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Fino alla fine del mondo. In viaggio verso Mutonia

Un’intervista a Lucia Peruch a.k.a. Lu Lupan, a Andy Macfarlane e a Lyle Rowell a.k.a. Doghead, artisti della comunità Mutoid Waste Company, nata dall’incontro tra Joe Rush e Robin Cooke a Londra, per poi approdare nel 1990 al Santarcangelo Festival.

Scriveva così Italo Calvino ne Le città invisibili: «È inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati». Riconosciuta, già nel 2014, “Parco artistico” e “Bene Cittadino” dalla Sovrintendenza alle Belle Arti di Bologna e dalla Sovrintendenza ai Beni Artistici e Paesaggistici di Ravenna, dal 29 gennaio 2025 Mutonia, dopo una lunga battaglia legale, è a rischio sgombero: il Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione del TAR del 2020, a seguito del ricorso presentato da un vicino di casa, affermando che gli spazi abitativi dei Mutoid vanno demoliti, in quanto abusivi. Nella puntata del 9 febbraio del podcast Tiresia, Andrea Pocosgnich pone all’attenzione la questione, citando l’articolo di Manuel Spadazzi, Mutonia, la tribù del ferro e del fuoco: “La gente è con noi”. Così si può salvare, apparso su il Resto del Carlino del 2 febbraio. Nel frattempo, le istituzioni locali, Comune e Regione, stanno continuando a lavorare per giungere a una soluzione – il cui esito arriverà tra marzo e aprile – per dichiarare Mutonia “Area di interesse pubblico”.


The-Flying-Eye-Santarcangelo_Ph.-Lyle-Rowell-

In Mutate or die. In viaggio con la Mutoid Waste Company (Agenzia X) di Rote Zora, l’editore, scrittore e attivista Marco Galliani, in arte Philopat, racconta così l’arrivo della Compagnia di artisti a Santarcangelo di Romagna: «Il loro corteo di macchine mutanti fu una cosa incredibile, sembrava proprio il set cinematografico di un film di fantascienza […] con Joe Rush a cavallo di una moto mostruosa con la ruota anteriore di un trattore. […] Li aspettavamo da ore sulla collina del centro storico di Santarcangelo, avevamo anche un binocolo per scrutare la strada. Quando finalmente li inquadrammo fu un’emozione. […] Non avevamo mai visto una cosa del genere». Lyle, Lucia, Andy, com’è iniziato il vostro viaggio verso Santarcangelo di Romagna?

Lyle “Doghead” Rowell: Avevo ventitré anni quando arrivai a Manchester con un biglietto di sola andata da Vancouver, uno zaino in spalla e nessuna idea di cosa avrei fatto una volta atterrato a destinazione. Mi spostavo continuamente, finché non iniziai a vivere in un camion, poi in un autobus trasformato in casa, lo stesso con cui approdai a Mutonia nel 1995 (gli altri artisti erano già qui da cinque anni). Da quegli inizi spartani, senza mai immaginare di restare per così tanti anni nell’ex cava, ho creato quella che è diventata una bellissima casa. È cresciuta in modo organico nel corso degli anni, man mano che trovavo nuovi materiali e avevo tempo a disposizione per assemblarli. Ho incorporato la porta di una cabina telefonica degli anni Settanta come accesso al bagno. Avevo conosciuto alcuni dei primi Mutoid a Londra, agli inizi degli anni Novanta, collaborando alla realizzazione di alcuni eventi. Dopo anni passati a cercare un luogo dove sarei potuto restare per più di qualche mese o un anno, quello che mi colpì molto, quando arrivai a Mutonia, fu l’accoglienza da parte del comune e degli abitanti di Santarcangelo, felici di poter ospitare una realtà come la nostra.

Lucia “Lu Lupan” Peruch: I Mutoid arrivano a Santarcangelo nel 1990 perché invitati dal Festival Internazionale del Teatro. Avendo raggiunto la città con tutta la carovana al seguito, sorse subito il problema della loro collocazione, anche temporanea, per la preparazione dello spettacolo che avrebbero presentato al Festival. E quindi, la sindaca, prematuramente scomparsa nel 1996 (Maria Cristina Garattoni ndr) permise loro di utilizzare una vecchia cava abbandonata, attiva dal dopoguerra, divenuta in seguito una cava industriale. Tutte le infrastrutture della cava, con i nastri di carico, rappresentavano uno spazio suggestivo, situato lungo le sponde del fiume Marecchia, che divenne presto il luogo ideale per accogliere gli artisti. E dopo trentasei anni siamo ancora qui, in questo spazio dove vivono tre diverse generazioni. Io sono arrivata a Mutonia nel 1996 per amore: avevo incontrato un ragazzo che venne qui da Berlino qualche anno prima. All’epoca vivevo a Bologna, dove studiavo e lavoravo. Poi scelsi di restare qui anche perché il modo in cui era strutturata la vita al campo, non essendo una comune, mi avrebbe consentito di avere a disposizione sia spazi condivisi che spazi personali che, per quanto mi riguarda, è importantissimo.

Andy Macfarlane_Foto di Pierluigi Fagioli

Andy Macfarlane: Ho visto dei filmati di quando i Mutoid arrivarono per la prima volta a Santarcangelo. Immaginare che alcuni mezzi militari, che sono ancora qui, hanno viaggiato, con il rimorchio al seguito, a una velocità massima di sessanta chilometri all’ora, da Berlino, è straordinario. Quando arrivai a Mutonia, mi ero appena laureato all’Accademia di Belle Arti in Pittura, a Glasgow. Quello che mi aveva un po’ deluso, a quel tempo, era il confronto con un ambiente artistico che considerava le opere d’arte esclusivamente al pari di una merce, mettendo da parte, quindi, la ricerca che è alla base della pratica artistica e il suo rapporto con una certa cultura, con uno specifico contesto storico. A prevalere era la moda del momento. Mi piaceva l’idea del riciclo e la possibilità di dipingere utilizzando materiali di recupero. Poi un mio amico artista, Johnny Macaulay, che era già con i Mutoid ai tempi di Berlino (i Mutoid giunsero nella città tedesca alla fine degli anni Ottanta, dopo aver lasciato la Gran Bretagna e il clima oppressivo del governo conservatore di Margaret Thatcher ndr), mi propose di venire in Italia per confrontarmi con un tipo di arte sperimentale. Avevo ventitré anni e ricordo che presi prima un pullman a Londra, poi un altro fino a Bologna, poi viaggiai in treno e, infine, proseguii a piedi fino a Mutonia. Una volta arrivato, mi ritrovai davanti a una casetta con un gruppo di persone (all’epoca si mangiava insieme) che mi osservava con attenzione. Chiaramente volevano rendersi conto di chi fossi, prima di aprirmi il loro mondo, verso il quale erano molto protettivi. Ma poi, dopo un’iniziale fredda accoglienza, è andata bene. Era il settembre 1993, e i Mutoid erano già qui da tre anni.

Gli spazi e le opere scultoree di Mutonia rivelano un forte legame con l’immaginario cinematografico post apocalittico, ma evocano anche il rapporto con un cinema più autoriale, poetico. Penso, ad esempio, a Wim Wenders. Quanto il cinema ha influito sul processo creativo? E in che misura?

L. “L. L.” P.: Si, questo immaginario cinematografico ha sicuramente ispirato la ricerca artistica. Parlando di Wenders, la roulotte del film Il cielo sopra Berlino è stata la casa di un ragazzo della Mutoid Waste Co.

A. M.: Come quasi tutti gli artisti a Mutonia, anch’io sono stato influenzato dalle immagini di film come Bladerunner. Io non sono stato a Berlino, come molti altri, per i quali certamente nella ricerca artistica c’è anche un po’ del mondo di Wim Wenders.

L. “D”. R.: Avevo all’incirca quattordici anni, quando, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta uscirono al cinema film come Mad Max, Bladerunner, Alien, che mi hanno, nel tempo, molto ispirato. Anche per quanto riguarda l’opera in movimento, che per me rappresenta una vera e propria sfida e che trovo interessante perché esprime meglio l’idea di cambiamento, di trasformazione.

Animali di mare e di collina_Ph. Pierluigi Fagioli

Lucia, quanto ha influito una realtà come Mutonia sulla tua ricerca artistica?

L. “L. L.” P.: Totalmente! Prima di arrivare a Mutonia non avevo ancora mai sperimentato il mio lato creativo. Mi piaceva, sì, disegnare, ma a un certo punto c’è stato proprio un cambiamento di vita totale, che non avrei mai pensato avvenisse in questo modo. Tra le nostre attività, a Mutonia, c’era quella di andare in giro a cercare rottami che, all’inizio, rappresentava una forma di sussistenza fondamentale. Negli anni Novanta andavamo in giro con i camion nelle campagne, e quando ci imbattevamo in un mucchio di rottami bussavamo alla porta delle abitazioni nelle vicinanze, chiedendo ai loro proprietari se avevano necessità di liberarsene. Dopo aver recuperato i rottami, li portavamo a Gambettola, dove ogni villetta, anche quella più raffinata, ha un angoletto con un mucchietto di rottami. Ci hanno raccontato che, nel dopoguerra, quando vennero demoliti i mezzi corazzati, e con tutto ciò che era stato lasciato dai soldati tedeschi, sono nati i primi rottamai. Gambettola rappresenta, per noi, una sorta di paese dei balocchi, dove esiste proprio questa particolare cultura del rottame. Una volta che ci spostavamo dalla campagna, conferivamo i rottami, riuscendo, in questo modo, a reperire i materiali che poi servivano per le sculture (i pezzi venivano acquistati sempre al peso). Consuetudine che ora non c’è più, perché adesso non ci si potrebbe recare dai rottamai senza una licenza per la raccolta dei rottami e per il loro smaltimento. Ricordo che una volta andammo in questo rottamaio immenso, Maestri, a Gambettola, e c’era una montagna pazzesca, bellissima, di alluminio, in un bel giorno di primavera con un bel sole e, in quel momento, ho iniziato a vederne il potenziale. Quel giorno sono tornata a casa con il mio secchiello di rottami e poi ho cominciato, pian piano, a metterli insieme.

E quanto è stato ed è importante il confronto con gli altri artisti?

L. “L. L.” P.: A Mutonia siamo tutti autodidatti. La lavorazione dei metalli richiede molta tecnica, richiede una pressatura, attraversando un procedimento di problem solving continuo. Stare in un gruppo, confrontarsi con le esperienze e con le modalità di lavoro altrui, permette pian piano, sotto il profilo tecnico, di crescere molto, ma poi la ricerca artistica, ovviamente, è anche una dimensione più individuale, intima, perché mette in campo l’immaginario di ognuno. C’è chi preferisce mettere in gioco più energie contemporaneamente, io tendo a lavorare in un modo più raccolto, ho bisogno di concentrazione e di seguire il mio viaggio a partire da quella che è una mia idea. Insomma, ognuno segue la propria poetica. Da quando è nata mia figlia, ad esempio, lavoro quasi sempre da sola e soltanto su commissione, per una migliore gestione del tempo, essendo una madre single. Inizialmente, ho dovuto affiancare al mio mestiere anche altri, poi con gli anni, pian piano, ho trovato sempre di più un mio spazio, una mia clientela, persone che venivano a Mutonia e chiedevano di me, perché avevano visto le mie opere. Poi, nel 2020, durante la pandemia, dopo venticinque anni che facevo questo mestiere, per nove mesi non ho ricevuto nessuna commissione per nuovi lavori, e lì ho deciso che doveva cambiare qualcosa. A quel punto, ho scelto di affiancare alla mia pratica artistica anche un altro lavoro, che considero altrettanto bello, quello dell’insegnamento presso una scuola superiore, che richiede molta dedizione. È importante avere sempre nuovi stimoli, ed è stato bello studiare, mettermi alla prova, anche per la mia ricerca artistica, che possiede un ventaglio di possibilità differenti che è fondamentale per me continuare ad esplorare.

Andy, quando è avvenuto, per te, il passaggio dalla pittura alla musica? E quanto è stato importante portare avanti la tua ricerca artistica, musicale, all’interno di Mutonia?

A. M.: Quando dipingevo, mi piaceva molto Frank Auerbach – un pittore tedesco le cui opere erano caratterizzate da questo grande impasto di olio su tela – e anche gli impressionisti francesi. Mi piacevano gli scenari e i paesaggi industriali: spesso dipingevo i cavalcavia in centro a Glasgow, le autostrade, che sono immagini di rottura (vedi il Brutalismo degli anni Sessanta). Trovarmi in un luogo nuovo, a Mutonia, con persone nuove, mi spinse soprattutto a voler imparare. L’estetica post apocalittica, la fantascienza, il cyber punk mi affascinavano molto, e mi piaceva sia il modo di lavorare individuale che collettivo. Nel 1993, quando arrivai a Mutonia, si lavorava a numerosi spettacoli itineranti, e tutto questo fermento mi portò anche a studiare maggiormente la musica per realizzare, a livello sonoro, quella che era la mia idea di musica da inserire negli spettacoli dei Mutoid, utilizzando all’inizio i suoni che sperimentavo utilizzando i bidoni. Tutti questi stimoli mi hanno portato poi a diventare un musicista, viaggiando tra punk, rockabilly e blues. Poi c’era anche la musica industrial, e il look stesso dei Mutoid, che avevano una grande originalità. Ricordo che una volta stavamo suonando contrabbasso e chitarra, in un ex mattatoio, insieme con il mio amico Johnny (Macaulay ndr), durante uno spettacolo, e indossavamo sulla testa una spazzola per autolavaggio per creare una sorta di cresta. Inoltre, i rumori che fuoriuscivano durante la lavorazione del ferro, e dei materiali utilizzati per la creazione delle opere, richiamavano le sonorità del gruppo Einstürzende Neubauten di genere rumorista (nata nel 1980 a Berlino, la band industrial utilizzava, oltre agli strumenti tradizionali, arnesi di ogni tipo, come seghe circolari, bidoni pieni d’acqua, plastica, vetro, tubi e travi di metallo, ecc. ndr) e nascevano così delle vere e proprie sinfonie, la colonna sonora degli eventi. A ventitré anni, come artista visivo, non avevo le idee troppo chiare, avevo talento come pittore, ero molto appassionato, ma non avevo una precisa idea concettuale su come portare avanti la mia ricerca pittorica.

Riù_Ph®Tommaso Revelant

Lyle, le tue sono sculture su grande scala. Da dove nasce la spinta per la creazione di opere come, ad esempio, L’uomo in gabbia, L’occhio volante, La macchina del tempo?

L. “D”. R.: Sono sempre stato spinto dal desiderio di utilizzare ciò che gli altri scartavano. Da bambino, l’idea di andare in discarica con mio nonno mi entusiasmava molto di più che andare per negozi di giocattoli con mia madre. Le mie sono opere in movimento, ho sempre voluto fare cose animate che potessero esprimere un’emozione. All’inizio realizzavo sculture, piccoli oggetti che vendevo per esigenza, e in questo modo ho imparato a fare sculture con materiali di riciclo. Ero ispirato da artisti come Jean Tinguely, dalle sue sculture in movimento molto grandi, astratte. Una delle prime cose in movimento che realizzai a Londra era un ragno meccanico, e poi ho realizzato L’uomo in gabbia, a cui sono molto legato. Dopo trent’anni mi rendo conto che quest’opera suscita sempre un certo effetto. Negli anni Ottanta, quando iniziai a fare sculture, avevo visto le opere di Bernhard Luginbühl, poi negli anni Novanta ho conosciuto l’arte dei Dead Chickens di Berlino (i Dead Chickens nascono nel 1983 come gruppo punk rock; dal 1986 in poi, KAI e JoHannes Hiner iniziarono a creare scenografie sempre più complete, che portarono alla fondazione del gruppo artistico Dead Chickens ndr). Tutti questi stimoli mi avevano spinto a creare sculture cinetiche: L’occhio volante, ad esempio, è un simbolo molto antico della tradizione maya e azteca e mi è sempre piaciuto, poi la scultura è nata dopo aver visto i disegni di occhi volanti dell’artista americano Kenny Howard a.k.a. “Von Dutch”. La macchina del tempo, che simula il meccanismo di un orologio, nasce, invece, nel 2002, per la mostra Artigiano Metropolitano alla Cavallerizza Reale a Torino. Avevo pensato a un’opera più post apocalittica nella quale creare percorsi che le persone potevano attraversare ma poi, per motivi legati alla sicurezza, alle distanze da rispettare, è diventato altro da quello che avevo immaginato.

Mutonia è una sorprendente fucina creativa, animata da un forte senso di comunità, dove arte e vita intrecciano il loro percorso, rivendicando che un altro modo di vivere è possibile. Quale impatto ha avuto il territorio circostante?

L. “L. L.” P.: Il territorio ha influito totalmente, perché Santarcangelo ha un’aria speciale, e non ci sarebbe stata Mutonia senza Santarcangelo. È un amore reciproco che dura da tanti anni. Dalle vicende legali, poi, come si è visto, è stata una singola persona a minacciare la nostra realtà. Siamo stati accolti in un modo che non potrei immaginare in un altro luogo. E non siamo stati solo accolti, ma supportati, valorizzati. Ci sentiamo molto amati. Una peculiarità di questa città è proprio la vivacità degli eventi culturali: oltre al Festival di teatro c’è il Cantiere poetico, il festival di cinema (Nòt Film Fest ndr), la stessa biblioteca, che fa parte della rete delle biblioteche di Romagna, è una realtà molto attiva. Io ho trascorso qui trent’anni, Mutonia è il luogo dove ho passato più tempo della mia vita.

A. M.: Tra marzo e aprile conosceremo il nostro futuro. Per natura, sono un ottimista, quindi spero che andrà tutto bene. Abbiamo avuto il sostegno di tante persone, c’è stata una grande mobilitazione collettiva, e non solo qui a Santarcangelo (a cui siamo molto grati). Dodici anni fa, dopo il primo ricorso al TAR presentato dal nostro vicino, c’è stata una raccolta firme, ed era commovente il sostegno che abbiamo avuto. All’epoca non ero a Santarcangelo, ero fuori a suonare, ma mi hanno raccontato che c’era stata anche la proiezione del documentario Hometown | Mutonia, girato al campo dal collettivo ZimmerFrei (il documentario è stato presentato per la prima volta a Santarcangelo Festival nel 2013 ndr) con mille persone in piazza e ovazione finale. Noi siamo una realtà autosufficiente, paghiamo l’utilizzo del terreno, e credevamo di avere già una ‘stabilità’. Oggi più che mai, la politica di destra, la Lega, Giorgia Meloni, promuovono un clima di intolleranza, a cui i partiti di sinistra non oppongono una risposta forte.

L. “D.” R.: Se dovessi lasciare Santarcangelo vorrebbe dire ricominciare daccapo, ricreare nuovi rapporti, trovare un altro gruppo di persone che ha vissuto questa medesima linea di vita, questo grande senso di comunità e di cooperazione con il territorio, che qui è molto forte.

dizzy@doghead_Ph. R. Gatti

Lucia, nel 2023, in occasione del centenario della nascita di Calvino, hai realizzato undici sculture scenografiche e sonore, ispirate a Le città invisibili, per una performance di Istantanea, andata in scena nell’aprile 2024 al Teatro Comunale di Ferrara.

L. “L. L.” P.: Sì, le ho realizzate per Istantanea, il collettivo di musica contemporanea, con la produzione del Teatro Comunale di Ferrara. Purtroppo, il progetto – per il quale sono stata chiamata per la realizzazione di un allestimento scenografico sonoro – non è andato avanti, perché spesso i finanziamenti servono per macinare produzioni continue, che poi non vengono sostenute dal necessario processo di distribuzione. Istantanea, composto anche da un quartetto d’archi, voleva avere la possibilità di suonare materialmente le sculture e, allo stesso tempo, di sonorizzarle con dei trasduttori. Le città invisibili | Vedere l’invisibile è stato un progetto che mi ha consentito di mettermi alla prova su un tipo di arte più astratta (io, di solito, realizzo opere figurative statiche, concentrandomi di più sulla loro forma). Ricordo che per rappresentare la città dei morti avevo realizzato una scultura che era un albero rovesciato, con la chioma sottoterra e le radici in alto. Poi, ho utilizzato una crisalide figurativa e ho ricreato una città con dei fili di ferro, una ragnatela che rappresentava le relazioni umane. Realizzare queste opere, ispirandomi a Calvino, è stato per me un grande onore.

Questa situazione di incertezza riguardo la sopravvivenza di Mutonia ha influito nell’atto creativo?

L. “L. L.” P.: Per la realizzazione delle sculture per Istantanea, ad esempio, non ho tratto ispirazione specificamente da Mutonia, dalla realtà che stavamo vivendo in quel momento, ma chiaramente nel processo creativo si inserisce sempre parte di sé stessi. Mutonia è un posto che dà tantissimo ma che chiede anche tanto. E certe volte quello che chiede è al limite di quello che si riesce a dare. Non sempre si possono concentrare tutte le energie sullo stare o sul non riuscire a stare. È impegnativo. A me ha colpito molto come tutta questa situazione abbia profondamente scosso mia figlia in un momento particolare della sua vita, nel quale si prepara a spostarsi poiché, dopo il liceo, andrà all’università. Lei è nata qui, non conosce un’altra casa. Andare via significherebbe smantellare un’intera casa, un atelier, e organizzare il trasporto di tutte le opere.

L. “D”. R.: Abbiamo passato un anno di grande incertezza da quando il consiglio di stato ha rovesciato le precedenti sentenze. Ora si sta cercando di trovare un modo per restare, e a breve sapremo del futuro di questo luogo. Per la prima volta, dopo mesi, mi sento più ottimista, perché si sta facendo un bel lavoro. Negli ultimi quattordici anni, dopo la prima ordinanza di demolizione, noi abbiamo vissuto abbastanza in attesa. In quegli anni avevo realizzato il Toro meccanico (LRRY-1 ndr) il Rinoceronte meccanico (Dizzy ndr) e L’occhio volante. L’arrivo della sentenza mi ha bloccato completamente, e ancora non ho ripreso quell’energia, quel movimento, che avevo. Inoltre, nei miei lavori c’è anche un grande investimento economico, per cui quando mi entusiasmo per qualcosa, poi mi dico: “aspetta un attimo!”.

Lrry-1_Ph. Jungleagency

Che cosa vi ha aiutato a resistere?

A. M.: L’amore per l’arte.
L. “D”. R.: L’idea della possibilità di realizzare sempre nuovi progetti.
L. “L. L.” P.: Il sogno. Cos’altro ti aiuta a resistere, se non il sogno?

Progetti per il futuro?

L. “D”. R.: Speriamo di riuscire a rimanere a Mutonia e di organizzare nuovi eventi al campo. Nel 2021 abbiamo realizzato un evento all’interno del Festival di teatro con il gruppo di artisti belga GHOST, (un gruppo multidisciplinare che si occupa di musica, arti visive, fotografia, poesia ndr). Nel momento della creazione, io preferisco lavorare da solo, ma è bello quando arrivano artisti nuovi con cui confrontarsi e da cui trarre ispirazione. Questa cosa mi manca molto, negli anni Novanta, ad esempio, c’era tanto movimento, forse anche troppo (ride). Mi stimolano molto gli incontri con gli artisti che si occupano di robotica, con i quali mi confronto quando vado a fare un evento all’estero, in Germania, o in Olanda.

L. “L. L.” P. A fine marzo, alla Rocca Albornoz di Narni, verrà inaugurata la mostra NOVANTA. 30 anni di underground (28 marzo – 26 novembre ndr), a cura di Antonio Rocca. È un onore che mi abbiano scelta per rappresentare, con le mie sculture, Mutonia e la Mutoid Waste Co. A proposito di Umbria, ho realizzato dei props di scena per un bellissimo spettacolo di Massimiliano Donato, Un vecchio di nome Chisciotte, prodotto dal Centro Teatrale Umbro, con la collaborazione alla regia, tra gli altri, del regista, attore e drammaturgo argentino César Brie.

Ritratto_Ph-Tommaso Revelant

A. M.: Sto cercando di evitare di invecchiare, ma è inevitabile. Cercherò, almeno, di farlo con stile (ride). Continuo a suonare con The Hormonauts, e in questo periodo, proprio qui da dove sto parlando con te, all’interno di un pullman dove c’è un piccolo studio di missaggio e registrazione, sto mixando un brano. Ho realizzato un disco tutto mio, di musica elettronica, di cui sono molto fiero e che sto cercando di far uscire. Vorrei portare avanti quest’arte musicale. Poi fra vent’anni, forse – ma forse – tornerò nella casa in Scozia. Ci vuole coraggio a vivere come viviamo noi, ma ci vuole ancora più coraggio a fare scelte di vita più stabili. Qui tutto quello che si rompe può essere aggiustato, ricreato, e c’è, probabilmente, anche una certa irresponsabilità in questo tipo di coraggio, ma c’è sicuramente anche molta più libertà. Se dovessimo sgomberare, non perderemmo soltanto la casa, ma sono abbastanza fiducioso e positivo. Anche la Brexit per noi ha rappresentato un duro colpo perché tanti Mutoid che non hanno la residenza in Italia, vengono qui solo qualche mese l’anno. Uscire da questa situazione e sapere di poter restare significherebbe anche rinnovare la spinta a fare le cose, come diceva anche Lyle. Mi piacerebbe immaginare che venissero anche altre persone, ospitare residenze di artisti, lavorare insieme. Qualche tempo fa sono venuti a Mutonia degli scultori da Milano, Torino, che lavoravano il marmo e ci hanno lasciato anche una scultura, qui, al campo. È stato bellissimo averli con noi, confrontarci sulle tecniche (alcuni di noi li hanno aiutati a costruire la parte in ferro per le loro sculture). Questi input, questi scambi sono importantissimi per il futuro di Mutonia, per conservarne lo scopo artistico.

Giusi De Santis

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Giusi De Santis
Giusi De Santis
Giusi De Santis si laurea con lode in Analisi del Film con una tesi su Luis Buñuel, presso la facoltà di Lettere della Sapienza Università di Roma, dove è stata cultrice della materia ‘Teoria e interpretazione del film’ - corso di Laurea in ‘Forme e Tecniche dello Spettacolo’ -, e dove approfondisce gli studi di metodologia e critica sia cinematografica che teatrale. Ha lavorato alla Fondazione Cinema per Roma per quattro edizioni del Rome Film Fest e per la Compagnia Leone Cinematografica nell’ambito del coordinamento della produzione e, successivamente, come story editor e responsabile editoriale. Svolge attività di consulenza artistica e di editing per la realizzazione di podcast e collabora, come membro del comitato scientifico, chair e discussant, alla progettazione e realizzazione di convegni nazionali e internazionali. Ha scritto di cinema e teatro per diverse riviste online, tra cui Frame e Paper Street e, al lavoro di critica cinematografica e teatrale, affianca quello di dramaturg. Dal 2017 collabora con la rivista Left, dove cura anche la rubrica di cinema. Autrice di saggi e racconti, per L’Asino d’oro edizioni ha curato i volumi Infinito Antonioni. Una ricerca rivoluzionaria sulle immagini (insieme a E. Amalfitano, 2024), Fine serie mai (2023), Il cielo della luna (2020).

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