Sei artisti e artiste under 35 nominati/e alla direzione junior, una delle novità introdotte dall’ultimo D.M. in materia di finanziamento allo spettacolo dal vivo. Nomi prestigiosi e promettenti di cui non è ancora chiaro il ruolo e l’effettivo impatto sul sistema teatrale italiano. Una ricognizione della figura, delle lacune del decreto e degli auspici per il futuro delle cariche nominate a tre anni dalla fine di un mandato che dovrebbe durarne cinque.

Negli ultimi mesi i titoli delle testate nazionali – in alcuni casi persino quelle generaliste – hanno ospitato come di rado accade alcuni nomi del panorama teatrale poco noti al grande pubblico, per via della settorialità certo, ma soprattutto dell’anagrafica. La carica degli under 35, la definisce L’Espresso: Alessandro Businaro, Diego Pleuteri, Pier Lorenzo Pisano, Francesca di Fazio, Lea Giammattei, Princess Isatu Hassan Bangura: artiste e artisti, operatori e operatrici nate e nati dopo il 1991.
È l’effetto di una delle novità introdotte dal decreto ministeriale n. 463 del 23 dicembre 2024, contenente le direttive aggiornate dall’attuale governo in materia di accesso ai finanziamenti del Fondo Nazionale Spettacolo dal Vivo. All’articolo 9 relativo alla disciplina dei Teatri Nazionali si legge per la prima volta l’obbligo per gli stessi di nominare una figura junior alla direzione artistica, di età pari o inferiore ai 35 anni, ai fini dell’ammissione al finanziamento ministeriale.
L’annuncio delle varie nomine, disseminato nell’arco di sei mesi, è accolto dalla comunità teatrale con gioia, dopo il turbolento periodo intercorso tra la tardiva pubblicazione del decreto e l’annuncio delle assegnazioni – con esiti controversi e anche qui fortemente tardivi, ad agosto del 2025.
L’aggiornamento racconterebbe la volontà del Ministero della Cultura di attenzionare e dar voce alle nuove generazioni. Si legge infatti sul decreto che, al fine di «favorire il ricambio generazionale, valorizzando il potenziale creativo di nuovi talenti e la parità di genere» (art 2 comma 2- C), la figura «coadiuverà il direttore artistico, in particolare nello sviluppo di quella parte di programmazione dedicata alla ricerca di nuovi artisti nazionali e internazionali e nuovi spettacoli da proporre al pubblico» (articolo 9 comma 2 – A). Nuovi direttori artistici per scoprire nuovi artisti e magari raggiungere nuovo pubblico. Tutto sensato, auspicabile, incoraggiante.

Il fatto che di per sé questa nuova direttiva effettivamente vaga, poco esplicita e apparentemente poco concreta rappresenti comunque qualcosa di cui gioire racconta molto bene quanto lavoro ci sia ancora da fare in un paese che non riesce ad abbassare l’età media – e garantire la parità di genere – delle cariche istituzionali più importanti, in ambito teatrale e non solo.
La mappatura che emerge dalle nomine mette in luce una realtà di grande prestigio e varietà: tutte le figure elette vantano carriere già molto ricche e strutturate in Italia e all’estero, riconoscimenti, pubblicazioni. Attori, attrici, registi, drammaturghi/e, danzatrici, performer, studiose, operatrici: una generazione di figure solide nella formazione, nell’identità e nella visione progettuale che si trovano investite oggi di una grande responsabilità prima di tutto simbolica: sono infatti i primi e le prime ad avere la possibilità, seppur non esplicitamente decisiva, di aprire nuove rotte, dar voce a generazioni da sempre marginalizzate negli spazi istituzionali, rivolgersi a nuovi pubblici ancora da scoprire.
Avranno inevitabilmente gli occhi addosso (pieni di aspettative, curiosità, o magari anche di compassione…) di più di una generazione di teatranti, i coetanei under, ma anche e forse soprattutto quella fascia di età (tra i 35 e i 50) tagliata fuori dalle categorie che definiscono la giovinezza a livello istituzionale.
Per comprendere il valore effettivo di questa novità e che cosa potrebbe cambiare, in ottica di sistema, facciamo un passo indietro.

I sei Teatri Nazionali definiti dal suddetto decreto 463 (e prima ancora da quello precedente, del 27 luglio 2017) «istituzioni che svolgono, con il supporto delle autonomie territoriali e di altri soggetti pubblici, attività teatrale di notevole prestigio nazionale e internazionale, considerata, altresì, la loro storicità», sono lo Stabile del Veneto, il Teatro Stabile di Torino, il Teatro Nazionale di Genova, ERT – Emilia Romagna Teatro, il Teatro di Roma, il Teatro di Napoli. «Detti organismi operano in particolare» – continua il decreto – «per la divulgazione della grande tradizione teatrale e per la crescita ed il consolidamento di un repertorio contemporaneo e svolgono funzioni di sviluppo per il sistema nazionale dello spettacolo».
Così il nuovo obbligo di inserire una figura junior nelle responsabilità artistiche di queste realtà interamente finanziate da fondi pubblici è da leggere come incentivo a tale funzione di sviluppo di sistema. Ma come spesso accade quando si consultano i documenti ufficiali emanati dai ministeri, occorre scandagliare articoli e commi soffermandosi sulle reticenze degli stessi: non cosa dice, ma cosa non dice il decreto? Cosa dà per inteso? Cosa dice senza dirlo?
In una lettera aperta indirizzata al MiC a maggio 2025, l’associazione di categoria per registi teatrali R.A.C. – Regist_a confronto segnalava alcuni punti problematici relativi ai criteri di nomina di queste nuove figure e la loro effettiva funzione. Il Ministero in quell’occasione si limita a ribadire l’autonomia decisionale dei Teatri Nazionali sulle nomine. Così uno su sei, l’Emilia Romagna Teatro, emana un bando pubblico per la selezione, eleggendo Francesca Di Fazio tra 321 candidature ricevute. Altri teatri (come il Teatro di Napoli o lo Stabile di Torino) raccontano un lavoro di interlocuzione con figure già vicine alle loro realtà (in qualità di registi, autori o dramaturg residenti).

Pare nascosta tra le righe anche l’autonomia decisionale dei Nazionali riguardo l’effettivo ruolo del direttore junior: apparentemente i singoli teatri sceglieranno cosa far fare, quanta autonomia e quante risorse (?) assegnare a queste nuove figure.
Ad Alessandro Businaro, classe 1993, il primo ad essere eletto tra i sei direttori junior, il Teatro Stabile del Veneto affida uno spazio – “casa artistica”: il Teatro Maddalene di Padova, già sede deputata dello stabile per la scena contemporanea, che con lui ospiterà un’intera stagione e non più appuntamenti isolati. Come racconta lo stesso Businaro, accanto al lavoro sulla programmazione, dovrà occuparsi anche di formazione e audience development, lavorando a stretto contatto con il territorio. Nelle parole di Businaro si legge soddisfazione per tali incarichi, affatto marginali (non un «ruolo assistenziale, bensì un ruolo attivo per alcune zone specifiche»).
La nomina di Diego Pleuteri è quella che più di tutte proviene da una stretta collaborazione – preesistente al decreto – tra il Nazionale e l’attore e drammaturgo classe 1998, formatosi nella scuola dello Stabile e presto divenutovi dramaturg residente, con all’attivo importanti collaborazioni artistiche in ruoli e contesti produttivi dove raramente troviamo suoi coetanei. È inevitabile sottolineare che Leonardo Lidi, direttore della Scuola per Attori dello Stabile e che Pleuteri definisce suo mentore, sia solo dieci anni più grande di lui. Forse il caso torinese è tra i pochi che, pur in assenza dell’obbligo ministeriale, aveva già avviato pratiche virtuose nell’ottica del ricambio generazionale.
Al drammaturgo e regista Pier Lorenzo Pisano (1991), il direttore artistico del teatro di Napoli Roberto Andò vorrebbe affidare «un piccolo festival», si legge sul Mattino dello scorso 8 novembre, ma l’idea è quella di coinvolgerlo in «dialogo aperto» su tutta la programmazione. A gennaio 26 inoltre il Teatro di Napoli annuncia una nuova giuria composta dai direttori artistici junior dei Teatri Nazionali per la quarta edizione del premio teatrale under 35 Leo De Berardinis dedicato alla produzione di compagnie e artisti under 35. Pisano compare accanto ad Andò nella scelta del testo vincitore del premio Nuove Sensibilità 2.0, che verrà prodotto e inserito nel cartellone 26/27.

L’annuncio della nomina di Lea Giammattei al Teatro di Roma si accompagna con l’annuncio del «completamento del percorso di assunzioni del lavoratori e delle lavoratrici» (stabilizzazioni) e con la riapertura del Teatro Valle in autunno. A Giammattei la responsabilità di «implementare i progetti di Danza e innovazione coreografica», data la sua alta specializzazione nella materia coreutica. Al momento non si ha ancora contezza di come potrebbe tradursi tale implementazione (e quale eventuale rapporto potrebbe avere con le attività del Teatro Valle).
«Accogliamo con soddisfazione Francesca Di Fazio come Direttrice Artistica Junior di ERT» – dichiarano Natalia Di Iorio e Elena Di Gioia, direttrice generale e direttrice artistica di Emilia Romagna Teatro. «Siamo certe che porterà ulteriore energia alla vita dell’Ente, collaborando con la Direzione e con tutti i settori che rendono possibili produzioni, attività culturali e progetti speciali capaci di costruire un legame sempre più vivo con le nuove generazioni di artiste, artisti, pubblico e nuovo pubblico». L’assetto completamente femminile del nuovo corso di ERT rappresenta un unicum nel panorama italiano. Già all’epoca dell’annuncio delle due nomine direttive senior, ci si è trovati a festeggiare una notizia che speriamo smetta di essere eccezionale.
Una scelta internazionale per il Teatro Nazionale di Genova, che confermando come direttore unico Davide Livermore (in deroga a quanto previsto dal decreto sulla separazione delle figure di direttore artistico e direttore generale, deroga ammessa comunque dal decreto stesso «in presenza di rilevanti e prestigiose figure professionali con comprovate e specifiche competenze in ambito manageriale e artistico»), nomina Princess Isatu Hassan Bangura direttrice artistica junior, l’ultima ad essere annunciata (dunque ancora meno si conosce delle sue effettive mansioni). Nata in Sierra Leone e cresciuta in Olanda, la performer danzatrice e drammaturga Bangura promette una reale possibilità di contaminazione con le scene internazionali. Offre inoltre la possibilità feconda di uno sguardo esterno sulla scena nazionale. Come racconta al magazine ateatro, «In base ai lavori che ho visto finora ho potuto notare che il teatro italiano è straordinariamente ricco di tradizione, ma a volte rimane troppo fedele al suo passato. […] Intravedo ancora esitazione nei confronti del rischio, nel permettere a nuove estetiche, soprattutto forme non occidentali o ibride, di occupare spazi istituzionali centrali.
Gli artisti più giovani spesso orbitano attorno alle istituzioni senza entrarvi pienamente. E, anche se l’Italia si è culturalmente diversificata, i suoi palcoscenici non riflettono ancora pienamente le molteplici identità del suo presente».

«Possibile che per guardare al nuovo e all’internazionale ci sia bisogno di un’altra, ulteriore figura? Non era già un compito della direzione artistica esistente?» si chiede Andrea Pocosgnich nella puntata del 23 febbraio 2026 del podcast Tiresia. «E poi la questione spesa: argomento in odore di populismo, ma è una questione anche di efficienza perché si aggiungerebbe un terzo stipendio ai due già esistenti», quello del direttore artistico senior e quello del direttore generale. I portali ufficiali dei sei Teatri Nazionali non risultano ancora tutti aggiornati con le informazioni circa i compensi assegnati a queste nuove cariche (conosciamo i compensi di tre direttori artistici su sei: Napoli, Torino e Veneto), ma è credibile pensare che andranno a omologarsi tutti alla stessa cifra, ovvero circa 30 mila euro annui per direttore/direttrice. Al di là della dispersione di fondi pubblici, Pocosgnich segnala anche il rischio di scoraggiare lo svecchiamento, auspicabile anche in ottica di spending review, delle cariche direzionali senior, allontanando il sistema dal modello di Bolzano, dove la direzione dello Stabile – Teatro della Città è stata recentemente affidata al quarantenne Andrea Cerri. In una prospettiva ottimistica, nulla toglie che uno scenario futuro potrebbe vedere alla direzione senior un trentaseienne e a quella junior un venticinquenne. Sempre posto che, come sottolineava Franco d’Ippolito intervistato da Alessandro Toppi all’indomani della pubblicazione del D.M. 463, «attribuiamo ai D.M. un’incisività in termini di creazione di sistema che non hanno né possono avere. Regolano e determinano «l’assegnazione e la liquidazione dei contributi», come dice già il titolo. Si tratta d’interventi prettamente finanziari, cui ci aggrappiamo – assente una fonte legislativa primaria – per mancanza di visione politica. […] privi di una legge che regoli il nostro comparto, risultiamo vulnerabili rispetto al pensiero maggioritario del momento e al modo in cui si manifesta».
Non trascurabile, nell’ottica dei grandi obiettivi attribuiti a queste nuove figure, è la questione delle tempistiche. Come già ricordavamo, il decreto ministeriale atto a normare l’accesso ai fondi per il triennio 2025-2027 è stato pubblicato a dicembre del 2024. Teatri, compagnie, festival hanno avuto solo tre mesi per presentare la programmazione triennale richiesta. L’esito delle domande è arrivato ad agosto del 2025, a stagioni avviate, con grandi sorprese e grande apprensione verso un calendario completamente disallineato con i tempi tecnici del lavoro teatrale. Va da sé che ognuno sia corso ai ripari per adeguarsi ai vincoli del bando nel più breve tempo possibile. Anche perché – sempre da decreto – le cariche hanno una durata massima di 5 anni, calcolati dall’entrata in vigore dello stesso. Tutti i mandati dunque scadranno entro la fine del 2029. A conti fatti, quasi tutti i direttori e direttrici junior avranno poco più di tre anni per provare a cambiare la rotta.

«Quello che penso possiamo fare noi, primi direttori artistici junior, è iniziare a costruire una strada e a porre le basi culturali perché le cose cambino. Ma non cambieranno radicalmente da un momento all’altro. Si tratta sempre di ricordare il valore della durata, in questi tempi iper-accelerati. La differenza è impossibile farla da soli. Serve tempo e una strategia comune», dice Diego Pleuteri, direttore artistico junior del Teatro Stabile di Torino, a Mario Bianchi su Klp.
Come già notava Franco d’Ippolito nella già citata intervista di Toppi, le finalità che la nuova figura introdotta dovrà perseguire non sono di per sé nuove: «si tratta di parametri esistenti da sempre nei D.M., negli allegati, nelle circolari. E negli Statuti. Al netto delle costrizioni normative, stringenti o meno, è questione di volontà. Produrre una compagnia sconosciuta, investire su una giovane drammaturga, variare l’offerta in stagione, proporre un cartellone non soltanto maschile, rinunciare a uno scambio, rischiare con un titolo mai sentito invece che riproporre il classico, da fare com’è stato già fatto decine di volte. È una scelta. Per questo amo ripetere che le norme non mutano il sistema. Ne regolano in parte il funzionamento. Ma è una questione di priorità, e di rispetto dei propri doveri e della propria funzione».
La speranza è che questa generazione per la prima volta significativamente rappresentata in ruoli quantomeno di grande visibilità istituzionale abbia il coraggio delle scelte e il relativo proporzionale agio (in termini di risorse e di autonomia decisionale) nel compierle, perché gli spazi vuoti lasciati dal D.M. siano riempiti di senso e di futuro.
Sabrina Fasanella












