Una panoramica sul teatro per le nuove generazioni programmato dal Teatro di Roma in attesa del festival Contemporaneo Futuro 2026.
Fare ritorno alla scoperta lenta delle cose, alle piccole memorie, alle esperienze condivise, all’imprescindibile incontro con l’altro per trasformarlo in nutrimento e ricerca. Sembrano essere queste le sfide che hanno visto coinvolti gli artisti presenti all’interno della rassegna di spettacoli che il Teatro di Roma ha dedicato alle Nuove Generazioni, e che avrebbe certamente meritato, in alcune occasioni, una maggiore ricezione da parte del pubblico. Nell’ambito del cartellone del Teatro Ragazzi, abbiamo ravvisato un’attenzione specifica al dialogo che intercorre tra lo spazio performativo e lo spettatore, a cui viene chiesto di coniugare a una visione critica una più ampia corrispondenza col proprio vissuto e con il presente. Creando, così, una connessione con quanto emerge dalla programmazione curata da Fabrizio Pallara per il festival Contemporaneo Futuro – l’unica vetrina dedicata alle nuove generazioni prodotta da un teatro nazionale – giunto alla sua VI edizione, e che attraverserà, fino al 12 aprile, gli spazi del Teatro India e del Teatro Torlonia, che hanno ospitato nel mese di marzo gli spettacoli Link. C’è un abbraccio invisibile che ci legherà per sempre, Écoute pour voir, L’albero dei bottoni e ONCE UPON A TIME – Museo della fiaba.
Nel riflettere sugli sviluppi della produzione teatrale quale spazio privilegiato nel promuovere e sostenere percorsi di formazione, ma anche per accedere a sempre nuove forme di linguaggio e di creatività, ci è sembrato significativo partire dalle parole di David Breslin contenute all’interno di un saggio dedicato alla figura di Mark Rothko, e pubblicato nel catalogo della mostra allestita a Palazzo Strozzi, a Firenze. Il rimando allo scritto di Breslin – curatore responsabile per il Modern and Contemporary Art Department, The Metropolitan Museum of Art – potrebbe apparire distante dalle nostre argomentazioni, eppure ciò che colpisce è la centralità della visione che attiene allo sguardo sia dell’artista sia dello spettatore. Nell’affidare le sue riflessioni a un particolare interlocutore – la sua piccolissima figlia, Emily Grace -, l’autore apre a una questione fondamentale: come è possibile immaginare un mondo nuovo, in un tempo soggiogato non solo da devastanti guerre e genocidi, ma anche dominato dalle quotidiane incursioni tecnologiche che minano il personale rapporto con la fantasia, alterando il rapporto col tempo? «C’è sempre qualcos’altro da vedere, leggere, osservare, scorrere». E dunque, «dove troverai le oasi di pace da cui attingere per immaginare o resettare il rapporto con te stessa?» L’arte, strumento di rappresentazione e interpretazione del mondo, può e deve rispondere a questo appello, e farsi rifugio, spazio di resistenza, veicolo di idee nuove e di incontro con la rappresentazione artistica, con sé stessi e con l’altro.
«Forse non tutti sapete che qui, tempo fa, c’era un negozio di bottoni»: esordisce così Daniela Tusa, mostrando una compostezza e un rigore performativi nel dare voce a una storia senza tempo, che vede protagonista il profondo legame affettivo tra una bambina e sua nonna Angela, donna timida ma, allo stesso tempo, severa. Un tavolino su cui si staglia un piccolo alberello di legno stilizzato è quanto basta perché un racconto sprigioni, nella sua apparente semplicità, una potenza evocativa che sopraggiunge, improvvisa, a richiamare sensazioni e ricordi privatissimi e lontani, o vicini, se si pensa alle diverse età del pubblico presente in sala. Andato in scena al Teatro Torlonia, L’albero dei bottoni, ideato, scritto e diretto da Daniel Gol, si serve della metafora come esercizio della memoria per tramandare quanto di più intimo resta dopo una perdita, una separazione. Quando nonna Angela muore, ogni bottone, tra quelli persi durante la sua vita – del grembiule di scuola, delle camicie di seta, dell’abito da sposa, e dei cappotti dell’inverno – diviene testimone di un ricordo, come il bottone «di quando mi insegnasti a dire di ‘no’». E così l’albero di castagne, nel giardino della nonna, diventa l’albero dei bottoni. Tra la platea – che per l’occasione è invitata a prendere posto su panche di legno – e la scena, vi è uno spazio vuoto che si trasforma, nel finale, in un luogo di festa: bambini e bambine vengono invitati a raccogliere, da terra, i bottoni colorati, per condividere storie e memorie, alcune più accessibili e visibili, altre da scovare negli angoli più nascosti. Un invito alla cooperazione, a recuperare, insieme, la bellezza del tempo.
Poco distante dal luogo dove è andato in scena L’albero dei bottoni, gli spettatori sono guidati all’interno di uno spazio luminoso caratterizzato da imponenti vetrate che si aprono alla veduta esterna di Villa Torlonia. Ai lati del percorso, antichi comodini di legno – ai quali si è soliti affidare un libro, custode delle storie con le quali attendiamo la notte – divengono le teche dove poter osservare misteriosi reperti, come i sassolini segnaletici da bosco che diventano scie luminose grazie alla luce della luna (in una gabbia sospesa, c’è anche quello contrassegnato dal numero 158 relativo alle ‘ceneri della fenice’). Ad accogliere piccoli e grandi spettatori è la professoressa Gallina Cicova, protagonista dell’installazione/spettacolo ONCE UPON A TIME – Museo della fiaba di e con Emanuela Dall’aglio, che, per non alterare il corso degli eventi, entra nelle fiabe solo una volta terminate. Nel suo museo, Cicova – che vanta anche un master in ‘melologia’ – tra i vari oggetti catalogati, passa in rassegna anche le mele più famose e iconiche della tradizione storica: dalla mela di Adamo ed Eva, a quella avvelenata della favola di Biancaneve, alla mela del marchio Apple, a quella di Newton, fino al pomo della discordia noto per aver scatenato la guerra di Troia, e alla mela di Guglielmo Tell. Su un ripiano sono adagiate, inoltre, preziose chiavi, come ‘la chiave di volta’, un monito a resistere, ed esistere, insieme. Nelle fiabe come nella Storia.
Prodotto da ABC – Allegra Brigata Cinematica va in scena, al Teatro India, il coinvolgente e poetico Link. C’è un abbraccio invisibile che ci legherà per sempre. All’inizio, la nebbia. Quando, alla nascita dell’essere umano, la visione non è ancora nitida. E, allora, si è costretti ad affidarsi all’altro perché si prenda cura di noi, ci sostenga nella crescita e ci insegni a camminare da soli. Pian piano, emerge il cerchio bianco che delimita lo spazio scenico e, al contempo, racchiude i movimenti di Serena Marossi e Alessandro Nosotti, performer e curatori della coreografia. Il prologo è caratterizzato da una danza, nella quale il corpo dell’uomo e della donna si muovono insieme, cercando un punto di equilibrio, un’armonia, dove possano coesistere. I gesti dell’uno e dell’altra sembrano rincorrersi per approdare, ogni volta, in un luogo simbiotico. Si può fare tanta strada insieme ma, inevitabile, è la scoperta della propria diversità che spinge entrambi a intraprendere nuovi percorsi. Centrale è il linguaggio del corpo, ancor prima del linguaggio verbale che diventa gioco sonoro e, per questo, universale (lo sviluppo delle vocalità è di Antonello Cassinotti). È possibile guardare oltre il cerchio bianco, fino a cancellarne i confini, le paure? Tenersi per mano, separarsi, cambiare e poi di nuovo incontrarsi.
All’uscita dalla sala, nel foyer del Teatro India ci si imbatte in un inaspettato incontro con l’altro. Presentato alla scorsa edizione del festival Contemporaneo Futuro, Écoute pour voir, è un progetto nato a Montréal nel 2009, da un’idea originale di Emmanuel Jouthe/Danse Carpe Diem, che giunge in Italia grazie a Chiara Frigo/Zebra Cultural Zoo, dopo aver vinto, nel 2022, il premio Prix à la Collaboration Internationale de Cinars e dopo aver percorso città e continenti. Andrea Basile, Alessia Cappello, Adriana Ciancio, Carlotta Da Ros, Stefano Massari, Edoardo Pipitone, Giorgia Rambaldi, Samuele Satta, Claudia Tortora attendono spettatori e spettatrici di diverse età. Chiunque abbia voglia di mettersi in gioco, o soltanto di restare a guardare, muovendo timidi passi o lasciandosi pienamente coinvolgere dalla storia che viene, di volta in volta, creata all’interno del rapporto con l’altro. Grazie a un iPod e a due paia di cuffie si procede con l’ascolto di un brano, per ognuno diverso. Sulle note di For me Formidable di Charles Aznavour, accediamo a uno spazio condiviso, e il corpo si lascia andare a un dialogo che coniuga gesto, movimento e immaginazione. Dalla pelle sembrano riaffiorare piccole e grandi memorie, che scorrono, ora nella mente, ora tra le mani, «le memorie di quando ero piccolo, semplicemente» come scrive José Saramago: «Tutta l’acqua mi passa fra le palme aperte, e d’improvviso non so se le acque nascano da me o verso di me fluiscano. / Continuo a tirare, ormai non più solo memoria, ma il corpo stesso del fiume. / Sulla mia pelle navigano barche, e io sono pure le barche e il cielo che le sovrasta».
Giusi De Santis
Nuove Generazioni – Roma, Marzo 2026









