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Miracolo a Milano: la città non è un film

Recensione. Miracolo a Milano, al Piccolo Teatro, sala Strehler, con la regia di Claudio Longhi, la drammaturgia di Paolo Di Paolo , dalla sceneggiatura di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini. In scena, tra gli altri, Lino Guanciale, Giulia Lazzarini.

Foto Masiar Pasquali

«Uno dei miei rovelli una volta arrivato a Milano è stato: “Come posso raccontare Milano? Che tipo di drammaturgia posso utilizzare che parli la lingua di questa città?”»: lo spiega il direttore del Piccolo Teatro, Claudio Longhi, in un’intervista a Stormi, mensile curato da Stratagemmi. Prospettive teatrali. La risposta a questo dubbio, dice, è la sua nuova produzione, Miracolo a Milano, riscrittura del film del 1951 girato da Vittorio De Sica a partire dal romanzo Totò il buono di Cesare Zavattini.

È piuttosto noto il manicheismo con cui De Sica descrive la Milano post-bellica: in una città distrutta per un terzo dai bombardamenti alleati, da una parte migliaia di sfollati reagiscono alla mancanza di una casa costruendo abitazioni provvisorie in spazi abbandonati; dall’altra, una manciata di speculatori, a suo tempo al riparo dal disastro della guerra, cavalca la crisi abitativa e l’inflazione, accumulando fortune. In mezzo a tutto questo c’è Totò, tre volte orfano, disoccupato, che erige la sua baraccopoli nel quartiere di Lambrate e, quando il potere capitalista e borghese lo viene a stanare, guida il suo popolo di senza-casa a cavallo di una scopa «verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno!», come recita la frase con cui si chiude il film.

Foto Masiar Pasquali

Pur essendo venata di una certa compassione evangelica, la critica di De Sica e Zavattini evidenzia una chiara incompatibilità tra la crescita post-bellica del miracolo economico e chi non sa, o non vuole, seguirne il passo. Lo strumento con cui la manifesta è lo shock visivo, che contrappone l’entusiasmo di Totò, il candore della sua colomba miracolosa, il petrolio in mezzo all’accampamento, i cappelli a cilindro, l’amore incondizionato di Lolotta, sua madre adottiva, all’ambiente in cui tutti questi elementi si inscrivono, alla violenza poliziesca, alle facce dure, prese principalmente dalla strada, e ai muri scrostati che li circondano. Il miracolo c’è, ma non offusca l’asprezza della realtà.

La riscrittura, a opera di Paolo di Paolo, andata in scena al Piccolo, non si discosta dal film in quanto a storia e ambientazione, ma vi aggiunge alcune annotazioni di economia e società (dalla ricostruzione edilizia, al tipo di alimentazione, alla mortalità media) e l’instancabile cronaca di eventi che De Sica aveva preferito delegare alle immagini: «Quando il carro funebre si avviò, dietro c’era solo Totò, nessun altro a seguirlo. Non c’erano fiori, né musiche, né pianti…». A dire il vero, durante lo spettacolo le immagini del film sono frequentemente proiettate sul telo che separa la platea dal palco, ma vengono usate in funzione di citazione, assieme ad altri numerosi ammiccamenti, per compensare la carica fiabesca sprigionata dalla recitazione degli attori – su tutti Lino Guanciale, animato da un’inesauribile, a tratti estenuante, carica guittesca, pur giustificata dalla ragione poetica che investe lo spettacolo.

Foto Masiar Pasquali

Secondo Longhi, infatti, sempre dall’intervista a Stormi, per «parlare di una classe sociale di cui non si è parte senza sfociare in una retorica paternalistica» è necessaria questa esacerbata, ipertrofica, finzione della scena, figlia dello straniamento brechtiano, che è anche la radice della «crasi tra la tensione verso la realtà e la curvatura favolistica» presente in De Sica. Da qui deriva lo sforzo di mantenere una recitazione anti-naturalista, così come gli innesti metateatrali (non è più un raggio di sole a far spostare i baraccati nell’accampamento, ma quello, palesato, di un riflettore; lo scherzo non è più di Dio, ma del teatro), o l’invasione di allievi e allieve della scuola del Piccolo, che gioiosamente interagiscono con il pubblico, prima dell’inizio e durante l’intervallo, raccontando le loro storie di derelitti anni ’50, chiedendo un’intervista o cercando con insistenza una bicicletta.

Foto Masiar Pasquali

Ma è proprio nel rapporto con la realtà che si sostanzia la differenza tra le due opere. Se il contraltare della favola in De Sica era la fatica della Milano anni ’50, che il pubblico, se non conosceva, poteva avvertire nell’atmosfera intorno ai protagonisti, non è chiaro che cosa lo rappresenti nell’operazione di Longhi. Che cosa si occupa di straniare questa produzione lunga quasi tre ore e mezza e partecipata da 46 attori? Di cosa parla? Delle contraddizioni del Miracolo economico non dice nulla più di quanto sia già stato visto o ascoltato. Alla realtà contemporanea non fa cenno, se non con poche e vaghe parole nel finale, affidate a Totò, a Edvige e a una Madonnina dorata, e animate da una retorica titanica e insieme pietistica: «La modernità, se la cerchi, la trovi a Milàn […] L’amate anche quando la odiate, o credete di odiarla […] Mia città! Mia serranda che sàri su tutto e lasci fuori! […] Grazie per chiunque arrivi qui con il cappello in mano, pieno di speranza […]». Scegliendo di non considerare il costo degli affitti, i pendolari di Trenord, le minoranze etniche marginalizzate, i centri sociali sgomberati, le speculazioni edilizie, Miracolo a Milano sembra parlare soltanto di Miracolo a Milano per gli spettatori di Miracolo a Milano.

Foto Masiar Pasquali

Mi torna alla mente un momento vissuto nel maggio 2024 durante Limited Edition, spettacolo itinerante ideato da Davide Carnevali nell’ambito di un progetto sulle metropoli contemporanee, UNLOCK THE CITY!, a cui il Piccolo partecipava assieme ad altri grandi teatri europei. In quell’occasione, io e una cinquantina di altri spettatori camminavamo per Porto di Mare, nella periferia sud-est di Milano, e ci stavamo dirigendo al Municipio del quartiere per depositare le idee che avevamo messo su carta nelle due ore precedenti a proposito della riqualificazione del parco della zona – che, detto per inciso, credo non abbia bisogno di alcuna opera del genere. Ad un tratto, in uno slargo, due ragazzi spinsero il loro scooter vicino a noi e con fare aggressivo ci chiesero: «Che cazzo siete, gli scout? ». Evitammo di reagire in qualsiasi modo e loro, dopo pochi istanti, se ne andarono. Non intendo prendere quei due a campione rappresentativo della popolazione di Porto di Mare, ma è interessante notare come quell’incontro non mise in crisi il dispositivo creato dal Piccolo, che andò dritto per la sua strada, ma lo mise in ridicolo. Con uno straniamento involontario, lo espose a tutta la sua vacuità. In Miracolo a Milano di Claudio Longhi sento, come allora, il teatro del centro distante non solo dalla periferia, ma dalla realtà, ancora a disagio nel rivolgersi in modo non elitario alla città di cui vorrebbe parlare.

Matteo Valentini

Visto al Piccolo Teatro di Milano, marzo 2026, Teatro Strehler. In scena fino al 2 aprile

di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini

trasposizione teatrale Paolo Di Paolo

regia Claudio Longhi, scene Guia Buzzi,
costumi Gianluca Sbicca
luci Manuel Frenda
visual design Riccardo Frati
dramaturg Lino Guanciale Corrado Rovida
assistente alla drammaturgia Davide Gasparro, assistenti alla regia Davide Gasparro e Giulia Sangiorgio
assistente costumista Marta Solar
con Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Lino Guanciale, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero
e con la partecipazione straordinaria di Giulia Lazzarini, e con le allieve e gli allievi del corso “Luca Ronconi” della Scuola di Teatro “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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Matteo Valentini
Matteo Valentini
Matteo Valentini ha conseguito una laurea in Letterature moderne e un dottorato in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli studi di Genova. È tra i fondatori dell’Oca – Osservatorio Critico Autogestito, webzine di critica teatrale, e collabora anche con Hystrio e Teatro e Critica. È docente di ruolo di Italiano e Storia presso il Convitto Nazionale Longone di Milano.

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