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GERTRUDE (di A. De Simone, regia M. Scandale)

Questa recensione fa parte di Cordelia di marzo 26

Foto Manuela Giusto

C’è una piscina sotto al palco, uniforme distesa di blu soltanto negata da una presenza inerte, un galleggiante rosa a forma di fenicottero; delle scale portano al piano superiore, dov’è un tavolo rettangolare posto in perfetta orizzontalità, quasi impercettibile se non per le sottili linee, parallele al suolo, sul quale sono bicchieri e bottiglie di vino; all’angolo opposto si staglia un trampolino che rimarca di nuovo il legame con la piscina sottostante, ma suggerendo un diverso impatto con l’acqua. Gertrude, testo di Annalisa De Simone che deforma e reinterpreta alcune linee dell’Amleto shakesperiano, abita la limpidezza geometrica di questa scena firmata Daniele Spanò al Teatro Torlonia, sotto la direzione lodevole e ordinata di Mario Scandale, che avrebbe tuttavia beneficiato di un graffio più marcato. Al titolo corrisponde una sequenza ulteriore: Gertrude è regina, sposa, madre. Dunque De Simone, spostando il punto di vista sul personaggio più laterale e ambiguo nella tragedia, ne convoca qui il dissidio tridirezionale: Gertrude (Mascia Musy) è moglie di un re morto, promessa di un prossimo re vivo, regina senza potere di scelta, madre di un principe, assente dalla scena ma continuamente evocato, che non accetta l’ordine degli eventi, non ne vuole avallare il carattere posticcio, a meno che non ne sia dichiarata la teatralità. La donna, divisa tra i diversi ruoli che la storia, il contesto e la vita le impongono, eccede con il vino e con l’amore per il futuro re Claudio (Jonathan Lazzini), in cui cerca di confondere i pensieri; a contraltare c’è Ofelia (Arianna Pozzi, pregevole la sua interpretazione) che vive l’attrazione di Amleto fino a farsene schiacciare, senza ascoltare il fratello Laerte (Domenico Pincerno) che ne svela la vanità. Tra loro emerge una complicità di genere, si rivela nella condizione femminile di entrambe una prigionia del corpo e dell’anima che De Simone estremizza, evidenziando la fragilità di entrambe, sotto lo sguardo e il potere determinati dalle figure maschili. Quella di Gertrude è dunque una tragedia nella tragedia, la sua reticenza, il suo monito non bastano ad avvisare Ofelia, il destino si compirà come deve. Resta una domanda in mente, uscendo: noi chi siamo? Quelli che entrano in acqua lentamente o che si tuffano dal trampolino? (Simone Nebbia)

Visto al Teatro Torlonia. Crediti: di Annalisa De Simone; regia Mario Scandale; con Mascia Musy; e con Jonathan Lazzini, Domenico Pincerno, Arianna Pozzi; scene Daniele Spanò; costumi Gianluca Sbicca; luci Camilla Piccioni; foto di scena Manuela Giusto; produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

Cordelia, marzo 2026

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Simone Nebbia
Simone Nebbia
Professore di scuola media e scrittore. Animatore di Teatro e Critica fin dai primi mesi, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de "I Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa); ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo Rosso Antico (Giulio Perrone Editore)

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