In prima assoluta al Piccolo Teatro Grassi di Milano, ancora fino al 3 aprile Variazioni sul modello di Kraepelin di Davide Carnevali, con Fabrizio Bentivoglio. Un’occasione per parlare di smarrimento della memoria individuale e dispersione dell’identità collettiva dell’Europa novecentesca. Recensione

Si può guardare, per tutto il tempo di uno spettacolo, un orologio appeso in alto che a volte appare ed altre scompare? Il tempo, è la chiave. La durata dello spettacolo è una durata che si inscrive nell’esistenza di chi vi assiste, l’unità della quale è condizionata dagli avvenimenti, ritualizzata nella sequenza. Ma cosa accade quando il tempo, di uno spettacolo o della vita, smette di funzionare di colpo? Quell’orologio appeso all’alta parete verde, di tenue acidità, non scandisce minuti e ore, non conta il tempo ma sembra perderlo, smarrirlo, lo sconvolge finché non si arresta e va al contrario; quando riappare, l’orologio non riesce a procedere, va avanti e indietro imprigionando il tempo nello stesso minuto, ipnotizzato dal suono che, prima dirompente e fragoroso, ora fa posto a un docile carillon; poi più avanti cade, come cade il quadro dell’Angelus Novus da un’altra parete; infine ricompare e ruota, perde la sua stabilità, perde un centro e impazzisce, le lancette sono un vortice che moltiplica infinite misure sul quadrante. Si può raccontare uno spettacolo soltanto raccontando un orologio? Si può dire, con la misura perduta del tempo, la misura perduta di una vita?

Si può, in Variazioni sul modello di Kraepelin che Davide Carnevali, dopo averlo scritto nel 2008 (Premio Riccione 2009 e pubblicato per Einaudi dieci anni dopo nel 2018), dirige sul palco del Piccolo Teatro Grassi di Milano in prima assoluta (ma rimando alla storia del testo in questo bellissimo articolo di Alessandro Iachino su Doppiozero), affidando il ruolo di un protagonista che ondeggia tra la dolcezza smarrita e il vecchio piglio marziale, quello che doveva avere un tempo, a un magnifico Fabrizio Bentivoglio, completando il cast con due attori capaci di interpretare i cambiamenti e la molteplicità del proprio ruolo, secondo proprio le variazioni che il titolo dispone: Camilla Semino Favro e Simone Tangolo. In primo luogo occorre dire che, forse complice anche la distanza storica dalla stesura del testo, Carnevali lascia un segno registico molto deciso, abbandona in parte il minimalismo delle precedenti messe in scena ed esprime un carattere estetico privo di indugio, grazie anche al suono di Gianluca Misiti, alle scene di Paolo Di Benedetto illuminate da Manuel Frenda, ai costumi di Gianluca Sbicca. La stessa lontananza da un testo quasi ventennale dispone verso l’intera materia con un atteggiamento molto diverso, che mette in salvo da qualunque effetto retorico: qual era il mondo del 2008? Quello della crisi economica che svelava la bolla esplosa del capitalismo, quello però che dal Novecento era separato per pochi anni appena, nessuno ancora poteva dirsi giunto nel nuovo millennio. E cosa ricorre invece oggi nel racconto del mondo?

Nel contesto musicale, le “variazioni” sulla partitura sono un particolare tipo di trasformazione, perché la modifica del tema portata avanti dalla melodia, pur raggiungendo territori musicali inusuali, mantiene un assoluto rapporto parentale con il tema originale, dal quale si discosta senza, davvero, separarsi mai. Non sembra un po’ quel che fa la memoria, quando nel tempo tesse nuove trame con i fili che appartengono tutti alla stessa matassa? Lo psichiatra Emil Kraepelin, all’inizio del Novecento, ultimò le proprie teorie e diede infine il nome al morbo di Alzheimer, definendo in esso il declino progressivo delle facoltà cognitive, il cui riverbero più evidente è visibile nella dispersione, o meglio, nella trasformazione della memoria, fino al totale disorientamento. Quella regressione che coglie il protagonista di questa vicenda, a causa della quale chiamerà “papà” il proprio figlio, non è dunque ciò che banalmente si definirebbe perdita della memoria, quanto piuttosto uno smarrimento dei punti cardinali che ne riconoscono il senso, fissando i confini di una plausibilità logica alla connessione tra eventi.

A ben vedere, il verde delle pareti non è poi così acido, non del tutto: scrivendone a distanza di qualche giorno, a dispetto degli appunti presi in sala, nella memoria si fa largo l’immagine di un verde molto simile a quello di certe fotografie d’epoca, cui si aggiunge, grazie anche all’illuminazione dapprima saettante, rabbiosa e poi assolvente, una considerazione postuma: sembra esserci, in quel colore, il riflesso nebuloso ed evanescente dell’abito militare che il protagonista indossa, in alternativa al pigiama casalingo. Questa molteplicità percettiva sembra essere la disfatta non tanto della memoria, che continua a percorrere sentieri anche priva di intenzioni, ma della verità, il vero nodo che questo spettacolo – sul modello di Kraepelin – mette in crisi: “Perché nessuno qui mi dice mai la verità?”, tuona il protagonista, lo ripete di continuo, lasciando nell’imbarazzo un figlio dedito, gentile, ma giunto al limite di sopportazione, e una donna il cui ruolo è indefinito e muta al mutare delle condizioni, fino a chiedersi se davvero, quella donna, esista fuori dal pensiero di chi la contempla. Ma si è davvero pronti ad accoglierla, la verità? Sembra, quella della malattia, nient’altro che una menzogna più esplicita, una vergogna scoperta che tutti vedono ma, proprio per questo, non importa più a nessuno.

Anche il figlio dell’uomo chiede continuamente alla donna, che svolge in quel momento il ruolo di psichiatra, di dirgli la verità, sulla malattia e sul decorso; il giovane uomo non sta dunque cercando di fissare di nuovo i parametri del padre, ma sta cercando di non perdere i propri, finché non sarà chiaro in un passaggio del dialogo ciò che la donna voglia dire: “So che è difficile da capire, ma non c’è una logica in quello che suo padre racconta. Questo però non vuol dire che non ci sia una verità. Solo che non è la verità della testa. È la verità del corpo. È inutile cercarla. Non può trovarla. Deve farsi trovare. Non è una ricerca. È una rivelazione”. Ecco, non è una ricerca, ma una rivelazione. O meglio: non c’è sequenza, non c’è logica dunque, ma la concretezza del corpo impone di non lasciar andare, compiendo lo sforzo di rimisurare la verità ogni volta, da capo, finché sarà necessario.

Ma, nonostante quanto detto finora, questo non è uno spettacolo sull’Alzheimer. O non solo. Nell’evidenza di un manichino che offre l’abito militare a ogni interpretazione di un contesto bellico, in cui padre e figlio diventano comandante e sottoposto del campo di battaglia, c’è lo spettro di una riflessione sull’identità europea, confusa in una memoria nebulosa che, forse, ha perduto le lancette di un orologio fermo al Novecento. C’è uno schermo, appeso alla stessa parete dell’orologio, che proietta (video di Riccardo Frati) il famoso Intervallo RAI degli anni Sessanta e Settanta, ma se la musica resta quella della Toccata per arpa sola di Domenico Paradisi, le immagini alternano le classiche vedute di borghi italiani a città devastate dai bombardamenti. Si può accettare che la nostra storia, il nostro passato, lascino i contemporanei nello stesso disorientamento che non è di quest’uomo, ma è ciò che lui produce nel figlio? Si può accettare, in qualche modo come nel precedente Ritratto dell’artista da morto, che le cose non significhino più niente e che il passato non sia altro che un riflesso distorto nello specchio del presente? Passa, l’Angelus Novus di Paul Klee, di cui Walter Benjamin vide la dualità storica, attraversa il palco lentamente, con le ali aperte ma combattute da una tempesta inesorabile, eppure diversamente questo angelo non ha gli occhi spalancati del dipinto, a osservare qualcosa da cui è sconcertato e attratto allo stesso tempo, ha invece lo sguardo basso di chi ha perso qualcosa e la cerca, indietro, nel tragitto già percorso. E non la trova mai. Compie una ricerca, errando, osserva la misura di un tempo già dato, non accoglie la rivelazione del tempo ignoto.
Simone Nebbia
Piccolo Teatro Grassi, Milano – Marzo 2026
VARIAZIONI SUL MODELLO DI KRAEPELIN
testo e regia Davide Carnevali
scene Paolo Di Benedetto
costumi Gianluca Sbicca
luci Manuel Frenda
suono e musiche Gianluca Misiti
video Riccardo Frati
interpreti Fabrizio Bentivoglio, Camilla Semino Favro, Simone Tangolo
regista assistente Virginia Landi
assistente costumista Marta Solari
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa











