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HomeArticoliEsistere, dentro un gesto di cura. Mami di Mario Banushi

Esistere, dentro un gesto di cura. Mami di Mario Banushi

Dopo aver presentato a ottobre, per la prima volta in Italia, Goodbye Lindita, Mario Banushi – vincitore quest’anno del Leone d’Argento alla Biennale Teatro di Venezia – torna in Triennale con un nuovo lavoro che affronta, nel corso dell’esistenza umana, l’eterno ritorno del principio di cura materna. Recensione.

Mario Banushi, Mami © Lorenza Daverio

C’è un punto, nel ciclo dell’esistenza, in cui l’inizio e la fine sembrano avvicinarsi fino quasi a sfiorarsi, non come estremi inconciliabili ma come poli di una stessa tensione motrice, dove nascita e morte si scoprono legate da una relazione eterna profondissima. Non è soltanto la forza biologica che genera la vita — e che nel farlo la espone fin da subito al proprio inevitabile epilogo — a determinare questo movimento tensivo, quanto piuttosto la dimensione simbolica e relazionale che accompagna il nostro venire al mondo e che continua ad agire lungo tutto il corso dell’esistenza. In questo spazio intermedio, che tiene insieme l’origine e la sua sottrazione, si inscrive un gesto tanto elementare quanto fondativo: quello della cura materna, attraverso cui la vita prende forma e viene resa possibile nel tempo. È attorno a questa circolarità del prendersi cura, in cui ciò che inaugura l’esistenza, nell’atto totalizzante di raccoglimento e accudimento, di nutrimento e premura, è destinato prima o poi a ritornare come gesto di restituzione, che si costruisce Mami, la nuova creazione di Mario Banushi presentata alla Triennale nell’ambito del festival di arti performative FOG. Dopo aver introdotto lo scorso ottobre, in prima nazionale, il suo lavoro Goodbye Lindita, l’istituzione milanese accoglie ora il ritorno di un artista che qualche mese fa ha ricevuto il Leone d’Argento alla Biennale Teatro di Venezia diretta da Willem Dafoe, confermando una notevole capacità di intercettazione internazionale che l’aveva già portata a riconoscerne talento e capacità visionaria.

Classe ’98, albanese di nascita ma greco di adozione, Banushi, dopo aver studiato recitazione presso la Scuola di Arte Drammatica del Conservatorio di Atene, ha rapidamente conquistato un posto di rilievo nel teatro contemporaneo europeo grazie a un linguaggio visivo potentissimo che predilige e si sostanzia nella narrazione drammaturgica dei corpi, rinunciando del tutto alla tradizione oratoria. Le sue sono immagini eloquenti provenienti dalla tradizione pittorica, negli utilizzi cromatici modulati dal ricercato gioco espressivo di luci e ombre, ma debitrici anche di tutta una tradizione scultorea per impianto formale e strutturale. All’eredità di una certa storia dell’arte occidentale, condita di riferimenti visivi tipicamente locali, originativi di quei Balcani che sono stati la culla del regista, si intreccia una genealogia famigliare personale, radicata nel vissuto dell’autore, che sa parlare anche dell’essere umano tout cour e delle sue vicende terrene. Che sa parlare di noi.

Mario Banushi, Mami © Lorenza Daverio

In un’intervista rilasciata ad Elle Decor, Banushi parla di questa rielaborazione del materiale autobiografico: «Portando la mia geografia personale sul palcoscenico mantengo in qualche modo vivi i miei ricordi e le mie radici. E questo non è insignificante. Per me, i ricordi sono la forza motrice dietro il mio bisogno di creare e condividere ciò che ho vissuto, ovviamente a modo mio. Siamo tutti plasmati dal luogo da cui proveniamo. Abbiamo tutti una casa in cui siamo cresciuti con immagini, odori e sapori. Ho scelto di portare tutto questo sul palcoscenico, non in modo documentaristico, ma trasformandolo in visioni e atmosfere».

Mario Banushi, Mami © Lorenza Daverio

Al centro del palcoscenico della Triennale, vedremo allora eretta una piccola casa di periferia come un frammento domestico di un’architettura elementare, ritagliata da un ricordo dell’infanzia: quattro pareti chiare, un interno appena visibile, e poco distante un lampione che diffonde una luce fioca sul terreno spoglio. Attorno non ci sarà nulla, se non il vuoto compatto della scena, le quinte immerse nel buio e la sensazione che quell’abitazione dalle sottili pareti di cartongesso sia sospesa in un tempo che non appartiene del tutto né al presente né al passato. Dentro quella casa, una donna partorirà la vita su un’effimera brandina con l’aiuto di una levatrice; un ragazzo si prenderà cura della giovane madre che diventerà anziana, la laverà, le cambierà il pannolino, la nutrirà e le rimboccherà le lenzuola prima di andare a dormire; una donna incontrerà lì l’amore e ne condividerà la sfera affettiva. Alla cura genitoriale si sostituirà allora quella coniugale: ora la casa diventerà il velo che copre i due amanti, esposti nella loro nudità primordiale, per celebrarne lo sposalizio dell’eterna unione. È qui che avviene la rottura, non solo narrativa ma anche di impostazione e sviluppo drammaturgico: i performer (bravissimi a mostrare quell’aura sospesa del racconto Vasiliki Driva / Katerina Kristo, Dimitris Lagos / Nontas Damopoulos, Eftychia Stefanou / Ilia Koukouzeli, Angeliki Stellatou, Fotis Stratigos, Panagiota Υiagli), chiamati finora a raccontare nei movimenti una storia di unione, accudimento e premura, sono destinati ad una separazione che investe e agisce la stessa prossemica dei corpi. L’irruzione di un terzo giovane che si insinuerà nell’armonia domestica romperà gli equilibri nella scena compositiva seguendo il moto disgregante di un nuovo desiderio, spezzando linee e traiettorie, in una partitura segnica che tenterà continuamente di tornare ad un equilibrio originario. Seguendo una demoltiplicazione dei livelli narrativi allora, Banushi non rappresenterà soltanto le prime conseguenze di questa rottura, l’abbandono della donna e di una vita che tenta di annegare e negarsi in una vasca d’acqua (in una incredibile prova di pathos e apnea), ma anche tutti i piani paralleli a quella scelta, in una successione discontinua di tableau vivant: il nascondimento del nuovo nido d’amore, il contrasto, la lotta e l’ennesima rottura, oppure il parto innaturale di nuove creature in una scenografia pittorica che si tinge di fuoco e tenebre, ma anche la cesura con la memoria del passato, la morte e la sua elaborazione attraverso il rito funebre.

Mario Banushi, Mami @ Lorenza Daverio

Mami esonda per la quantità di riferimenti visivi e l’ampiezza del bacino narrativo, grazie anche alle precise scelte di Sotiris Melanos che traducono la scenografia in elementi davvero essenziali per servirsi di un alfabeto minimo che lo spettatore può colmare con il proprio repertorio immaginativo. Una scelta che sposta il focus del linguaggio performativo dalla prossimità degli oggetti a quella dei corpi. Se in Goodbye Lindita, era il barocchismo degli oggetti “parlanti” a popolare il palco, una sovrabbondanza visiva che alludeva tanto a un’eccedenza quanto a una mancanza (se si pensa alla pienezza ossessiva del ricordo di fronte al vuoto degradante del senso di perdita), qui è la relazione tra i corpi a sconfinare. E nel protagonismo di questi gesti che attraversano la storia di generazione in generazione, lo spazio, non più solo luogo del lutto, non può che assumere la qualità di un organismo simbolico, grembo che racchiude e genera la vita, in cui i performer entrano ed escono attraversando le fasi della propria esistenza. A sostenere questo universo interviene anche la partitura sonora di Jeph Vanger che intreccia elettronica e richiami del folklore greco-balcanico accompagnando l’uomo e il suo peregrinare e amplificandone la dimensione rituale.

Allo stesso tempo, se i quadri di Mario Banushi delineano nel complesso una genealogia femminile che attraversa l’infanzia dell’artista – madri, figlie, nonne, presenze che si susseguono come variazioni di una stessa figura originaria – alcune immagini sembrano però sottrarsi a questo disegno, collocandosi in una zona più ambigua e meno riconducibile a una trama condivisa. La ragazza che percorre lo spazio in bicicletta, la donna da cui sgorga il latte, la figura fantasmale che entra ed esce dalla scena continuando a offrire gesti di cura senza un legame esplicito, sono apparizioni che spingono la pièce verso una dimensione ulteriore, più prossima al mistero che alla decifrazione.

Per un regista ancora agli inizi di carriera, questa tensione è sicuramente il segno di una ricerca che vuole andare oltre il conoscibile e che manifesta un’urgenza di racconto rara, capace di produrre immagini di forte intensità visiva, anche quando alcune di esse, nel loro slancio visionario, eccedono e sfuggono, depositandosi come enigmi, come residui non del tutto afferrabili – e forse non destinati a esserlo – di quel discorso più ampio che è la vita stessa, dove esistere, in fondo, significa sempre essere stati, e continuare a essere, dentro un gesto di cura.

Andrea Gardenghi

Visto alla Triennale, Milano – febbraio 2026

Concepito e diretto: Mario Banushi Con: Vasiliki Driva / Katerina Kristo, Dimitris Lagos / Nontas Damopoulos, Eftychia Stefanou / Ilia Koukouzeli, Angeliki Stellatou, Fotis Stratigos, Panagiota Υiagli Scenografia e costumi: Sotiris Melanos Musica originale e sound design: Jeph Vanger Progettazione luci e dramaturg associato: Stephanos Droussiotis Collaboratori artistici: Aimilios Arapoglou, Thanasis Deligiannis Assistente alla regia: Theodora Patiti Relazioni internazionali e gestione del tour: Nikos Mavrakis Gestione della produzione durante il periodo di creazione: Rena Andreadaki & Christos Christopoulos – TooFarEast Line production & tour production manager: Ioanna Papakosta – TooFarEast Coordinatrice audizioni e residenza & tour production manager: Konstantina Douka Gkosi – TooFarEast Lighting designer in tour: Marietta Pavlaki Ingegnere del suono in tour: Kostas Chaidos Assistente scenografia: Sofia Theodorou Assistente costumi: Nikoleta Anastasiadou Costruzione scenografica: Michalis Lagkouvardos Costruzioni speciali: Fratelli Alaxouzoi, Alexandros Loggos Costruzioni speciali per luci: Giorgos Ierapetritis Coordinamento tecnico prove & tecnico di scena in tour: Aristidis Kreatsoulas – TooFarEast Elettricista per le prove: Konstantinos Mavrantzas Supporto tecnico per le prove: Stefanos Ntaoulas, Iason Papantoniou, Grigoris Zkeris, Paris Asimakopoulos In collaborazione con: OMAZ Civic Non-Profit Company Commissariato e prodotto da: Onassis Stegi [GR] Co-prodotto da: Berliner Festspiele [DE], Odéon – Théâtre de l’Europe [FR], Triennale Milano Teatro [IT], Espoo Theatre [FI], Festival d’Avignon [FR], Grec Festival Barcelona [ES], Théâtre de Liège [BE], Noorderzon Festival / Grand Theatre Groningen [NL] Ricerca e sviluppo iniziali resi possibili grazie a: Onassis AiR Fellowship [GR] e Centre Culturel Hellénique – Paris [FR] La presentazione di MAMI è supportata da: Onassis Stegi Touring Program Con il sostegno finanziario di: Ministero della Cultura della Grecia

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Andrea Gardenghi
Andrea Gardenghi
Andrea Gardenghi, nata in Veneto nel 1999, è laureata all’Università Ca’ Foscari di Venezia in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali. Prosegue i suoi studi a Milano specializzandosi al biennio di Visual Cultures e Pratiche Curatoriali dell’Accademia di Brera. Dopo aver seguito nel 2020 il corso di giornalismo culturale tenuto dalla Giulio Perrone Editore, inizia il suo percorso nella critica teatrale. Collabora con la rivista online Teatro e Critica da gennaio 2021.

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