Questa recensione fa parte di Cordelia di marzo 26

Losing it di Samaa Wakim non traccia un racconto della realtà, ma ne intercetta i punti di collasso. Il lavoro della performer e coreografa palestinese si dispone fin da subito come la storia-memoria di un corpo preso dentro forze contrarie: apertura e chiusura, espansione e contrazione, fuga e resilienza. È un corpo che non abita la scena; la negozia, la attraversa come si attraversa un territorio in cui anche il gesto più elementare diventa una relazione problematica con lo spazio. Una banda verde taglia la diagonale della scena: un confine che separa, interdice, misura, ridefinendo il campo del possibile. Da un lato una zona di pertinenza del movimento, dall’altro un altrove vietato, opaco, impraticabile. E proprio per questo quella linea finisce per diventare anche misura del tempo, appiglio gravitazionale, asse attorno a cui il corpo cade, resiste, riprende quota. Il merito di Losing it sta qui: nel far emergere come il limite, quando si cronicizza, smetta di essere eccezione e diventi paesaggio. Come accade nei territori occupati, devastati, dove il trauma entra nell’orizzonte del quotidiano e si trasforma in elemento onnipresente di significazione. Anche il suono, un archivio raccolto sul campo, contribuisce a questa costruzione di instabilità, fino a confondere il fragore di un bombardamento con il crepitare dei fuochi d’artificio. E tuttavia, proprio laddove il lavoro sembra avvicinarsi alla dimensione più ambigua e perturbante della memoria incarnata, affiora a tratti una certa eccedenza di leggibilità. Alcuni passaggi paiono orientati a chiarire il proprio senso più che a lasciarlo risuonare, come se la composizione avvertisse il bisogno di garantire la decodifica politica delle proprie immagini, appiattendosi in una funzione allegorica. Ne deriva che la danza, invece di continuare a generare attrito, finisca talvolta per illustrare ciò che aveva già saputo evocare: la tenacia di un corpo che, sotto la pressione della Storia, continua ostinatamente a cercare le condizioni minime della propria sopravvivenza. (Andrea Zangari)
Visto al Nuovo Teatro Ateneo Creato da: Samaa Wakim & Samar Haddad King Coreografia e performance: Samaa Wakim Musica e performance: Samar Haddad King; Luci: Cord Haldun; Direzione tecnica: Moody Kablawi; Canzoni: Turathy (Album: Autostrad); Preghiere: Mounira Wakim; Produzione: Yaa Samar! Dance Theatre, Khashabi Theatre, Theaterformen Festival











