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HomeCordelia - le RecensioniFINALE (UN’OUVERTURE) (di Familie Flöz)

FINALE (UN’OUVERTURE) (di Familie Flöz)

Questa recensione fa parte di Cordelia di aprile 26

Finale (Un’Ouverture), presentato in prima assoluta a Berlino e approdato ad aprile in Italia al Teatro Menotti, lo si va a vedere con un bagaglio di aspettative inevitabile, costruito negli anni da una compagnia che ha rivisitato i codici del teatro di figura, andando a scavare all’interno delle storie e dei gesti che abitano già da principio la maschera. Da questo punto cardinale i Familie Flöz partono per celebrare il loro trentennale di attività: il pubblico a inizio spettacolo viene invitato a salire sul palco e a confrontarsi da vicino con quei volti assenti, fissati su manichini. Gli attori guidano l’attraversamento, sollecitando gli spettatori a indossare le maschere e incrinando fin da subito la separazione tra platea e scena, per un gioco del reale che si insinua nelle dinamiche della rappresentazione, confondendone sempre più i confini. È in questa zona di ambiguità che l’azione si innesca, quando una maschera — da puro involucro manipolabile — si anima e si sottrae al controllo del suo autore. Allora, tre frammenti di vita, sullo sfondo di una scenografia che lavora sull’incastro di cubi parietali, scorreranno in una successione che si lascia intuire con chiarezza, perché, pur nella rinuncia della parola, si affida a una grammatica gestuale condivisa. In questa pièce, però, la regia di Hajo Schüler decide di lavorare sempre più per sottrazione, lasciando spazio a silenzi e attese e a un rallentamento dell’azione narrativa che si fa rarefazione e, a tratti, dispersione di senso. Se infatti colpisce sempre la lucidità con cui ogni elemento è calibrato, per un lavoro sulle maschere che apre a una straordinaria espressività del corpo nella costruzione di un organismo coreografico unico, questa stessa misura sembra stavolta produrre una certa distanza nella partecipazione del pubblico. E allora quel “finale” del titolo ci appare meno come un’ouverture e più come un congedo. Elegante, misurato, persino necessario. Ma, per chi ha amato i loro lavori più vibranti, anche un po’ nostalgico. (Andrea Gardenghi)

Visto al Teatro Menotti di Milano. Crediti: Ideato da: Fabian Baumgarten, Lei-Lei Bavoil, Vasko Damjanov, Anna Kistel, Almut Lustig, Hajo Schüler e Mats Süthoff, Regia, maschere: Hajo Schüler, Co-regia: Anna Kistel, Scenografia: Stéphane Laimé, Costumi: Mascha Schubert Composizione: Vasko Damjanov Musica: Vasko Damjanov, Almut Lustig & Ensemble, Luci, video: Reinhard Hubert, Suono: Giorgio de Santis, Illusioni: Rocco Manfredi, Assistente alla regia: Jelle de Wit Realizzazione costumi: Marion Czyzykowski, Direttore di produzione: Peter Brix Amministrazione: William Winter Logistica: Mattia Carchedi, Booking: Gianni Bettucci, In coproduzione con: Theaterhaus Stuttgart, Theater Duisburg, Stadttheater Schaffhausen Finanziato da: Hauptstadtkulturfonds

Cordelia, aprile 2026

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Andrea Gardenghi
Andrea Gardenghi
Andrea Gardenghi, nata in Veneto nel 1999, è laureata all’Università Ca’ Foscari di Venezia in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali. Prosegue i suoi studi a Milano specializzandosi al biennio di Visual Cultures e Pratiche Curatoriali dell’Accademia di Brera. Dopo aver seguito nel 2020 il corso di giornalismo culturale tenuto dalla Giulio Perrone Editore, inizia il suo percorso nella critica teatrale. Collabora con la rivista online Teatro e Critica da gennaio 2021.

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