Questa recensione fa parte di Cordelia di aprile 26

Niente è assoluto. Viviamo circondati da credenze, convincimenti che spesso riteniamo incrollabili; li opponiamo ad altri punti di vista accusandone il dogmatismo. Eppure, non è detto che non sia la nostra opinione a non essere parziale o illusoria. In Valeria e Youssef, regia di Andrea Chiodi da testo di Angela Dematté, la contrapposizione è tra una madre, Valeria (Mariangela Granelli), e un figlio, Youssef (Ugo Fiore). La loro storia è reale, ed è stata già raccontata dalla prima, Valeria Collina, in In nome di chi (Rizzoli). È la storia di un fallito tentativo di riconoscimento, avanzato tra due ibridi che non riescono a comprendersi fino in fondo. Da un lato, Valeria è una donna che sì abbraccia un nuovo culto, ma al contempo vi contrappone la propria cultura più incline, nella sua ottica, al razionalismo, alla comprensione dell’ironia e del senso profondo di una metafora (che poi i musulmani non possiedano queste qualità, è tutta da vedere; e certo non è detto che siano virtù di tutti gli occidentali). Dall’altra parte, Youssef, più che essere una persona di fede musulmana, è un giovane disadattato, con difficoltà di relazione tali da spingerlo a un progetto terrorista suicida. Tra i due si stabilisce un non-dialogo, in cui neppure i tentativi di tenerezza o di compromesso, tentati soprattutto dalla madre, consentono il raggiungimento di una possibile definizione; d’altronde, già nel proemio, Granelli aveva anticipato l’impossibilità di pervenirvi. In una costante variazione di piani temporali (quello del racconto, quello della finzione drammatica, quello dei fatti realmente accaduti), la storia di questa famiglia si svolge tra pareti domestiche da cui, nonostante un’apertura al centro, difficilmente si riesce ad uscire (bella scena di Guido Buganza); l’unica finestra sul mondo è uno schermo (video di Sergio Fabio Ferrari) da cui il giovane viene intercettato, intrappolato e indotto a un sacrificio per noi insensato. La regia, di apprezzabile sobrietà, affida tutta la costruzione dello spazio alla relazione tra i due, ora in opposizione ai poli della scena, ora vicini in momenti di affetto o rabbia che tuttavia mai sembrano raggiungere un culmine effettivo. I toni rimangono abbastanza contenuti e i momenti di maggiore conflitto appena sforzati. Nonostante la convincente naturalezza di Granelli, i personaggi risultano talvolta appiattiti in una bidimensionalità che non sempre ne restituisce la più complessa ostinazione ideologica. (Tiziana Bonsignore).
Visto in Sala Strehler, Teatro Biondo, Palermo. Crediti: di Angela Dematté con Mariangela Granelli e Ugo Fiore regia Andrea Chiodi scene Guido Buganza luci Cesare Agoni costumi Ilaria Ariemme













