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Almeno una volta. Rinnovamenti dell’ultimo Palazzolo

Abbiamo visto Tiger Dad e Cibate del regista, drammaturgo e attore Rosario Palazzolo, rispettivamente allo Spazio Franco e al teatro Sant’Eugenio di Palermo. Il primo chiude un ciclo, avviato anni fa da Letizia Forever (con Salvatore Nocera sempre nel ruolo di protagonista), mentre il secondo apre un nuovo momento creativo.

In questi ultimi tempi la produzione del drammaturgo palermitano Rosario Palazzolo è stata oggetto di un profondo ripensamento da parte dell’autore. In particolare, tra Tiger Dad e Cibate (ovvero, io poco prima che scappo), sue ultime opere, si consuma una parabola che ha il senso di una cesura tra due fasi. Nella prima, vista allo Spazio Franco, sono ancora riconoscibili i moduli del ciclo che si conclude. Il protagonista, Tiger Dad (Salvatore Nocera), è un marginale in cui brilla il fuoco di un’arte disprezzata da tutti, ad eccezione di una piccola amica che si scopre essere sordomuta. Sepolto dall’immaginario degli anime anni ’80, egli assorbe le immondizie musicali che lo bombardano, per poi restituirle dotate di un’ingenuità straziante e disperatamente buona. Tiger Dad ricrea e si ricrea fino a quando, nel cantuccio in cui attore e autore aderiscono, la sua voce esce allo scoperto: ma fuori dal ring in cui soltanto può esistere (scene di Mela dell’Erba), nell’irrealtà manipolata dall’intelligenza artificiale, gli subentra l’avatar. Nessun potere ha più l’attore, intrappolato in un’apocalisse grottesca dove Laura Pausini canta nel formato di un pupazzo digitale (suono e musiche di Gianluca Misiti).

Foto di Anton Giulio Pandolfo

Nel teatro, luogo di salvazione e dannazione, l’individuo esperisce la distanza dai suoi simili, colmata dall’indefesso bisogno di comunicare, comunicarsi nelle forme e contro le forme della finzione scenica. Tiger Dad si immerge nella questione con la lingua nota di Palazzolo: una cosa brutta e tutta rotta, fatta di cocci, di pezzi storti. Proprio su questi frammenti si impone ora l’esigenza di altri codici. La creazione di una nuova “lingua di corpo”, in cui confluiscono anche spunti del Palazzolo narratore, nutre invece Cibate, visto al teatro Sant’Eugenio di Palermo. Lungo la fila all’ingresso, una signora dice: «Palazzolo è un autore complicato, astruso». In sala, Chiara Peritore e Francesca Garofalo, ci accolgono in platea celate da uno strato di lycra nero, avvolgente: ne restano liberi solo gli sguardi, affatto rassicuranti. Poco dopo, un giocoso Giuseppe Castelli (anche aiuto regia) mette un catenaccio alla porta. Un pensiero corre alla signora di prima, alle sue possibili sensazioni in questo difficile momento. Fin da subito, Cibate tiene il pubblico scomodo sulla poltrona: le interpreti calcano la scena in vari momenti, ma il vero il luogo del dramma (o di ciò che ne resta), è l’intera sala. In un costante vestirsi e svestirsi, dei propri abiti come del proprio ruolo, Peritore e Garofalo mettono il pubblico sotto assedio. Circolano indisturbate tra le sedute; toccano, sgridano, trascinano gli spettatori sul palco per ballare un lento (Reality di Vladimir Cosma, ovviamente), in un trenino, o in un imbarazzante rapporto sessuale (simulato, se il dettaglio può avere qualche rilevanza).

Foto di Anton Giulio Pandolfo
Foto di Anton Giulio Pandolfo

L’architettura drammaturgica, solidissima in Palazzolo, qui esplode in un inanellarsi di situazioni successive. Tuttavia, il controllo dell’autore è sempre vigile e regola il caos pirotecnico delle varie soluzioni con assoluta cognizione, forse con non poco compiacimento rispetto ai propri mezzi. Ve l’ho fatta, sembra dire – e non è la prima volta che accade. La sua voce distorta regola la vicenda con la perentorietà di un Hinkfuss, ma soltanto per prendersi in giro. Nella sua presenza/assenza, è lui il vero protagonista, come Bill in Tarantino, e ugualmente accetta di essere ucciso dalle due Kiddo con colpi ben assestati al cuore. Dal confronto tra Peritore, depositaria del “vecchio” Palazzolo, con tutto il suo repertorio linguistico, e Garofalo, che vorrebbe accedere a questo onore al termine di un improbabile provino per il ruolo di una, quella Manuela, l’autore e regista esce a pezzi. Il pubblico, maltrattato come non mai, si vendica ridendo a crepapelle dei suoi modi stilistici, qui ridotti a maniera.

Foto di Anton Giulio Pandolfo
Foto di Anton Giulio Pandolfo

Cibate insomma distrugge tutto in uno slancio autofago. Non solo Palazzolo, non solo il teatro in sé, ma tutto il contorno: la voga performativa, derisa anche nelle sue pretese ritualistiche (sembra si guardi addirittura a certe estetiche anni Settanta), il training attoriale, i meccanismi di produzione e distribuzione. Si salva senz’altro l’interprete, nei cui confronti Palazzolo sembra rivestire una fiducia, una fede incrollabile, scegliendone di proteiformi, capaci di sentire, incarnarne appieno la poetica. Peritore e Garofalo possiedono l’intera gamma di coloriture e registri imposti da un incalzante straniamento. Alle due è affidata la responsabilità della creazione nella morte, cui riescono ad opporre la viva carnalità del rogo rigenerativo. Il povero Castelli è invece una mascotte e induce nel pubblico una colpevole e derisoria tenerezza, ma per questo è in fondo il vero alter ego dell’autore e gli sono affidate varie chiavi fondamentali allo sviluppo.

Foto di Anton Giulio Pandolfo

Cibate è una piccola, personale rivoluzione, una reazione a sé, ma è pure vero che essa non è concepibile né comprensibile al di fuori del proprio passato. Insistendo appena troppo su tale linea, il rischio potrebbe essere quello di regredire a nuove forme di autoreferenzialità: ossia, il rischio che adesso si intende scongiurare. Ma intanto, per rigenerarsi, Palazzolo scende al fondo del fondo del proprio teatro, ai cui abissi sembra guardare sì fisso, però concedendosi un sorriso. E sta bene. Semel in anno licet insanire: ma una sola volta può durare a lungo, anche una vita, se necessario. Staremo a vedere, certo più scomodi, ma forse più divertiti. Con buona pace della signora di cui si parlava.

Tiziana Bonsignore

TIGER DAD
Regia: Rosario Palazzolo
Drammaturgia: Rosario Palazzolo
Attore: Salvatore Nocera
Musiche originali e effetti sonori: Gianluca Misiti
Video: Pietro Vaglica
Costumi: Mela Dell’Erba
Aiuto regia: Angelo Grasso
luci e scene: Rosario Palazzolo
una coproduzione A.M.A. Factory / Cattivi Maestri

CIBATE (OVVERO, IO POCO PRIMA CHE SCAPPO)
Testo e Regia: Rosario Palazzolo
Con: Francesca Garofalo e Chiara Peritore
Aiuto regia: Giuseppe Castelli
Luci Antonio Sposito
Effetti audio Anton Giulio Pandolfo
Produzione Teatro Sant’Eugenio

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Tiziana Bonsignore
Tiziana Bonsignore
Siciliana. Laureata in Lettere e Storia dell'Arte, si avvicina alla critica teatrale con il Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia Nazionale di Arti Drammatiche Silvio d'Amico, dove si diploma con una tesi sul teatro coloniale fascista. Scrive di teatro e arti figurative.

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