bianche ammainate, e l’intensa preparazione di una ripartenza. Più in generale, l’ossessiva consegna della specularità del movimento dei due interpreti pone un limite compositivo (di assimilazione/fagocitazione del corpo e della presenza dell’altro) che andrebbe superato. Le corde sono ovunque, tirate o riavvolte o solo appoggiate intorno come mero decoro. Il peso di due ancore viene spostato di pilone in pilone per mantenere nel carico il nuovo bilico. Allora questo diluvio si prolunga nel suo inverso, ma tanto finale affaccendarsi però non compensa l’idea che il tempo ristabilito, la via ritrovata, la partenza riallestita altro non siano che variazioni del ritorno al medesimo, la difficile fuga dal proprio orizzonte, l’incaglio della permanenza. (Stefano Tomassini)
Visto a Ira Festival ideazione, direzione e coreografia Piergiorgio Milano con Viviane Miehe, Piergiorgio Milano musiche originali dal vivo Steeve Eton costumi Carine Grimonpont scenografia Piergiorgio Milano costruzione struttura Florian Wenger supervisione struttura Louis Schwartz luci Alberto Ciafardoni video e aiuto regia Florent Hamon un ringraziamento speciale a Lucia Brusadin, Mad Beltrami e Claudio Stellato produzione Marta Gallo – Gelsomina / Orbita|Spellbound diffusione Orbita|Spellbound













