Recensione. Guarda le luci amore mio, diretto da Michela Cescon (tratto dall’omonimo libro di Annie Ernaux) e interpretato da Silvia Gallerano e Valeria Solarino, visto al Teatro Gobetti di Torino. Lo spettacolo è andato in scena anche al Carcano di Milano.

Fatichiamo a renderci conto di quanto la realtà del supermercato sia pervasiva nelle nostre brevi esistenze. Che sia una tappa settimanale fissa, rito serale per concludere la giornata lavorativa con l’ultima mansione sulla lista, o una capatina veloce e urgente per acquistare quel prodotto dimenticato, l’ipermercato è una costante invadente e capillare, un gigante silenzioso dai meccanismi ben oliati che soggiace alla soddisfazione dei nostri bisogni primari. È lì, immobile, così cupo negli orari di chiusura, privato di quel brulicare di vite che è il suo respiro, il suo battito. Quando dorme, il gigante tradisce la sua natura aliena, estranea al territorio in cui si è radicato, strappando ettari di terra locale dalla sua destinazione agricola.
Ernaux conduce un’analisi lucida sul tema nel suo libro-diario Guarda le luci, amore mio, edito da L’Orma editore, da cui la regista Michela Cescon parte per impostare lo spettacolo omonimo che vede come protagoniste brillanti Silvia Gallerano e Valeria Solarino. Nei panni della scrittrice, le due attrici animano una scena che si presenta divisa a metà, esattamente come separata in due parti è la personalità di Ernaux. Sullo sfondo, un telo che si presenta spaccato in due sezioni, una completamente buia e nera, l’altra cangiante: dal bianco abbacinante e freddo delle corsie, alle tinte aranciate del sole che tramonta, fino alla serenità vellutata della notte con le sue sfumature scure e la luna alta in cielo. In sottofondo, il frinire delle cicale in una sera di fine estate. È autunno, arrivano i primi freddi e lo stridulo canto d’amore degli insetti finisce, quando l’autrice decide di tenere sotto osservazione, per un anno intero, dall’autunno 2012 all’autunno 2013, la realtà dell’ipermercato Auchan del centro commerciale Les Trois Fontaines a Cergy, comune francese situato nel dipartimento della Val-d’Oise nella regione dell’Île-de-France.
Per quanto la drammaturgia di per sé sia fondata principalmente sulla parola, i gesti si fanno essenziali ed evocativi, come la scenografia, limitata a pochi oggetti (una lavagna, una scrivania, due sedie), mentre Gallerano e Solarino si avventurano tra le corsie, tra critica sociale e osservazioni estemporanee. Impossibile non notare come i giochi destinati ai bambini siano così profondamente diversi da quelli che riportano la dicitura “per bambine”. Macchinine, dinosauri, escavatori, trenini, pistole, arancione, verde, blu, contro i colori pastello e il rosa tenue della bambola che sembra un vero bebè e del primo ferro da stiro.

Forme sottili (e anche meno) di discriminazione serpeggiano tra gli scaffali. E così la sezione discount, di cui uno faticherebbe ad accorgersi se non passasse appositamente di lì, viene messa sotto i riflettori, con i suoi prodotti privi di marca, dimessi negli stessi toni di vendita, opachi e piatti. Una parte che resta invisibile a chi non frequenta quella corsia si ritrova insieme al resto della clientela nella coda alle casse che, come sottolinea l’autrice, è l’unico momento in cui potremmo essere forzati a interagire, sbirciando gli uni nel carrello degli altri, eppure non lo facciamo. Forse solo sui mezzi di trasporto ci troviamo a condividere così tanto spazio con l’umanità senza lasciare che la nostra vita ne venga sfiorata, ognuno chiuso nel suo piccolo microcosmo di preoccupazioni e pensieri.
L’unica interazione inevitabile e forzata è quella con la cassiera che scannerizza i prodotti sul nastro scorrevole e che si limita ad apostrofarci con un “Buongiorno”, ripetuto talmente tante volte da venire privato del suo significato originario, procedendo a comunicarci il totale da pagare. O forse non è così necessaria, considerando che da breve sono state introdotte le “pistole” per scannerizzare da sé i prodotti e versare direttamente il denaro richiesto alle casse automatiche. Un gesto semplice ed efficace per sbarazzarsi di una categoria di lavoratori e lasciare il posto all’operato delle macchine. Diventa così una protesta politica rifiutarsi di usufruire di questo sistema e passare ancora attraverso quel rito di interazioni sociali ridotte volte a finalizzare il nostro acquisto.

Il supermercato non è solo un sistema che discrimina, ma che basa la sua floridezza economica sullo sfruttamento a catena di persone che lavorano in condizioni precarie dall’altro lato del mondo. E così, la maglietta che abbiamo pagato “solo sette euro!” porta impressa su di sé la macchia di sangue di duecento lavoratori abusivi e sottopagati seppelliti dalle macerie di un edificio non a norma andato in fiamme in Bangladesh.
Diversi sono i rimandi alle tragedie celate dal sistema dell’ipermercato, inglobate a loro volta nel flusso di persone che entrano tra le sue porte a vetro tirate a lucido. Inframmezzano la narrazione come fiori sanguigni che sbocciano all’improvviso, inaspettatamente. Lacrime rigano il volto di Gallerano e Solarino nel pronunciare quei numeri, l’unica cosa rimasta a cui aggrapparsi in assenza di un nome. Eppure, imperterriti, continueremo ad acquistare quelle magliette a sette euro nel cestone delle occasioni, forse perché è conveniente, o perché non possiamo permetterci di più. Il supermercato ci rende complici, spesso inconsapevoli, di un massacro in atto. E anche quando lo siamo, invece, consapevoli, non ci fornisce molte opzioni per sfuggire alla sua morsa. È “l’umiliazione inflitta dalle merci”.

Verso la fine, è come se Ernaux perdesse la voglia – anche se troverei più adeguato parlare di speranza – di narrare del supermercato in sé. L’impressione che ne deriva non è quella di una persona che ha finito in maniera esaustiva di affrontare la tematica, ma di qualcuno che è stanco di parlare di una realtà soffocante e deprimente, quasi volesse restituire al flusso scorrevole della vita l’oggetto estratto brevemente prima per renderlo protagonista di un’analisi. La scena viene ripulita e ordinata, gli oggetti messi in bella mostra ritornano silenziosamente dietro le quinte. Rimangono solo Gallerano e Solarino sul palcoscenico, ad accogliere lo scroscio di applausi meritati che le investe con il loro calore.
Fare la spesa non sarà mai più la stessa esperienza noncurante di prima. A volte, solo quando un elemento viene estratto dalla nostra quotidianità e posto sotto il microscopio, ci rendiamo conto di quanto un meccanismo subdolo che soggiace a una realtà che viviamo tutti i giorni sia normalizzato. L’obiettivo di Ernaux, e di conseguenza di Cescon, è quello di portarci a riflettere su di esso, senza filtri. E ci riesce benissimo: attraverso una recitazione poliedrica, intensa ed emotiva, che alterna momenti di leggerezza a picchi di intensità, il pubblico è conquistato, ascoltatore attento e affascinato dal ritmo della dizione, a riprova del fatto che non serve una scenografia altisonante e chissà che effetti speciali per ottenere una messinscena di successo, genuina nel suo essere minimale.

“Guarda le luci, amore mio!”, dice la mamma al bambino sul passeggino, indicando le luminarie sopra le loro teste. “Guarda le luci, amore mio”, dico al mio accompagnatore, seduto di fianco a me, un sussurro amareggiato. Perché in un supermercato ci entreremo anche io e lui, dopo questo spettacolo, a farci abbagliare dalle lucine e dalla patina lucida che ammanta le superfici, vittime e perfetti ingranaggi che mandano avanti una macchina mostruosa che ingloba e rigetta al tempo stesso. Ne usciremo ricolmi di sacchetti, i manici delle buste di plastica rigorosamente biodegradabile pagate tre centesimi che ci segano la carne sottile del polso, storditi da quell’immenso labirinto che è l’ipermercato, con il suo humus sonoro e i vibranti cartelli rossi che segnalano le offerte in corso.
Forse passeremo di fronte al cestone delle magliette in sconto, forse no, ma una nuova consapevolezza si sarà fatta strada in noi. La stessa che ci porterà a rifiutare di usare lo scanner per i prodotti e a renderci conto della disposizione delle merci nei reparti, delle sottili forme di discriminazione in atto. Fare la spesa non è mai stato atto politico più semplice e immediato. Ma è nel piccolo che si può cominciare a fare la differenza.
Letizia Chiarlone
tratto dall’omonimo libro di Annie Ernaux
con Valeria Solarino e Silvia Gallerano
riduzione drammaturgica Lorenzo Flabbi e Michela Cescon
regia Michela Cescon
scene, luci, costumi Dario Gessati
sound designer Shari DeLorian
produzione Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
in collaborazione con Teatro di Dioniso, Riccione Teatro e L’Orma Editore













