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The Employees: odissea nello spazio scenico di Łukasz Twarkowski

Recensione. The Employees, spettacolo di Łukasz Twarkowski del 2023, visto al LAC di Lugano. Il regista polacco sarà al Piccolo di Milano, all’interno del festival Presente Indicativo, con la nuova creazione Oracle (Teatro Strehler 23, 24 maggio).

Foto Natalia Kabanow

Tratto dal romanzo distopico speculativo, seducente e ricco di suggestioni quanto indiziario, sfuggente e plotless, della poetessa e scrittrice danese Olga Ravn (I dipendenti, edito da Il Saggiatore, nella shortlist del Booker Prize del 2021, adattato alla scena da Joanna Bednarczyk), a sua volta nato dall’osservazione/curatela delle installazioni e sculture artistiche di Lea Guldditte Hestelund, The Employees è una suggestiva, a tratti lisergica e ipnotica, odissea nello spazio, siderale e interiore, del nostro presente-futuro.

Il viaggio è compiuto attraverso i frammenti/testimonianze di umani e umanoidi in relazione irrisolta fra loro e rispetto a (i)stanze e oggetti misteriosi con i quali sono messi a confronto. Racconta per evocazioni di quel che resta vivo di una Terra lontana, che lascia tracce e sospetti di umanità in sogni, ricordi, sensazioni, possibili errori di aggiornamento, incertezze identitarie, spegnimenti e illuminazioni, incontri con se stessi e con l’altro, o quel che ne rimane.

Natalia Kabanow

Łukasz Twarkowski appare consapevole, ambizioso (per padronanza formale e per le questioni abissali affrontate), in questo che chiama, durante l’incontro post spettacolo moderato da Maddalena Giovannelli, un “progetto più piccolo” (per dimensioni, non certo per impegno produttivo e articolazione del dispositivo scenico), capace com’è di costruire un’esperienza spettatoriale peculiare, trasportandoci altrove, attraverso una macchina scenografica compatta e complessa, un disegno audio e video sofisticati, e una coreografia di volti e di corpi (sei, duplicati da video in diretta e registrazioni) che si muovono con precisione rituale (da piano sequenza) in un perimetro minimo e labirintico (senza vie di fuga), osservati da due operatori video. Lo spettatore è libero di circumnavigare lo spazio scenico, di moltiplicare i suoi punti di vista o fissare dettagli o perdersi negli abissi (ma non di penetrare il cubo né di fotografare i nudi), in quasi tre ore di spettacolo, in un altrove che è gioco di specchi e di luci (neon e strobo), un po’ mandala caleidoscopico, no escape room, ingranaggio di rifrazione dell’immaginario novecentesco, oggetto estetico con il quale siamo chiamati a entrare in relazione, in una scatola cinese proiettiva ed esplorativa, immersiva e insieme straniante, fatta di schermi e varchi, gelatine, e angoli ciechi, filtri e deformazioni, tempi rallentati e pause count down. Di questa dimensione allucinogena doveva esser consapevole e suo malgrado portatrice, la spettatrice inglese che mi sedeva di fianco a Londra (un anno fa, a Southbank Centre), che all’ennesima birra, applaudiva e lanciava grida di apprezzamento da sola e fuori controllo, negoziando animatamente la sua libertà fruitiva con i tipi della Security (pertinente “spettacolo nello spettacolo” fuori programma risparmiatomi nella recente revisione al LAC di Lugano, col decisamente più composto pubblico svizzero e italiano).

Natalia Kabanow

L’astronave 6000 è monolite e tavolo autoptico di un esperimento controllato da un’Organizzazione che occupa il luogo panottico di Grande Fratello, forse in nome della produttività (ma anche della creatività, in quanto istanza registica che muove persone e personaggi, corpo attoriale e il suo doppio filmato), e studia le relazioni scaturenti fra cadetti nati e quelli creati, e fra queste soggettività morenti e gli oggetti “vivi” (objects trouvés e di culto, in cui il confine organico/inorganico è indecidibile), in (di)stanze lontane dal mondo e insieme intime. E infine il nostro rapportarci alla scena.

È attraverso questo luogo della riproducibilità tecnica, adottato, concepito, re-immaginato, che il polacco Twarkowski, classe 1983, porta il suo sguardo autoriale notevole e sfidante in aree stimolanti del teatro europeo contemporaneo e dell’antropologia dell’oggi. Già apprezzatissimo anche in Italia per il dispositivo scenico di Rohtko, (premiato con UBU per miglior spettacolo straniero nel 2024), kolossal sul rapporto originale/falso nel mercato dell’arte e nel nostro post-moderno, il regista tornerà a Milano, per Presente Indicativo al Piccolo, a maggio, con Oracle. E una prospettiva oracolare e divinatoria informa senz’altro il suo sguardo, cha aiuta a guardarci nell’avvenire.

Natalia Kabanow

Qui utilizza, con economia narrativo-contemplativa, in una dimensione claustrofobica e concettuale, un cubo di 36 metri quadri osservabile, operando una curiosa mise en abyme (velata e amplificata da schermi), a 360 gradi dal pubblico nelle quasi tre ore di performance, in graduale svelamento, prima solo attraverso gli occhi delle telecamere, poi aprendosi voyeuristicamente, e dunque mai integralmente, allo sguardo. Insieme riflessione meta teatrale, e apparato citazionista, mosso più che dall’azione – i fili di trama sono accennati, anche se l’atmosfera si tinge di dinamiche sentimentali, desideri erotici, lampi catastrofici, minacce horror –  come se interessassero più interazioni, sensazioni e interrogazioni che intrigo e denouement. Le questioni attraversate, dall’alienazione dell’uomo a se stesso, determinata dall’ingranaggio lavorativo e dall’evoluzione/involuzione tecnologica, la relazione con le repliche artificiali di corpo e intelligenza, la perdita di sensazioni e senso, e di scopo dell’ingranaggio presente, una società del controllo sfuggitaci completamente di mano, si ritrovano condensate in immagini ai confini della nostra realtà.

Natalia Kabanow

Kammerspiel avveniristico e altare, cubo di Rubik (enigma) e spazio kubrickiano (2001, ma anche Shining, e i riferimenti alla sci-fi letteraria e cinematografica sono tantissimi), la forma 6x6x6 è dunque prigione e gabbia dello zoo, cubicolo, incubo e incubatrice, vetrina prostitutiva e peep show, labirinto sperimentale, acquario, tempio e museo-memoria, scatola nera e camera oscura (precipizio dell’anima e precipitazione dei corpi in immagini), scatola scenica e sandbox (dove siamo messi in gioco e in giogo), che il nostro sguardo assedia e tuttavia non svela mai per intero: galleria degli specchi e dell’orrore, trappola al neon, sepolcro, è anche parco dei divertimenti e spazio dell’inquietudine. Se la colonna centrale luminescente, l’essenza monolitica del tutto e le luci del viaggio, oltre alle architetture gessate bianche, rimandano esplicitamente all’odissea kubrickiana, è come se in questa scatola magica fosse una riserva e un vaso di Pandora di immaginario fantascientifico d’autore novecentesco, con molti dei temi e degli stilemi che il genere ha dato al nostro modo di concepire immagini e metafore del mondo: ci sono l’incubo della sorveglianza di 1984, il mondo del lavoro di Gattaca, l’Alien-azione del meccanismo produttivo, la relazione affettiva, mnestica con gli androidi da Blade Runner in giù, ma anche il sex-appeal dell’inorganico che ritroviamo in un Cronenberg, e perfino uno scambio di battute fra faretti che sembra, con disegno luci ironico alla Pixar, rompere la quarta Wall-E, e ancora numerose inceptions in questa Matrix che frulla citazioni, dall’alto pittorico originario di Adamo ed Eva alle scritte POP pre-terminali à la Star Wars.

La dimensione del corpo, il caldo nucleo del teatro, seppure fa capolino e spinge dai margini di un mondo postumo – in forma di liquido lacrimale, primi piani paesaggi dei volti degli attori, fotogrammi subliminali di bimbi e cani, sangue dalla NASA e capezzoli di carne in orbita – è forse un po’ sacrificato in questo strabiliante oggetto concettuale (che trova correlativo oggettivo e anima in quella biglia metallica che sputano, ingoiano i personaggi in amorosi scambi, e in quel cuore di pietra che venerano, proteggono e sisifescamente trasportano), ma del resto di questa inesorabile perdita, di questo stesso sacrificio, forse qui si parla e si narra, in ultima istanza.

Matteo Columbo

Il trailer dello spettacolo

creative team

author — Olga Ravn

director — Łukasz Twarkowski, text adaptation & dramaturgy — Joanna Bednarczyk, stage designer — Fabien Lédé, video designer — Jakub Lech, costume designer — Svenja Gassen, composer — Lubomir Grzelak, light designer — Bartosz Nalazek, movement consultation — Rob Wasiewicz, camera operators — Iwo Jabłoński, Gloria Grünig, director’s assistant — Adam Zduńczyk

cast

Dominika Biernat, Daniel Dobosz, Maja Pankiewicz, Sonia Roszczuk, Paweł Smagała, Rob Wasiewicz, Off-Voice: Małgorzata Hajewska-Krzysztofik, Video: Miron Smagała

production Teatr Studio — Monika Balińska

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Matteo Columbo
Matteo Columbo
Matteo Columbo (1975, Milano), laureatosi in Scienze della Comunicazione a Torino con una tesi di storia del cinema su Paul Schrader, un master in redazione alla Fondazione Mondadori, ha lavorato in editoria per vent'anni come ufficio stampa per la casa editrice Ponte alle Grazie. Scrive di cinema per passione, coltivata alla fine del millenio scorso al Cineforum San Fedele di Milano attraverso lo sguardo di Ezio Alberione, per Duel (poi duellanti, ora duels.it) e altre testate. Da giovane ha scritto un libro sulla rappresentazione cinematografica della città che ama: New York. Sguardi sul labirinto (Loggia de' Lanzi, 1997). Più o meno dal Faust di Giorgio Strehler è sempre andato a teatro, negli ultimi anni con una certa vitale assiduità, scrivendo di quello che lo entusiasma per www.illbraio.it e altri. Da quando aveva dieci anni si diverte a fare giochi di prestigio.

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