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Ma a che serve la luce? Due sguardi

Recensioni. Ma a che serve la luce? È il titolo della creazione di Virgilio Sieni pensata a partire da Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini. Visto a Firenze, presso Cango (La democrazia del corpo). Due sguardi, tra letteratura e danza, parola e corpo.

La luce e le viscere. Pasolini secondo Sieni

di Simone Nebbia

Nell’epoca contemporanea, complice il recente anniversario tondo e centenario dalla nascita, si parla di Pasolini ovunque: Pasolini il profeta che aveva capito anche quello che non aveva capito, Pasolini il borghese antiborghese, Pasolini capito poco e male in quella famosa critica al PCI a Valle Giulia e risucchiato in questo tempo ignobile, al punto di trasformarsi in icona di una destra ridicoleggiante, toh, barocca. Mai come in questo caso, sulla scena nuda in cui Virgilio Sieni danza con i suoi versi, sembra vero il paradosso secondo cui, per dire meglio del poeta, meglio è toglierlo di mezzo, negare la sovraesposizione mediatica che ne riduce fortemente la portata politica e poetica. Ma a che serve la luce? è un progetto che misura dunque la propria necessità nell’assenza, i versi del poemetto Le ceneri di Gramsci, omonimo del 1954 della raccolta uscita nel 1957, stanno nel nero uniforme come squarci cadenzati di una luce indocile, mai manierata; e il gesto di Sieni non fa che rendere la parola nella sua ampiezza, veicolando in essa non un messaggio ma una continua versatile possibilità di abitazione dello spazio attorno.

Il Pasolini di Sieni è il poeta che incarna “lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere”, che celebra la potenza e assieme la fragilità del corpo al confronto con la natura, di cui fa parte ma dalla quale è irrimediabilmente separato. Vi emerge il titanismo politico di intellettuale eretico, in lotta perenne con il potere e con le sue manifestazioni carnevalesche, così come vi trovano spazio la cura anatomica, la purezza del vigore atletico, la vitalità esuberante che, già nelle proiezioni del pomeriggio in una sala di Cango, compare nel piccolo episodio, tratto dal film collettivo Amore e rabbia del 1968, La sequenza del fiore di carta, in cui Ninetto Davoli, giovane e gioioso, attraversa una Roma operosa e fredda, un mondo di cui ignora ogni cosa e da cui finirà – lui puro – per essere inglobato.

C’è un dialogo sotterraneo, tra le parole di Sieni e Pasolini: i versi pronunciati dal coreografo sembrano allinearsi ai gesti, cercando di produrne una consonanza, quando entrano nel suono i versi detti dal poeta stesso, il gesto si distende e cerca una musicalità ondeggiante, che rinuncia alla precisione in nome della fluidità. Di tale “andamento discorsivo”, che sembra “imitare il movimento del Tevere”, parla anche Paolo Di Stefano nel bellissimo articolo-intervista con lo stesso Sieni, pubblicata nel ricco programma di sala e apparso su La Lettura/Corriere della Sera del 16 novembre 2025; proprio il danzatore identifica quel movimento come una sorta di dialogo tra corpo e paesaggio, in cui il corpo si fa “strumento a percussione”, interpreta suoni che producono le immagini date dalla poesia, in cui emerge l’amata pittura quattro-cinquecentesca tanto studiata e tanto amata da Pasolini, così che Mantegna e Pontormo, Rosso Fiorentino e Masaccio fino a Giotto e Piero della Francesca, creano lo sfondo perché le parole si facciano, in uno squarcio alle sue spalle, luce.

La parola sempre sorgente di Pasolini scivola negli anfratti ruvidi, si sporca nelle profondità di un Tevere poco lontano, torbido e grumoso, emerge dal basso a farsi fiato caldo e spira verso l’alto a sorvolare Roma, ancora unendo assieme il sacro e l’abietto, il lirismo e l’immondizia. La storia, che sembra annegare in quel Tevere fangoso, è per l’intellettuale di Casarsa un nodo irrisolto, la sua continuità spaventosa procede come il fiume, incurante di rami, sassi, vita che si porta al mare largo. Dalla tomba di Gramsci, nel cuore di Testaccio, Pasolini accusa la storia, “Ma a che serve la luce?” è il verso che la inchioda a essere per gli umani l’avversaria che schiaccia, che spinge indietro, eppure lui umano solo in essa dirà, negli ultimi versi, di avere vita: forse allora, come l’Angelus Novus di Paul Klee discusso da Walter Benjamin, la contraddizione è inevitabile, l’uomo alla storia non può sottrarsi, perché è lì – in quel fiume – che confluiscono la memoria della sorgente e la proiezione della foce.

Nel gesto di Sieni riaffiora la poesia di Pasolini 

di Sara Raia

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere

con te e contro te; con te nel cuore,

in luce, contro te nelle buie viscere;

Ma come io possiedo la storia,

essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

Queste alcune delle terzine che ispirano Virgilio Sieni – come si evince dal titolo, che rimanda all’ultimo verso – per la sua nuova produzione. Lo spettacolo ha debuttato al Teatro della Pergola il 26 novembre scorso e continua ora il suo tour, passando inevitabilmente per Cango/Firenze-Centro Nazionale di Produzione della Danza. Sieni si presenta al pubblico con calibrata lentezza, facendo il proprio ingresso dal fondo della scena semibuia. La sua figura – a piedi nudi, vestita con camicia e pantaloni morbidi – si arresta al centro, vicino al proscenio. Il suo sguardo osserva il pubblico, si posa sulla platea per poi chiudere gli occhi per un attimo. In quel breve istante, spettatore e performer sembrano concentrarsi sul medesimo tempo interiore. Si tratta forse di un momento di intima preparazione, in cui le parole stanno per tradursi in gesto. La partitura coreografica di Sieni, infatti, nasce da una meticolosa lettura di Pasolini – del cui talento multiplo indaga qui la vena poetica – e si costruisce sulle espressioni, sulle esclamazioni, sui lemmi, sul lirismo.

I piedi sono ben saldi al suolo, con tutte le dita che ne prendono contatto, divenendo perno e base imprescindibile per il movimento generato soprattutto con la parte superiore del corpo. Le mani, dapprima, rappresentano l’incipit della scrittura coreografica di Sieni: si articolano con estrema cura, producendo battiti su diverse parti del corpo e guidando piccoli salti in avanti, spesso in sesta posizione. In seguito, si porgono al pubblico con i palmi aperti, come rette parallele che incanalano energia. Da questi dettagli nascono onde di movimento: le braccia si articolano generando curve e il corpo le segue con pas de couru in relevé, in un flusso continuo tra gravità e leggerezza. Ogni parola (Tevere, decenni, destini, questo…) è scandita dal corpo prima che dalla voce – di Sieni stesso e di Pasolini in sottofondo – dando origine a una vera scrittura del corpo che si muove sulla scena. Tra una sequenza e un’altra, Sieni retrocede nel buio – come a voltare pagina – mentre vengono via via proiettate opere d’arte corrispondenti ai versi: da Mantegna a Piero della Francesca, Pontromo, Rosso Fiorentino fino a Caravaggio. La musica di Bach, compagna storica della danza di Sieni, garantisce un’atmosfera contemplativa e sospesa, in cui ciascun movimento sembra radicato nel tempo e nello spazio. Ogni gesto guida la scrittura scenica ed è studiato, con minuzia, in base alla parola. La luce è strumento poetico e drammaturgico: i proiettori generano giochi con le ombre e quando il buio accentua la sospensione – scenica e tematica – un fiammifero acceso illumina lo spazio. Ceneri. I polpastrelli si sfiorano appena con un fare morbido e continuo. Le piccole flessioni delle dita generano movimento: sembra cerchino di trattenere la materia che, allo stesso tempo, lasciano scivolare via. Un’immagine che rispecchia la tensione tra possesso e perdita, memoria e fugacità dell’esistenza. La storia mi possiede:ne sono illuminato. Un tilt in attitude con una trattenuta torsione del busto libera poi il corpo che si sdraia al suolo: sono allora i suoni vocali a dare input e ritmo al movimento.

In un momento successivo, subentra in scena un fantoccio con cui Sieni instaura un dialogo minuzioso: gli mostra i movimenti, poi guida le mani minute a riprodurre quella stessa delicata gestualità nata dalla parola poetica. Tutto si manifesta come un atto di cura. Sieni, infine, copre la marionetta con un telo bianco, ne sagoma le forme e lentamente il buio inizia ad avvolgere la scena. È brusio la vita. La luce su quella piccola figura rimasta in evidenza diviene epilogo poetico, suggellando la performance e generando applausi. Ma che serve la luce? è dunque in linea con la cifra stilistica del coreografo. Il gesto, spesso minimo ma intenso, insieme alla ricerca nella sua articolazione, trasforma la scena in un luogo di ascolto e contemplazione. La performance diviene dunque aperta analisi del movimento, meditazione sul corpo e sul tempo, scrittura corporea e letteraria che si intreccia in un continuum poetico. Il corpo è qui veicolo e strumento di riflessione sul senso stesso del gesto. Questo l’obiettivo cardine e Leitmotiv che ben dialoga con la nuova stagione di La democrazia del corpo, la cui chiave principale risiede proprio nel mostrare in scena il medium corporeo in quanto portatore di esperienze e memorie, capace di toccare un grande pubblico mediante i gesti più autentici.

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