A Carrozzerie n.o.t. è andato in scena Phantom Head_and the rest of the body too di Miguel Bonneville per la lettura a cura di PierGiuseppe Di Tanno. Un testo per il presente tra scena e realtà
In questi giorni, abbiamo assistito a un deplorevole spettacolo in cui potere temporale e spirituale si sono fronteggiati in uno scontro senza precedenti. Dopo una fase di attacchi rivolti a Papa Leone XIV che hanno travalicato ogni logica diplomatica, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato, e poi rimosso, sul suo social Truth, un’immagine creata con l’intelligenza artificiale in cui veniva raffigurato come il Salvatore. Sappiamo già quanto il presidente professi la dottrina neo-pentecostale evangelica definita come la «teologia della prosperità» ma in questo caso l’orrore non è tanto, e non solo, che un megalomane guerrafondaio si possa paragonare al guaritore dei mali del mondo quanto è aberrante la libertà con la quale questa stessa immagine sia stata creata e diffusa. Quel micidiale delirio suprematista che può permettersi di tutto ignorando i principi costituitivi delle democrazie, alcune democrazie illiberali, e imponendo un dominio comunicativo e colonialista che dalle immagini si esplicita in dichiarazioni e atti di guerra e quindi in scempio di civili. Soccombiamo inermi a un’incoerenza distruttrice, a una religione della forza, a un potere impunito su qualsiasi piano, sia esso politico, etico, giudiziario, normativo, concettuale, filosofico e, non lo credevamo fino all’altro giorno, anche spirituale. È molto alto il rischio di un’assuefazione ai toni comunicativi incendiari e imperialisti di Trump, soprattutto se la nostra percezione è quella di chi vive in un Occidente spettatore attonito della violenza di simili dichiarazioni e del loro impatto distruttivo in Medio Oriente, e oltre. Su questo crinale si dissolve ogni cognizione di stabilità, ogni convinzione resta abbarbicata a un sistema di idee ora in macerie.
Questo è il presente che entra con noi in sala, nello spazio di Carrozzerie n.o.t., per assistere a Phantom Head_and the rest of the body too lettura a cura del performer PierGiuseppe Di Tanno del testo dell’artista portoghese Miguel Bonneville, che speriamo possa trovare a breve una pubblicazione. Miguel Bonneville ha fatto dell’autobiografia il perno della sua ricerca sperimentando il tema attraverso opere di autofiction e esobiografia incentrate sulla decostruzione e ricostruzione dell’identità. Non solo teatro e arte performativa però, la sua è un’azione artistica transdisciplinare che si esprime anche nelle forme del disegno, fotografia, film, musica e libri. Dal 2018 al 2023 ha preso parte alla direzione artistica del Teatro do Silêncio e ha partecipato a diverse residenze artistiche internazionali e collaborato con diverse realtà nel campo dell’arte contemporanea e della danza. Anche PierGiuseppe Di Tanno lavora al confine tra le diverse arti, tra teatro, cinema, performance, danza, danza Butō, con Roberto Latini, Davide Iodice, Industria Indipendente, Giancarlo Sepe, Paolo Magelli e con maestri quali Masaki Iwana, Constanza Macras, Gabriela Carrizo, Jan Lauwers.
In un’ora e undici minuti di «conferenza», così chiamata nel testo, ci immergiamo in una finissima ricognizione dei confini tra spiritualità e politica, tra arte e società, tra religiosità e patologia, tra trauma e resistenza. La disperazione di un’attualità indecente e indefinita precipita nella domanda fulcro di questa indagine, punto di partenza e forse di arrivo di uno stato dell’essere: «che cos’è, o che cosa può essere, un santo oggi?». Alla quale, nel buio della sala, rispondiamo, ponendoci sulla difensiva, dapprima tra noi: «chi lo dice che abbiamo bisogno di appellarci a un santo oggi?». Non facciamo in tempo a elaborare un simile ragionamento che PierGiuseppe Di Tanno – seduto con le gambe sotto al tavolo al centro della scena – continua leggendo dal pc acceso le parole di Bonneville: «questa domanda è nata mentre leggevo il libro Attesa di Dio di Simone Weil; più precisamente, mentre leggevo questo passo: ‘oggi non basta essere santi. occorre la santità che il momento presente esige, una santità nuova, anch’essa senza precedenti’».
Senza precedenti. La stessa espressione usata all’inizio di questo articolo e abusata mediaticamente da chiunque; testamento di una fase storica consapevole di una transizione in atto che prescinde dal passato, senza un prima, bisognosa di creare nuove categorie per analizzare il presente. Illuminato da un faro che incornicia la sua figura fino al busto, Di Tanno dice il testo di Bonneville lavorando in sottrazione. La sua espressività non commenta le parole declamate ma “le porta” con umiltà e religiosa reverenza consegnandole al pubblico che ascolta. È un esercizio di postura minimale, privo di esaltazione ma magniloquente, denso di riguardo verso il pensiero di Bonneville. Il quale ha sì scritto questo testo che si inserisce nel suo più recente progetto seriale intitolato Animali paesaggi e santi ma ha anche deciso di non essere lui a portarlo fisicamente in scena, di delegare a un altro corpo la presenza. Una scelta che interessa la sua poetica da una decina d’anni ormai riassunta in un passaggio: «leggendo Blanchot, mi sono imbattuto nell’esobiografia – una biografia che non è propriamente “mia”, ma che si scrive fuori di me – una biografia che scrive me. Cosa che, per chi si è sempre sentito morto, finiva per avere senso. Smettevo di essere il centro della narrazione e diventavo lo spazio in cui la narrazione accadeva».
Un corpo autoriale che esce di scena e lascia spazio a quello attoriale. L’artista rifiuta di farsi corpo di se stesso e riflette sul misticismo di San Francesco d’Assisi: «Francesco è un mistico del corpo. Il corpo è luogo di rivelazione, via di conoscenza, mediatore dell’esperienza spirituale. Il suo rapporto con Cristo e con la natura è erotico – è fusione e desiderio, trabocca, eccede la contemplazione. Attraversa la separazione tra l’umano e il non-umano. Francesco abbracciò i lebbrosi, baciò le piaghe, cantò alle creature. Sono gesti di incorporazione. Sono anche gesti performativi […] rifiutò anche la mascolinità normativa del suo tempo, ruppe con il proprio statuto sociale ed economico e abbandonò il ruolo di figlio – di figlio obbediente, erede e borghese e scelse un altro luogo – un luogo di estrema vulnerabilità. Divenne mendicante, esposto, improduttivo». Mentre dice il testo, Di Tanno lavora sulla mimica del viso, sulle sopracciglia che si inarcano per cogliere la puntualità del ragionamento, sulle labbra serrate nei silenzi, sugli occhi che guardano la pagina e scorgono anche nel buio la platea. Il mento è alto, il collo morbido, le clavicole aperte, ampie, mentre le spalle seguono il ritmo del petto con il respiro; qualche volta scorgiamo la silhouette leggiadra delle mani che accompagnano l’intonazione e quella delle gambe che si aggiustano sotto il tavolo. Nessun gesto è in più. E attraverso questa discreta declamazione, cogliamo le analogie tra il corpo del santo e del performer nel modo in cui lo stesso Bonneville li colloca all’interno della società: «i loro corpi sono territori di esperienze dirette, dove sofferenza, abbandono e trasgressione diventano linguaggi, forme di conoscenza, espressione e creazione. Tra santi e performer sembra esistere lo stesso impulso a portare il corpo a uno stato di intensità radicale. Il corpo come presenza piena, sorta di pericolo, ma anche spazio di visibilità: il gesto si realizza solo nella relazione con chi lo testimonia, siano essi spettatori umani o divini».
E nella mancata relazione? Nel tradimento che è dolore e ferita? Quindi il corpo e il trauma, la parola e il trauma. Dal greco antico τραῦμα (trauma), che significa propriamente “ferita”, “perforazione” o “lacerazione”. Come si cura una ferita? O si lascia aperta per ricordarsi che esiste? Nell’era dell’onnipresenza di immagini, anche quelle create artificialmente e spacciate per vere, colpisce della conferenza di Bonneville la parte dedicata alla sua afantasia che, in uno scambio di battute post spettacolo, approfondiamo dialogando con lui ed altre persone sulla scoperta di questo disturbo che lo porta, come afferma nel testo, a dover passare attraverso il vaglio empirico qualsiasi tipo di idea per riuscirla a fissare nella sua mente: «ho scoperto recentemente di soffrire di una condizione caratterizzata dall’incapacità di creare volontariamente immagini mentali. Si chiama afantasia […] Non si conoscono ancora con precisione le cause dell’afantasia. Alcuni studi suggeriscono che possa essere ereditaria. Altri suggeriscono che possa sorgere come conseguenza di ictus o commozioni cerebrali e ci sono anche ipotesi secondo cui potrebbe essere legata a stati di ansia, depressione o trauma. E allora mi chiedo se il trauma possa fabbricare l’afantasia come forma di protezione – senza immagini interne, la mente resta protetta contro i ricordi intrusivi, contro i flashback. Cioè, evita che siamo tormentati dalle immagini terrificanti del passato».
Aggiungiamo inoltre un dettaglio che denuncia la contingenza nel quale Phantom Head è stato scritto, ovvero tra maggio e ottobre 2025, nel pieno del Giubileo e in seguito alla morte di Papa Francesco. Contesto che si fa testo in un paragrafo specifico in cui Bonneville afferma: «George Devereux ha associato la religione primitiva alla schizofrenia. E, in effetti, qual è la differenza tra sentire la voce di Dio e sentire voci immaginarie? E se fosse come dice Devereux, la struttura religiosa nascerebbe allora da una sorta di normalizzazione sociale della follia. Arrivando a Roma – l’epicentro del Cristianesimo e simbolo dell’istituzionalizzazione di una religione fondata attorno a una figura che credeva di essere il figlio di Dio – mi sono chiesto se la città non potesse essere vista come un monumento al delirio collettivo. L’ossessione per la santità, la creazione di icone, il culto dei martiri e le innumerevoli strutture costruite per custodire reliquie sacre possono essere materializzazioni fisiche di stati mentali alterati».
«Gli specialisti dicono che, in qualche momento della vita, tutti noi sperimentiamo qualcosa dello spettro schizoide (da schizofrenia, deriva dal greco antico: schizo (σχίζω, “scindere” o “dividere” ndr) e phren (φρήν, “mente”, “cervello” o “diaframma”, inteso come sede delle emozioni ndr), siamo ipersensibili, ogni stimolo, ogni parola, ogni sguardo può essere troppo intenso, troppo penetrante. E, per proteggerci, creiamo distanza. Ed è proprio questa distanza a rendere difficile comunicare ciò che sentiamo, tuttavia questa sensibilità estrema può essere anche una fonte di creatività». L’arte performativa non è mai stata tangenziale alla realtà e adesso dovrebbe maggiormente riaffermarsi come esperienza relazionale, una modalità tramite cui, in un presente di traumi, frammentazione, disunione e individualismo possiamo, letteralmente, mettere insieme i pezzi, i nostri pezzi non per ripararli ma per saperli guardare: «la poesia è il luogo in cui non cerco di risolvere nulla. Se la narrazione fallisce perché non riesce a contenere il trauma, resta la poesia, non come genere letterario, ma come esperienza, come unica via possibile per abitare il trauma senza tradirlo».
L’arte in quanto poesia ci offre l’occasione di tornare a parlarci, ad ascoltare l’altro attraverso la compresenza temporanea dei corpi in un luogo preposto: «è un tentativo di conciliare astrazione e corporalità: il desiderio che l’esperienza del corpo non sia solo oggetto di contemplazione, che non sia solo idea, ma che diventi essa stessa gesto, metafora, rivelazione – come se l’azione limite fosse il ponte tra concetto ed esperienza concreta del mondo». In un mondo disintermediato e disintegrato, in cui le relazioni si fanno virtuali, il performer/il santo ribadiscono la centralità, strabordante, dell’individuo. Scrive Bonneville e dice Di Tanno: «il santo è eccesso, eccesso emotivo come forma di amore. Il suo percorso è simultaneamente personale e comunitario: impara dalla condivisione e attraverso la condivisione. Il santo ci offre, quindi, una forma alternativa di concettualizzare la vita. Funziona come resistenza a una società utilitarista, produttiva, individualista. Apre brecce verso altri mondi possibili. Ci mostra che la vita morale non è uno stato permanente, è un esercizio quotidiano, costante, difficile. Ci mostra che l’attenzione è un atto morale, che l’amore può essere vissuto come arte, come rischio: un’arte esigente, creativa, altruista, in tensione tra reale e ideale».
A Carrozzerie n.o.t. Bonneville e Di Tanno hanno calato il pubblico nella densità di un moment of being – per scomodare Virginia Woolf e per citare un altro capitolo di studi di Bonneville chiamato proprio The importance of being. Il lavoro fisico di Di Tanno non ha sovrastato il testo del drammaturgo ma ha saputo dire del sacro nello stesso modo in cui ha saputo incorporarlo. Un lungo e composto applauso è rivolto nel finale a una scena vuota, in cui resta palpabile una sospensione di pensosità rispetto alle ultime righe del testo che in una chiosa propositiva rispondono circolarmente all’interrogativo iniziale: «ho la sensazione che i santi di oggi possano essere solo controculturali perché non rispondono più ad alcuna aspettativa culturale. Devono stare ai margini, nel rifiuto dell’adattamento a un mondo folle, perché non è segno di salute essere ben adattati a una società malata (Krishnamurti ndr). I santi possono essere esemplari solo nel loro scarto rendendo visibile un’alternativa. I santi di oggi forse devono essere responsabili di mantenere viva una speranza quando tutto sembra perduto, come hanno fatto i santi di sempre. I santi di oggi dovranno scegliere la tenerezza nonostante il cinismo, la vulnerabilità nonostante il rischio. E forse, in fondo, questa è la mia maniera di tentare di essere come un santo, se davvero sto cercando di esserlo. Un tentativo di gettare un ponte, un ponte che non posso costruire da solo. Ci vuole tempo. Apertura, volontà e tempo».
Lucia Medri
Carrozzerie n.o.t., Roma – aprile 2026
PHANTOM HEAD_and the rest of the body too
Regia, testo, interpretazione e produzione esecutiva: Miguel Bonneville.
Video e fotografia: Joana Linda.
Fotografia aggiuntiva: Alípio Padilha / Festival Temps d’Images.
Ufficio stampa e marketing: Mafalda Guedes Vaz.
Gestione della produzione e amministrazione finanziaria: Cristina Correia.
Partner del progetto: Bactéria Associação Cultural, Carrozzerie n.o.t
Co-produzione: DuplaCena.
Sostegno finanziario: GDA Foundation – supporto alla circuitazione degli spettacoli 2025; Fondo culturale – Società Portoghese degli Autori; Culture Moves Europe – mobilità individuale di artisti e professionisti della cultura; Governo del Portogallo / Segretariato di Stato per la Cultura / DGArtes; Ambasciata del Portogallo a Rome e Instituto Camões, I.P.










