Questa recensione fa parte di Cordelia di marzo 26

Seduto al bancone del bar delle “Baracche verdi”, un circolo per anziani nel quartiere fiorentino dell’Isolotto, Fabio Mascagni interpreta Primo amore. Lo abbiamo visto recentemente ne Il fuoco era la cura dei Sotterraneo – la produzione è curata da loro– e ora siamo stretti in una piccola sala a guardarlo sotto la luce fissa delle lampade al neon, con i frigoriferi che ogni tanto ci ronzano nelle orecchie. Mascagni racconta il proprio ritorno al paese natale (“l’immobilità mi è mancata”), lo racconta mentre avviene, mentre ordina un caffè al suo primo amore, lo stesso che 25 anni prima ha determinato la sua fuga e che ora è davanti a lui, invisibile e apparentemente incapace di riconoscerlo: non si sa se questo incontro sia davvero casuale, ma gli dà l’occasione di ricostruire il proprio passato, la propria adolescenza contadina, gioiosa e segreta, ma soprattutto il rapporto con il suo antico dio personale, ormai decaduto e imprigionato dalle leggi del tempo. Mascagni interpreta questa discesa nella memoria utilizzando un tono indeciso e dubitoso, come a ripercorrere un sentiero non frequentato da molto: se a tratti questo modo risulta monocorde e un poco compiaciuto, è ben bilanciato con quello adirato e tagliente che, nella mente, riserva al proprio interlocutore e, soprattutto, è funzionale a restituire la costruzione della drammaturgia di Letizia Russo, che recupera anacoluti, ripetizioni e inversioni sintattiche tipiche del linguaggio colloquiale e le mette al servizio dell’evocazione faticosa di un evento nascosto dall’età e dalla vergogna. Il testo, infatti, procede per blocchi semantici, con parole portanti che agglutinano intorno a sé altre parole e immagini (“cibo”, “casa”, “morte”, “sguardo”…), le quali – e qui sta il punto di “Primo amore”, al di là della vicenda che narra – manifestano il crollo delle illusioni infantili, le nostre radici irrecuperabili e il dolore insito in ogni tentato ritorno. (Matteo Valentini)
Visto al Materia Prima Festival. Di Letizia Russo, con e a cura di Fabio Mascagni, consulenza artistica di Francesco Migliorini e Francesca Valeri, assistente al progetto Giulio Mayer, produzione Sotterraneo.












