Questa recensione fa parte di Cordelia di aprile 26

Les Moustaches è una delle giovani compagnie che sta compiendo i passi più concreti verso l’affermazione di una propria idea di teatro. Ne è un segnale il lavoro presentato al Teatro Basilica di Roma: La Fame, con la regia di Ludovica D’Auria e Alberto Fumagalli, che sarà peraltro nel trittico di una personale al Teatro Menotti di Milano la prossima settimana. Si tratta di una fiaba nera, scritta dallo stesso Fumagalli che la interpreta insieme a Chiara Liotta, che ricalca nello stile certa tradizione d’avanguardia – per esempio il gruppo storico Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa – che affonda nella commedia dell’arte con un tocco di teatro dell’assurdo, nella cura di un linguaggio che si vuole rendere originale attraverso una sperimentazione onomatopeica e significante. Virtuosa è la donna, centrale e immota nel suo mantello rosso, che sembra determinare le azioni dell’uomo, Sagrestano, invece mobile e scattante, attorno al centro verso cui tende; il loro nido è un baldacchino-sipario verde, il loro scopo è mangiare, perché la fame che sentono non si riesce ad attenuare. Virtuosa porta in grembo un figlio. O così crede. Sagrestano ne è rapito e, come dal sottotitolo “la parabola dell’uomo che fece di tutto per amore”, immagina di trasformare la propria condizione in quella di “padre”. Ma quale amore ha in mente l’uomo? Quando la donna si accorge di non avere alcuna gravidanza, erano solo i morsi della fame, tenta di comunicarlo, ma lui le serra le mani al collo per strangolarla, esplicitando che sta con lei solo per avere sua figlia, poi la abbandonerà fuggendo sulla luna; la donna, per avere salva la vita e forse per vendetta, fingerà che sia stato uno scherzo e continuerà a chiedere cibo per 7 anni, diventando enorme rispetto all’uomo che, stremato, morirà pensando alla nascita di sua figlia senza padre. Se dunque il concetto di voracità è chiaro, a specchio di una società che non contempla altro che riempire spazi vuoti, resta dubbiosa questa visione del rapporto di coppia in cui la donna diviene carceriera di un feto e di un sentimento che finisce per apparire nobile, lasciando spettatori e spettatrici a empatizzare col povero uomo, dimenticando però l’origine di quella bugia: le mani strette al collo continuano a lasciare segni, anche quando si ha la pancia piena. (Simone Nebbia)
Visto al Teatro Basilica. Crediti: drammaturgia Alberto Fumagalli; regia Ludovica D’Auria e Alberto Fumagalli; con Chiara Liotta e Alberto Fumagalli; costumi Giulio Morini; assistente alla regia Tommaso Ferrero; luci Giulia Bandera; scene Davide Moriggi; responsabile organizzativo Pietro Morbelli; produzione Les Moustaches, Accademia Perduta Romagna Teatri; con il sostegno di Toscana Terra Accogliente, Fondazione Toscana Spettacolo, Teatro Metastasio, Catalyst, Murmuris, Archètipo, Teatro popolare d’arte










