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HomeArticoliLa mort i la primavera. La tentazione dell’inumano

La mort i la primavera. La tentazione dell’inumano

Recensione. Nella stagione FOG della Triennale di Milano arriva la coreografia di Marcos Morau con La Veronal: La mort i la primavera, ispirato al romanzo omonimo della scrittrice catalana Mercè Rodoreda. 

A un lato della scena un organo, all’altro una stage box. Entrambi strumenti del suono. Le canne del primo svettano implacabilmente armoniose, i cavi jack del secondo vibrano lungo il palco di una carica nascosta. La struttura pensata dall’uomo, obbediente al suo tocco, contrapposta al flusso energetico delle cose.

Dopo aver debuttato in prima mondiale alla scorsa Biennale Danza, Marcos Morau e La Veronal arrivano in Triennale con La mort i la primavera, ispirato all’omonimo romanzo della scrittrice catalana Mercè Rodoreda, uscito nel 1986, poco dopo la morte dell’autrice. «Non volevo illustrare il romanzo né tradurlo scena per scena – dice Morau in un’intervista curata da Valerio Picca – Ho preferito lavorare sulla sua atmosfera, sulla sua logica interna, sulla traccia che lascia nel corpo di chi legge». E infatti all’interno dello spettacolo non ci sono appigli per delineare una trama precisa, ma oggetti, costumi, movenze che evocano una comunità di fronte all’alternanza di vita e di morte su cui si regge l’universo.

Circonfusi dalle ampie gonne nere in un’aura barbaramente neoclassica, i performer de La Veronal coniugano in solo, in duo, in schiera la figura del cerchio spezzato: la grazia del loro movimento è sempre interrotta, disturbata, costretta a riformularsi da oggetti di scena in grado sia di accompagnarla che di ostacolarla, un fascio di legna, un’ascia, un sacco nero – nell’intervista sopracitata, Morau afferma che «la scena deve restare in uno stato di tensione, come un organismo che non si stabilizza mai del tutto».

È la stessa tensione della comunità che instancabilmente si relaziona con la morte – i sacchi neri calati dall’alto, manipolati, lacerati, spinti su un’apecar – e che si trova divisa tra il rigore imposto dall’organo sullo sfondo e l’abbandono suggerito dalla stage box lì a fianco; tra la struttura, lo schematismo, la rappresentazione fornite dall’organico e il caos di un’energia indipendente dal controllo umano a cui è possibile, ma non gratuito, darsi. Il fanatico entusiasmo con cui i componenti di questa comunità mettono in atto i loro rituali sembra suggerire l’accoglimento della norma, il loro essere-per-il-rito, per l’organo; ma i loro corpi estenuati, frantumati, alcuni gesti – l’ascia piantata contro la tastiera – e alcune parole evocanti lo spaventoso avvento della primavera e della sua esplosione vitale che «coprirà tutto» e costringerà ancora alla morte, ancora alla sua coscienza, ancora all’invenzione di una struttura per ottunderne il terrore, fanno intendere quanto sia presente in loro la pulsione di travalicare il mondano, al di là di ogni ricerca di senso. Il nervo drammaturgico di tutto lo spettacolo è qui e tiene insieme le abbacinanti immagini che Morau sa creare, le quali forse, senza questa dicotomia alla base, resterebbero, come già avvenuto nel caso della sua penultima produzione, Totentanz, semplicemente giustapposte l’una all’altra.

«Ci sono altri morti che vogliono nascere, che vogliono rinascere come l’erba che spunta; mi dà sempre un grande fastidio la primavera, questi ritorni sempre dell’eterno, questo non rassegnarsi a restare inorganici»: Carmelo Bene nel corso dell’Uno contro tutti al Maurizio Costanzo Show del 23 ottobre 1995 aveva espresso in modo fulmineo questa nausea del senso imposto dalla rappresentazione «di Stato» avrebbe detto lui, non intendendo tanto, e solo, quella del Paese in cui era suo malgrado forzato a vivere, ma quella «di chi crede che la realtà sia quella che si vede», per citare un altro Classico. Eccedere, dimenticarsi di sé, diventare dei capolavori, sono i lampi con cui Bene illuminava la strada che porta al di fuori. Maria Arnal, protagonista, se una ce n’è, dello spettacolo, non sappiamo se abbia mai frequentato l’evento televisivo sopradetto, ma mostra di seguire questa strada verso il fuori. Al termine dello spettacolo, dopo l’ultimo rito che dai sacchi ha inondato il palco di teste di rose rosse, si fa inumare in un albero, sparisce nell’inorganico, si dimette dall’umano.

A differenza di quello beniano, il trascendere di Arnal e di Morau è esclusivamente rappresentato, non sembra mai infrangere le regole del linguaggio teatrale, non intende sparigliare le carte dell’azione pianificata per giungere all’incongruità dell’atto. Tuttavia, genera suggestione, come quando si assiste allo sviluppo di un concetto egregiamente espresso, che risuona in altri luoghi contemporanei, anche se piuttosto lontani, come ne La vegetariana di Han Kang/Daria Deflorian: farla finita con la storia, con la cultura, con la comunità, con la libertà, con la vita e, soprattutto, con la violenza su cui si fondano, e darsi finalmente all’inumano.

Matteo Valentini

Visto a FOG, Triennale, Milano – Marzo 2026

Di: La Veronal Concept e direzione artistica: Marcos Morau Direzione di produzione: Juanma G. Galindo Coreografia: Marcos Morau in collaborazione con i performer Performer: Maria Arnal, Lorena Nogal, Marina Rodríguez, Shay Partush, Núria Navarra, Jon López, Valentin Goniot, Ignacio Fizona Camargo, Fabio Calvisi Consulenti artistici e drammaturgici: Roberto Fratini, Carmina S. Belda Assistente alla regia: Mònica Almirall Assistente coreografico: Shay Partush Direzione tecnica e progettazione luci: Bernat Jansà Stage management, scenografia e effetti speciali: David Pascual Sound design: Uriel Ireland Musica originale: Maria Arnal Scenografia: Max Glaenzel Costumi: Sílvia Delagneau Produzione e logistica: Cristina Goñi Adot, Àngela Boix Assistente luci: Víctor Cuenca Assistente tecnico e macchinista: Mirko Zeni Una produzione di: La Veronal, Teatre Nacional de Catalunya, Biennale Danza di Venezia 2025, Centro Danza Matadero de Madrid Con il supporto di: INAEM – Ministerio de Cultura de España e ICEC – Departament de Cultura de la Generalitat de Catalunya La Mort i la Primavera è una coproduzione di La Veronal e Teatre Nacional de Catalunya in collaborazione con La Biennale di Venezia e Centro Danza Matadero Madrid Con il supporto di: INAEM – Ministerio de Cultura de España, ICEC – Departament de Cultura de la Generalitat de Catalunya

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Matteo Valentini
Matteo Valentini
Matteo Valentini ha conseguito una laurea in Letterature moderne e un dottorato in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli studi di Genova. È tra i fondatori dell’Oca – Osservatorio Critico Autogestito, webzine di critica teatrale, e collabora anche con Hystrio e Teatro e Critica. È docente di ruolo di Italiano e Storia presso il Convitto Nazionale Longone di Milano.

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