Questa recensione fa parte di Cordelia di marzo 26

Chi oggi volesse occuparsi di creazione teatrale non potrebbe farlo senza avere piena coscienza del ruolo del pubblico: chi sono quelle persone sedute di fronte a coloro che sono responsabili del gesto performativo? Come può il loro sguardo modificare l’azione e qual è il ruolo del giudizio in questo pericolosissimo rito di scambio tutt’altro che egualitario? Giulio Santolini con KAMIKAZE – spero vada meglio dell’ultima volta si mette al centro di tutto questo con una posizione da sperimentatore puro cercando di trasformare l’incontro con la platea in un una comunità temporanea. Coadiuvato da Lorenza Guerrini (dramaturg) e Daniele Boccardi ai suoni e alle musiche (oltre che alla presenza scenica), l’artista ferrarese crea un dispositivo con il quale riflettere proprio sulla relazione con le spettatrici e gli spettatori – e dunque con il successo e il buio feroce della creazione artistica – tentando di recuperare una sincerità nel giudizio che le platee più abituate, in cui spesso siedono persone addette ai lavori, hanno perduto. Tre performance tra danza e parola, dal kitsch, comunque premiato dal pubblico, alla precisione tecnica di un pupazzo con il suo ventriloquo (agiti da Santolini e Boccardi), fino alla lettera scritta alla madre prima di morire, con la quale emerge definitivamente l’irrisione per la retorica del dato autobiografico. Biografia e invenzione si mischiano creando una teatralissima nube di incoerenza, ed è giusto così: questa generazione di artisti può prendersi finalmente gioco dell’autofiction post drammatica (si guardi al lavoro di Giovanni Onorato). C’è un mondo in questo spettacolo, forse anche troppo – ma ci sarà futuro per pulire -, compresi i fantasmi dell’Arlecchino di Tristano Martinell e della filosofia, incompresa, di Cioran e Weil. Potrebbe accadere di tutto anche che il finale venga deciso dal pubblico e che l’artista poi se lo riprenda con un colpo di mano per suonare uno sconosciuto e stonato strumento giapponese: Hallelujah di Leonard Cohen viene fatta a pezzi, mentre il pubblico ride dell’ennesima trovata di libertà di questo strano, anarchico, sghembo e, fortunatamente, irrisolto oggetto teatrale non identificato. (Andrea Pocosgnich)
Visto al Teatro Biblioteca Quarticciolo. Di e con Giulio Santolini, dramaturg Lorenza Guerrini, sound & light designer live di Daniele Boccardi, produzione La Corte Ospitale con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna residenze artistiche Attodue, Fabbrica Europa/PARC, si ringrazia CollettivO CineticO, Simone Arganini, Stefano Tumicelli, Fabio Novembrini, al teatro Sociale, Gualtieri (Reggio Emilia)













