Questa recensione fa parte di Cordelia di marzo 26

C’è una qualità spettrale quasi romantica nello spazio scenico attraversato da Analphabet. Il violino di Luz Prado ne squarcia impudente il silenzio di apertura con una partitura convulsa e impetuosa, per far emergere da questo tuoneggiare della materia sonora il corpo – seminudo e sovraesposto, morbido e delicato nei lineamenti – di Alberto Cortés. Figura esile e androgina, sembra fluttuare in una veloce sospensione di passi sul palco, che diviene scena da cui esibirsi, mostrarsi, rivelarsi, in quanto – per usare le parole dello stesso Cortés – spazio del desiderio e della relazione con lo spettatore. Potremmo trovarci qui, nel limbo di questo desiderio, in una zona crepuscolare dove parola, canto e movimento costruiscono una drammaturgia di una sensualità eminentemente fisica, dove le mani disegnano linee morbide nello spazio, i passi restano sussurrati e il corpo diventa il luogo sensibile da cui possono finalmente affiorare, senza censura alcuna, immagini dell’eros. Regista, drammaturgo e performer nato a Málaga e formatosi alla ESAD e all’Università di Málaga in regia teatrale, drammaturgia e storia dell’arte, Cortés sviluppa dal 2009 una ricerca che attraversa teatro, danza e performance. In Analphabet questa traiettoria si incarna in un fantasma queer, insieme satiro e martire, che si confronta con ironia con la violenza intra-genere del mondo queer. Si resta colpiti dalla qualità iconica delle immagini, dall’intensità della sua peculiare presenza scenica, dalla materia sonora che sostiene la performance. Eppure, tutte queste suggestioni e la relazione cesellata che il pubblico instaura con questo performer magnetico, rimangono spesso isolate, come quadri evocativi che non riescono a organizzarsi in un vero percorso drammaturgico. Analphabet resta così, nella percezione di chi guarda ed è chiamato a partecipare al rituale, un dispositivo ricco di intuizioni visive ma privo di una progressione riconoscibile, che nella dispersione sensoriale e narrativa lascia che ad affiorare sia una poesia ancora non del tutto compiuta. (Andrea Gardenghi)
Visto all’interno di FOG in Triennale, Milano. Crediti: ideazione, drammaturgia, testi, regia e interpretazione: Alberto Cortés / violino: Luz Prado / progettazione luci: Benito Jiménez / tecnici luci: Benito Jiménez / suono: Óscar Villegas / coordinamento tecnico: Cristina Bolívar / registrazioni pianoforte: César Barco / spazio scenico: Víctor Colmenero / sottotitoli: Marion Cousin / costumi: Gloria Trenado / ripresa esterna: Mónica Valenciano / fotografia: Alejandra Amere / video: Johann Pérez Viera / produzione: El Mandaíto Producciones SL / una coproduzione di: TNT Terrasa Noves Tendències, Centro de Cultura Contemporánea Condeduque, FITEI – Festival Internacional de Teatro de Expressão Ibérica, Centre de les Arts Lliures de la Fundació Joan Brossa e Festival Iberoamericano de Teatro de Cádiz / con la collaborazione di: Azala, Graner, Goethe-Institut Madrid, Escena Patrimonio, Festival de Otoño de Madrid, Programma di Residenze Artistiche dell’Agencia Andaluza de Instituciones Clturales e Ayuntamiento de La Rinconada











