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CHARLOTTE E THEODORE (di R. Craig, regia di M. Farau)

Questa recensione fa parte di Cordelia di febbraio 26

A prevalere è l’azzurro. Dalle cornici di varie dimensioni che si stagliano sul fondo (alcune sono vuote, in altre, invece, sono collocati i busti di Hegel e Platone e i modellini di uccelli in volo) al rivestimento utilizzato per la pavimentazione, morbido terreno su cui si muovono i personaggi, alle prese con le vorticose trasformazioni del loro rapporto, privato e professionale. Azzurro è anche il cielo, distante, verso cui si dirige lo sguardo di Theodore – professore di filosofia e appassionato di birdwatching – affascinato da quella dimensione misteriosa e più autentica dello stare al mondo. Accolto da una numerosa platea, va in scena in prima assoluta italiana, al Teatro Cometa Off, Charlotte e Theodore del drammaturgo britannico contemporaneo Ryan Craig, testo tradotto da Enrico Luttmann che, nel ripercorrere parole e intenzioni, ne restituisce sagacia e ironia. A fare da contraltare ai movimenti lievi e misurati dei protagonisti è la ferocia di una dialettica incalzante, che prende forma nel serrato confronto tra i due amanti e colleghi, incapaci di instaurare un rapporto che passi attraverso un più intimo coinvolgimento corporeo. Massimiliano Farau dirige una sinfonia a due, rappresentando con efficacia la storia di Charlotte e Theodore in un arco temporale di dieci anni, dal primo incontro all’università, quando Charlotte irrompe nella vita di Theodore con energica e intelligente veemenza, affiancandolo come ricercatrice universitaria, fino alla sua partenza quando, all’apice della carriera, sceglie l’indipendenza, rifiutando il retaggio storico che vorrebbe la donna sempre un passo indietro rispetto all’uomo. Funzionali sono le proiezioni – che ricordano le didascalie del cinema muto – a indicare il trascorrere del tempo, scandito da un montaggio che procede per flashback e flashforward, attraversando i luoghi più significativi nella storia di Charlotte e Theodore (interpretati da Giada Prandi e Salvatore Palombi). Esterno. Cortile universitario, nove anni prima: spogliati dei ruoli accademici e disancorati dalla ricercatezza della parola, l’uomo e la donna si confrontano con la possibilità di un linguaggio nuovo, finalmente complici nel gesto e nel movimento del corpo. (Giusi De Santis)

Visto al Teatro Cometa Off. Di: Ryan Craig; Traduzione: Enrico Luttmann; Regia: Massimiliano Farau; Con: Giada Prandi e Salvatore Palombi; Musiche: Stefano Switala; Scenografia: Laura Giannisi; Costumi: Michela Marino; Disegno Luci: Gianluca Cappelletti; Aiuto regia: Veronica Buccolieri; Foto locandina: Azzurra Primavera

Cordelia, febbraio 2026

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Giusi De Santis
Giusi De Santis
Giusi De Santis si laurea con lode in Analisi del Film con una tesi su Luis Buñuel, presso la facoltà di Lettere della Sapienza Università di Roma, dove è stata cultrice della materia ‘Teoria e interpretazione del film’ - corso di Laurea in ‘Forme e Tecniche dello Spettacolo’ -, e dove approfondisce gli studi di metodologia e critica sia cinematografica che teatrale. Ha lavorato alla Fondazione Cinema per Roma per quattro edizioni del Rome Film Fest e per la Compagnia Leone Cinematografica nell’ambito del coordinamento della produzione e, successivamente, come story editor e responsabile editoriale. Svolge attività di consulenza artistica e di editing per la realizzazione di podcast e collabora, come membro del comitato scientifico, chair e discussant, alla progettazione e realizzazione di convegni nazionali e internazionali. Ha scritto di cinema e teatro per diverse riviste online, tra cui Frame e Paper Street e, al lavoro di critica cinematografica e teatrale, affianca quello di dramaturg. Dal 2017 collabora con la rivista Left, dove cura anche la rubrica di cinema. Autrice di saggi e racconti, per L’Asino d’oro edizioni ha curato i volumi Infinito Antonioni. Una ricerca rivoluzionaria sulle immagini (insieme a E. Amalfitano, 2024), Fine serie mai (2023), Il cielo della luna (2020).

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