Recensione. Mirandolina di Carina Carr, con la regia di Caitríona McLaughlin, con una produzione del Teatro Stabile del veneto, visto a Padova. In tournée poi a Belluno, Verona, Rijeka (Croazia), Milano, Dublino.

È ricca di parallelismi ma si distanzia anche molto dall’originale goldoniano, la Mirandolina scritta dalla drammaturga irlandese Marina Carr e prodotta da Teatro Nazionale del Veneto nell’ambito delle “olimpiadi culturali” di quest’anno, connesse a Milano-Cortina. La protagonista di questa storia a cavallo tra l’Irlanda e l’Italia (interpretata da Gaja Masciale) è una ragazza determinata ma irrequieta, che gestisce assieme al presunto fratello Fabrizio un ristorante italiano, il Goldoni, aperto da emigranti del nostro paese. Attorno a lei ronza, come una nuvola di mosconi, un variegato campionario di mascolinità tossica: una coppia di beoni composta da un ricco uomo di mezza età e dal suo compare meno abbiente, un misogino che odia le donne e cena da solo al ristorante, e per finire lo stesso Fabrizio, che ha ereditato a metà con Mirandolina il ristorante dal “padre” che non è però per lui un padre biologico, e che quindi – gelosissimo – fa una corte spietata e piuttosto violenta alla sorella non-sorella. Fin qui i parallelismi con i personaggi de La Locandiera sono evidenti, ma l’atmosfera evocata da Carr (e disegnata dalla regia della direttrice dell’Abbey Theatre Caitríona McLaughlin – il loro è un lungo sodalizio – con un cast tutto italiano, altro ponte tra i due paesi) si distanzia notevolmente dall’originale. Perché, per bocca del fantasma della madre che la abbandona a nemmeno un anno di età – di fantasmi ne compariranno parecchi in questa storia – Mirandolina è una ragazza “perduta”, una tipica post-adolescente urbana, che vive la propria libertà attraverso l’uso di droghe e il sesso, cercando di rovesciare il suo ruolo di “preda” sessuale in quello di “predatore” (la metafora della catena alimentare per descrivere le dinamiche sessuali in contesti patriarcali è molto diffusa nel discorso anglosassone). È una persona che non le manda a dire, la Mirandolina di Carr, pronta a rispondere tono su tono alle avances maschili, ma attraverso un discorso muscolare e provocatorio che è piuttosto lontano dall’arguzia e dalla spregiudicatezza dell’originale goldoniano.

L’intuizione di trasformare in emblema delle questioni femministe del presente la figura di Mirandolina – personaggio che storicamente già incarna la donna che tiene testa all’uomo, anche se sulla natura del suo presunto femminismo ante litteram (se effettivamente emancipativo o troppo imitativo dei meccanismi imprenditoriali maschili) si è molto discusso nel corso del tempo – finisce per cozzare con un eccesso di didascalismo, che rende i personaggi maschili (con l’eccezione del fantasma del bisnonno) tutti irrimediabilmente piatti e finisce per schiacciare la stessa Mirandolina allo stereotipo della “ragazza perduta”. D’altronde sembrerebbe che la drammaturgia di Carr, più che raccontare le vicende di una Mirandolina contemporanea, sia interessata a scandagliare il linguaggio che la circonda: non solo il tema della preda – di cui si è detto – ma anche le minimizzazioni con cui la madre del misogino Rip accoglie il discorso violento del figlio, così come l’accenno alla connessione tra il dominio maschile e consumo delle risorse del pianeta, sono tutti rimandi espliciti al dibattitto odierno sul patriarcato. Un rimando che, tuttavia, avviene per giustapposizione più che per necessità di intreccio.

C’è però un rovesciamento nella rilettura di Carr, che si sprigiona da una scelta forse solo apparentemente dettata dal calco dell’originale, che presenta un punto di vista inaspettato: nonostante si presenti come una versione femminista dell’eroina goldoniana, Mirandolina è, alla fine dei conti, uno spettacolo popolato da maschi. È in sostanza, potremmo dire, un trattato sul maschile contemporaneo. Un trattato quasi senza speranza, è vero, perché l’unico personaggio che si salva è il fantasma del bisnonno, che racconta una cruda e raccapricciante vicenda di stupro di gruppo a cui assiste da giovane, cercando di intervenire a difesa della ragazza, e che crea una frattura profonda tra lui e la madre, a sua volta vittima di stupro da giovane: vedendolo arrivare a casa con la ragazza martoriata e in fin di vita tra le braccia, l’amore materno lascia il passo al raccapriccio femminile, così che la madre finisce per accusare il figlio di un crimine che lui non ha commesso e anzi al quale ha cercato di opporsi, convinta com’è del fatto che il “male” possa annidarsi in qualunque uomo, incluso il frutto del suo ventre (il monologo è interpretato da Giancarlo Previati nel secondo atto, che riscatta lo spettacolo dalla prevedibilità del primo).
Carr insomma non si sottrae alla complessità della materia, pur tratteggiando, soprattutto negli esiti finali, personaggi senza speranza di evoluzione – cosa che in alcuni momenti permette agli attori di trasformarli in vere e proprie maschere, per quanto negative (i siparietti tra Danis Fasolo e Andrea Tich, i cui personaggi si rimpallano alcuni tratti di Albafiorita e Forlimpopoli, sono i momenti più convincenti di tutto il lavoro dal punto di vista attoriale, sfrontati e beoni e decisamente veneti, assomigliano a una versione “maligna” del duo Carlobianchi-Doriano del fortunato film di Sossai, Le città di pianura).

Pur non portandoci oltre i territori del già visto, dunque, quella di Carr è comunque una drammaturgia che prende posizione senza evitare di confrontarsi con la complessità (e prende posizione anche il teatro, che meritoriamente ospita nel foyer per tutte le repliche dello spettacolo il banchetto dell’associazione Orphan of Femicide Invisible Victim, che sostiene gli orfani e le orfane di femminicidio nel Triveneto, in Emilia-Romagna e in Lombardia). L’epilogo della vicenda, che si conclude con il femminicidio della protagonista, non a caso è svelato fin dalle prima battute dello spettacolo: in nessun caso si sarebbe potuto trattare di un finale “a sorpresa”, configurandosi piuttosto come l’ennesima morte di un bollettino funebre che procede senza sosta. In questo modo il monito di Ripafratta dell’originale goldoniano (“Meriteresti che io pagassi gl’inganni tuoi con un pugnale nel seno”) si trasforma da minaccia in cruda realtà.
Vale la pena riscontrare però che, così facendo, il personaggio di Mirandolina si vede proiettato dalla commedia alla tragedia. E non sarebbe potuto essere altrimenti, vista l’urgenza di Carr di porre al centro della sua riscrittura il tema della violenza maschile nella sua accezione più brutale. Tuttavia, così facendo, della sagacia originaria del personaggio rimane ben poco. D’altronde se volgere in commedia un dramma è un percorso più che rodato, che opera quel ribaltamento tipico della farsa, di sicuro effetto comico, trasformare al contrario una commedia in tragedia è un percorso non impossibile ma certamente più accidentato. (Oggi, per di più, ci si interroga da più parti proprio sulle potenzialità del comico nel portare il discorso femminista su un piano più ampio – basti citare il recente Piccolo manuale di comicità femminista di Luisa Merloni, appena uscito per Einaudi, o le tante sperimentazioni di autrici tra teatro comico e stand-up vera e propria). Il risultato è che nella locanda settecentesca Mirandolina sapeva destreggiarsi tra i caratteri patetici di una maschilità tronfia, fatta di nobili decaduti e parvenu, trasformando in soggettività una posizione – quella femminile – che la società dell’epoca voleva remissiva e oggettificata; nella locanda contemporanea, invece, Mirandolina è una ragazza ribelle e assertiva, sì, ma la cui libertà viene annichilita con la violenza.
Graziano Graziani
febbraio 2025, Padova, Teatro Verdi
Date tournée in calendario
l’11 febbraio al Teatro Comunale Dino Buzzati (Belluno)
dal 24 febbraio al 01 marzo al Teatro Nuovo (Verona)
il 05 e il 06 marzo al Teatro Ivan Zajc Rijeka (Croazia)
dal 10 al 15 marzo al Teatro Elfo Puccini (Milano)
dal 28 agosto al 05 settembre all’Abbey Theatre (Dublino)
MIRANDOLINA
di Marina Carr
dramaturg e traduzione Monica Capuani
da La Locandiera di Carlo Goldoni
regia Caitríona McLaughlin
con Alex Cendron, Denis Fasolo, Riccardo Gamba, Margherita Mannino, Gaja Masciale, Giancarlo Previati, Massimo Scola, Andrea Tich, Sandra Toffolatti
scene e costumi Katie Davenport
luci Paul Keogan
musiche Anna Mullarkey
assistente alla regia Martina Testa
assistente scene e costumi Florentina Burcea
interprete Eleonora Marchiori
direttrice di scena Chiara Tarabotti
macchinista Marco Zenier
elettricista e addetto alla consolle Giovanni Bodi
fonico Stolfo Fent
sarta Erika Antonelli
foto Serena Serrani
video Anima Film
produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Abbey Theatre – Teatro Nazionale d’Irlanda, Teatro Nazionale Croato di Fiume – HNK Rijeka
in accordo con The Agency (London) Ltd, 24 Pottery Lane, London W11 4LZ (email info@theagency.co.uk)
per gentile concessione dell’ Agenzia Danesi Tolnay
spettacolo inserito nell’ambito dell’ Olimpiade Culturale di Milano-Cortina 2026
repliche accessibili 19, 21, 22 Febbraio 2026
con sottotitoli in inglese
partner tecnico Lyri
si ringrazia per il make up Anna Ave














