Recensione. Mirra di Vittorio Alfieri nella regia di Giovanni Ortoleva. Visto al Teatro Metastasio di Prato, è andato in scena poi allo Stabile di Torino.

C’è un silenzio acuminato in sala, fatto di attenzione e rispetto, infranto forse solo da uno sbadiglio. E d’altronde il patto che questo spettacolo richiede è “solo” questo: curiosità, una leggera pazienza iniziale e poi l’attenzione che si dedicherebbe ad ascoltare una lingua ormai sconosciuta ma che è già lì, dentro di noi, nella profondità della nostra memoria; per lasciarla libera poi dopo qualche minuto di afferrarci in un una conoscenza ritrovata. È ciò che accade nelle repliche del sorprendente Mirra di Giovanni Ortoleva e del gruppo da lui guidato, con la produzione del Metastasio di Prato e dello Stabile di Torino.

La parola detta non potrebbe però essere così efficace se non fosse supportata da un piano della visione e della performance altrettanto valido. Ecco allora che Ortoleva, con il progetto scenico di Federico Biancalani e le luci di Massimo Galardini, ci mette di fronte a una casa stilizzata, fatta di quattro mura e un tetto, niente di più, come quelle disegnate nella nostra infanzia; ma le sue pareti sono trasparenti, fatte di quel tessuto a velatino che poco oscura lasciando intendere un altrove comunque prossimo alla nostra vista ed esistenza. La trasparenza e porosità di questa casa sono in effetti caratteristiche funzionali ed evidenti non solo per la platea ma anche per i personaggi della pièce, che si aggirano come fantasmi, anime in pena pronte all’ascolto, che in quell’intimità domestica possono guardarci dentro, violarla con lo sguardo e le orecchie, sia quando sono fermi vicino alle pareti esterne, sia quando sono lontani, seduti su una poltrona adagiata nel buio della scena. Anche perché attorno alla piccola casa non c’è altro, se non la notte di un palcoscenico vuoto con le sue pareti, le funi, e il vuoto magnetico.

In questo spazio essenziale, simbolico e suggestivo allo stesso tempo, il verso alfieriano si fa carne e mondo. E qui arriviamo al cuore della sfida di questo progetto: chi ha paura di Vittorio Alfieri? I suoi testi sono praticamente dimenticati dai palcoscenici italiani, probabilmente proprio per una perenne sfiducia rispetto alla comprensibilità e dunque fruizione linguistica, e schiacciati, nella narrazione sul ‘700, dall’immediatezza comica goldoniana. E poi probabilmente chi produce deve vedersela con l’immaginario influenzato dai non sempre piacevoli ricordi scolastici e allora dissotterrare quel corpus tragico potrebbe apparire come un’impresa impossibile. Ho tentato una ricerca online naufragata mestamente e che ha prodotto come risultato, tra le importanti e “recenti” produzioni, solo una regia di Luca Ronconi proprio di Mirra nel 1988, con un cast importante (Remo Girone, Galatea Ranzi, Ottavia Piccolo), scene e costumi sontuosi e la fotografia di Franco Quadri: «Il massimo lavoro è stato condotto da Ronconi sul verso, col massimo risultato, rallentandone la pronuncia in modo di far risaltare ogni parola di queste costruzioni a volte precipitosamente sintetiche e tendenti all’accelerazione, ma di ogni parola si cerca di restituire le intenzioni in un’operazione non solo filologicamente esaltante». E poi qualche traccia nei piccoli teatri, nelle produzioni indipendenti. Insomma uno dei nostri più grandi drammaturghi destinato al silenzio dei palcoscenici.

Si spera dunque che la felice messinscena del regista trentacinquenne nato a Firenze possa catalizzare altre attenzioni sull’autore del Saul. Di sicuro queste sono operazioni che hanno bisogno della fiducia dei teatri ma anche di un certo radicalismo nel segno scenico e dunque registico; la fedeltà di Ortoleva al testo si scontra positivamente con un’ambientazione invece lontanissima dall’antico palazzo del Re di Cipro immaginato dall’autore: siamo forse a metà del secolo scorso e quando all’inizio dello spettacolo, poco dopo il piccolissimo e penetrante canto di Monica Demuru, mentre la scena si illumina sul grande tavolo, Cecri (come sempre credibile e ricca di sfumature Mariangela Granelli) in vestaglia rosa si accende una sigaretta come se fossimo nel mezzo di una crisi di famiglia alla Tennessee Williams, per poi pronunciare il primissimo verso «Vieni, o fida Euricléa: sorge ora appena l’alba». Demuru nei panni della serva risponde in guanti bianchi. Intanto la giovane Mirra ascolta in un fuori scena pieno di presenza, appena oltre la casa di tulle. Che ritmo, quanta musicalità il verso di Alfieri nel coraggio di queste attrici e di questi attori, nella disperazione della madre, nell’apparente quiete iniziale del padre interpretato da Marco Cacciola e poi il Pereo di Marco Divsic con la sua giacca grigia, i fiori bianchi e la voce tremante. E infine Mirra, nella folgorante voce, dal timbro corposo, di Lorena Nacchia, piena di quei bassi riverberi che contrastano con la sua giovane età. Diplomata alla Grassi nel ‘22 e ora alle prime esperienze Nacchia dimostra non solo doti naturali evidenti ma anche una forza interpretativa in grado di comunicare le antiche sofferenze del personaggio.

Mirra promessa sposa a Pereo affronta il matrimonio come un dovere (e come conviene alla figlia di un Re), nonostante la sua “mestizia”, nonostante quelle che il suo promesso sposo chiama «le pupille, sempre di pianto pregne». Una sofferenza spietata e misteriosa anima i passi di questa creatura che lentamente si muove su eleganti tacchi: «Morire, morire, null’altro io bramo;… e sol morire, io merto», è costretta da Venere a un legame incestuoso con il padre, di cui è innamorata. Durante il pranzo del matrimonio, mentre il canto di Demuru è un a parte sulle note di Embraceable You di Frank Sinatra Mirra, la giovane in abito nuziale stringe la tovaglia tra i pugni, la musica comincia a distorcersi e un male interno si prende il suo corpo: «giá nel mio cor, giá tutte le Furie ho in me tremende. Eccole; intorno col vipereo flagello e l’atre facistan le rabide Erinni: ecco quai merta questo imenéo le faci…», il contegno novecentesco lascia il posto al tragico, e avviene come in un sogno, prima che Mirra cada senza forze. Pereo verrà trovato morto suicida fuori dalle simboliche mura trasparenti della casa, e nella furia del Padre che non si spiega la colpa della figlia – «È tempo, tempo ormai, sí, di cangiar modi, o Mirra» – proprio quella leggera struttura si alza a mezz’aria lasciando che il buio risucchi le povere anime di questa tragedia che, nel mistero svelato dell’amore incestuoso, ci appare tutt’altro che arcaica; e forse proprio alla lingua del verso, di un codice che, come ha scritto giustamente Matteo Brighenti, è «una sorta di destabilizzante incantesimo della lingua» siamo ormai legati, oltre ogni epoca, come siamo legati al dolore di queste anime.
Andrea Pocosgnich
Febbraio 2026, Teatro Metastasio di Prato
Mirra
di Vittorio Alfieri
adattamento e regia di Giovanni Ortoleva
con Marco Cacciola, Monica Demuru, Marco Divsic, Mariangela Granelli, Lorena Nacchia
scene Federico Biancalani
costumi Aurora Damanti
light designer Massimo Galardini
musiche e sound design Pietro Guarracino in collaborazione con Davide Martiello
assistente alla regia Caterina Rossi
produzione Teatro Metastasio di Prato, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale











