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LOCO (di Natacha Belova e Tita Iacobelli)

Questa recensione fa parte di Cordelia di marzo 26

La delicatezza della tecnica. Non si può non pensare a una frase così liminare, quasi di contrasto, di fronte al teatro di figura orientato da mani sapienti, con gesti cadenzati dall’uso pratico e dall’abilità tecnica, e pur capace di coinvolgersi in un’atmosfera di pura poesia. È questo è un pensiero ineludibile davanti a questo nuovo lavoro ideato da Natacha Belova e Tita Iacobelli, Loco, che prende forma e storia dal Diario di un pazzo di Gogol’, visto al Teatro India di Roma. Il protagonista è Popriščin, impiegato di un ufficio che impazzisce per un amore non corrisposto, non solo da Sophie, ma dall’intera società; siamo in un ambiente caldo, definito da una luce tenue che rimarca un contesto poetico, ma i suoni esterni insinuano invece qualcosa di sinistro che sta per giungere. Il burattino, curato con estrema padronanza da due attrici contemporaneamente – con Iacobelli è Marta Pereira – è in uno spazio semivuoto, se non per un letto sfatto al centro della scena, che diventerà simbolo della sua costrizione al letto di un manicomio, quando vorrà, come accade solo ai folli e ai potenti del mondo, farsi re. Popriščin, il personaggio gogoliano, incarna una figura decisiva nella società russa della prima metà dell’Ottocento: siamo a San Pietroburgo, la quotidianità del silenzioso copista è definita attraverso l’attuazione di gesti cadenzati, il suo è un lavoro ripetitivo, formalizzato dalla burocrazia, ma dentro di lui – 20 anni prima del Bartleby di Melville che vive un contesto già industriale di dominio tecnico e diverse saranno le sue scelte – emergono emozioni segrete che si scontrano con la convenzione sociale del tempo; amori impossibili, un’immaginazione fin troppo fertile, un irredento bisogno di essere visto e amato, tutto concorre all’ingresso nella follia. Ma dove finisce la fantasia e inizia la pazzia? Chi è il folle? Colui che, forse, è alterato rispetto alla convenzione definita dai più, che non si adegua e, solo tra i molti, finisce per essere, da solo, moltitudine. (Simone Nebbia)

Visto al Teatro India. Crediti: ideazione, direzione e drammaturgia di Natacha Belova e Tita Iacobelli; scene e burattini Natacha Belova; con Tita Iacobelli e Marta Pereira; coreografia e sguardo esterno Nicole Mossoux

Cordelia, marzo 2026

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Simone Nebbia
Simone Nebbia
Professore di scuola media e scrittore. Animatore di Teatro e Critica fin dai primi mesi, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de "I Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa); ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo Rosso Antico (Giulio Perrone Editore)

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