Questa recensione fa parte di Cordelia di aprile 26

Ora più che mai è necessario confrontarsi con la rappresentazione del sistema sociale ed economico in cui siamo immersi. Carlo Sciaccaluga recupera a questo scopo il classico Morte di un commesso viaggiatore, di Arthur Miller, un’opera che spinge «a non dimenticare che, prima di ogni ruolo, di ogni prestazione, di ogni aspettativa, siamo esseri umani» (dalle note di regia). Siamo agli esordi dello sviluppo che poi esploderà nel boom economico, ma che già comincia a mietere le prime vittime: la famiglia dei Loman, che vive stretta tra la propria versione migliore, vincente e totalmente illusoria, e la propria reale condizione. I suoi membri sono poveri, assillati dallo sfruttamento o totalmente inetti; vivono ai margini di un successo che premia chiunque, ma non loro. Il sipario si apre sulla scena di Anna Varaldo, la quale sintetizza l’ambiente “trasparente” del dramma in un ampio spazio delimitato da pareti interrotte, con un albero al centro. Le fasi del testo, attraversato dalla costante intersezione di piani temporali, vengono valorizzate da una grande macchina scenica, posta felicemente al servizio dello sviluppo narrativo – appena ipertrofico appare tuttavia il sistema di assi movimentati dall’alto. L’azione prende avvio da un silenzioso proemio, agito da manichini immobili (i personaggi, col volto celato), disposti sul palco secondo una suggestiva eleganza compositiva. Sembra di essere in un Hopper, anche per merito dei costumi di Anna Verde, ma non siamo davanti a un vuoto esercizio di stile. Presto lo spettatore viene trascinato dalla vicenda di Willy Loman, che Luca Lazzareschi restituisce in tutta la sua fallimentare mediocrità. Michele de Paola e Giovanni Cannata, nel ruolo dei figli Biff e Happy, rispecchiano appieno, con la loro rumorosa e inane prepotenza, la vanità delle tante belle speranze riposte in loro. A questi si contrappongono modelli maschili vincenti per senso del rischio (lo Zio Ben di Sergio Basile), per onesto buon senso (Bernard e Charley, rispettivamente Riccardo Livermore e Andrea Nicolini), per volgare privilegio (Howard Wagner, di Giovanni Arezzo). Su tutti si erge Linda Loman (Pia Lanciotti), solida, dignitosa nella sventura e nell’amorevole cura che porge al marito; ben diverse le altre donne (l’amante, Miss Forsythe, Jenny, interpretate da Silvia Biancalana, Eletta del Castillo, Chiara Sarcona), prese dal superficiale compiacimento nei confronti dell’uomo di turno. Quasi tutti sono pedine di un mondo in cui niente è permesso se non l’affermazione di sé, secondo un sistema valoriale quantificabile in dollari. Noi adesso viviamo le conseguenze estreme di questo sistema e da spettatori è stato doloroso riscoprirne le origini (Tiziana Bonsignore).
Visto al Teatro Biondo, Sala Grande. Crediti: di Arthur Miller traduzione Masolino D’Amico regia Carlo Sciaccaluga con Luca Lazzareschi, Pia Lanciotti e Sergio Basile, Andrea Nicolini e con (in o.a.) Giovanni Arezzo, Silvia Biancalana, Domenico Bravo, Giovanni Cannata, Eletta Del Castillo, Michele De Paola, Riccardo Livermore, Chiara Sarcona scene Anna Varaldo costumi Anna Verde luci Antonio Sposito musiche Andrea Nicolini, Leonardo Nicolini produzione Teatro Biondo Palermo. Foto di Rosellina Garbo













