Recensione. Lo spettacolo diretto da Franco Maresco e Claudia Uzzo sulla figura del poeta e drammaturgo Franco Scaldati è andato in scena al Teatro mercadante di Napoli.

I poeti non cadono in piedi. Chi ha conosciuto Franco Scaldati – magistrale attore autodidatta del secondo Novecento, drammaturgo palermitano per identità ed europeo per estetica, cantore degli ultimi e della luna, delle catapecchie bombardate e dei cieli fatati – lo sa: Scaldati non sarebbe potuto “cadere in piedi”. Ovvero non sarebbe mai sceso a patti per convenienza, non avrebbe tentato le vie facili per fare progredire il proprio teatro, non sarebbe stato interessato a fare politica nel senso di schierare le proprie opere verso un ideale che non fosse quello che da sempre ha mosso il suo agire: l’esplorazione dell’animo umano, in tutte le sue accezioni. Anche a costo di rischiare di essere dimenticato, di non essere più rappresentato per motivi beceri, economie che nulla hanno a che fare con la poesia.

Franco Maresco e Claudia Uzzo lo sanno bene, lo mettono bene in chiaro al loro debutto al Teatro Mercadante di Napoli, fin da titolo prima accennato – e sottotitolo, L’amaro caso del teatrante Scaldati secondo Franco Maresco. Lo spettacolo, che ha questo titolo da Scaldati dell’ultimo periodo (poetico e pessimista insieme), ha una forma che si avvicina al compendio e alla dedica, a una lettura storico critica e alla difesa appassionata di una figura che, volente o nolente, ha sempre preferito rimanere marginale. Inizia con una bara in scena, gli attori accanto e Maresco che lo guarda tra platea e palco, con il tentativo non di riempire il vuoto con un segno, ma con il chiaro intento di riportare la sua scrittura, la sua drammaturgia, i suoi fantasmi e i suoi personaggi; rimanendo fedele all’artista ma senza rinnegare la propria poetica.

È nella voce di Melino Imparato, che nei suoi cinquant’anni da compagno di scena del “poeta delle caverne” (l’epiteto è di Franco Quadri), ha colto quella forza ineffabile di una lingua poetica e concreta, un palermitano dei quartieri che pare cantato e sputato insieme. Si trova nella postura critica di Maresco, sul proscenio a richiamare alla memoria collettiva alcuni momenti salienti della vita artistica di Scaldati, nell’introdurre scene da diverse sue opere, partendo da quelle più conosciute e amate come Il pozzo dei pazzi, Lucio, Totò e Vicé per arrivare ad altri quadri, meno noti, come quello dedicato al ciclista Tirone, a un omosessuale che lavava le scale, o a due angeli che si incontrano in un viaggio uguale e contrario insieme (sulla pagina dello spettacolo del TdN trovate i riferimenti ai vari quadri). È nella vaporosità di Aurora Falcone, che interpreta bambini o anziani con lo stesso grado di stupore giocoso, e nelle camminate di Umberto Cantone, c’a cannila a manu, in quel modo di essere presenza evanescente che tanto era cara a Scaldati. Nella scoperta di Ernesto Tomasini, attore non scaldatiano che però ben si presta alle domande impossibili di Totò e Vicé assieme a Imparato, o lo accompagna nella “processione”, improbabile elenco di santi in un gioco linguistico che sa di esercizio mnemonico che affonda nell’oralità il proprio bisogno di ritmo e cadenze; lo sono anche le musiche, di Salvatore Bonafede, che a lungo ha lavorato con Scaldati e che ben si accordano alle atmosfere delle opere.

Il poeta palermitano lo si trova nella scelta di non seguire una struttura drammaturgica convenzionale, classica, per preferire invece questa forma per quadri, che è sempre, salvo rarissime eccezioni, stata la forma eletta da Scaldati, dove i personaggi sono catturati nella loro essenza, in azioni concrete come i venditori di ombrelli di seconda mano, i banditori che preparano un finto comizio di guerra al fine di averne l’elemosina, o i due barboni che ingaggiano un agone di offese perché passi la sbornia. Scaldati stesso (che, prima di essere teatrante, faceva il sarto), continuava ad assemblare i propri spettacoli tagliando e ricucendo pezzi preesistenti e altri nuovi, ragionando ogni volta su quale effetto avrebbe fatto un accostamento in contrasto o uno più armonioso; se il quadro leggiadro meglio si accostasse a quello sornione o a quello crudo. E così valse per i suoni, per le parole; per i personaggi che a volte cambiavano nome e a volte diventavano flusso di coscienza, non più identità univoca ma mezzo per un racconto, dove le unità aristoteliche non erano rispettate perché non servivano a raccontare né la vita né a restituirne la poesia brutale, artaudiana, o quella aulica, che sa di Shakespeare e delle celie cinquecentesche.

Maresco riprende e amplia il discorso iniziato già con il documentario che fece su “uno degli incontri fondamentali della sua vita”, ovvero Gli uomini di questa città io non li conosco (ne parlavo alla sua uscita tre anni dopo la morte di Scaldati); recupera quello sgomento nell’apprendere che molti non conoscono più questo artista che tanto si è speso per la sua città e per il teatro tutto, ma contemporaneamente non è mai venuto meno alla volontà di continuare a parlare anche se quasi nessuno sta più ascoltando. La domanda che apre lo spettacolo “cosa sarà della sua opera?” spinge i due registi a ripercorrere il racconto della biografia artistica scaldatiana, tra gli esordi in cui sbeffeggiava l’idea del teatro di tradizione (quella dell’Attore con la o chiusa, come recita il suo primo spettacolo di cui non esiste testo, ma qualche foto mostrata); della violenza inusitata del Pozzo dei pazzi, a cui il pubblico delle “compagnie di giro” non era affatto abituato e ne rimase avvinto; della delusione di una certa sinistra quando con Lucio Scaldati si rifiutò di diventare vessillo politico, perché più interessato a un attore storpio e con un solo braccio ma che incantava tutti, topolini, fanciulle, barboni e angeli. E poi più avanti fino alla morte, riprende le questioni legate all’eredità morale ed artistica (qualche anno fa raccontavo su queste pagine di alcune strade prese da altri) e all’approdo dell’archivio delle sue opere alla Fondazione Cini di Venezia, l’unica in grado provare a preservare le tante carte piene di bianchetto e mangiate dall’umidità e che ha contribuito, assieme a un manipolo di appassionati tra cui anche Imparato, a organizzare le operazioni necessarie perché prendesse vita l’opera omnia per i tipi di Marsilio, oggi completata in otto volumi (qui Andrea Pocosgnich parlava dei primi due, a cura di chi scrive e di Valentina Valentini).
In questa costruzione arrivano sul velatino in proscenio, anche degli inserti video spesso in bianco e nero, figli di quell’attitudine alla ricerca e all’inchiesta pienamente à la Maresco che provano a motivare il perché della mancata radicazione nella storia di Palermo dell’artista. Presenti anche alcune apparizioni di Scaldati stesso, a volte assieme a un altro dei suoi attori storici, Gaspare Cucinella, tra le poche testimonianze video della sua vocalità stratificata. Come buona parte degli attori che recitano in lingue madri (definirli dialetti sarebbe riduttivo sia per i palermitani quanto, sicuramente, per i napoletani presenti in sala), si rinuncia all’italiano non per partito preso, ma perché non in grado di restituire la complessità di un modo di fare esperienza del mondo. Che lo accettino, coloro che ancora storcono il naso, o che accolgano almeno la possibilità dei suoni, delle intonazioni, delle musicalità vertiginose in grado di produrre già senso prima della comprensione della parola, pena l’ennesimo appiattimento verso un orizzonte arido.
Viviana Raciti
Visto al Teatro Mercadante di Napoli, febbraio 2026
I POETI NON CADONO IN PIEDI. L’AMARO CASO DEL TEATRANTE SCALDATI SECONDO FRANCO MARESCO
drammaturgia e regia Franco Maresco e Claudia Uzzo a partire dai testi di Franco Scaldati
regista collaboratore e consulenza ai testi Umberto Cantone
con Umberto Cantone, Aurora Falcone, Melino Imparato, Franco Maresco, Ernesto Tomasini
scene Nicola Sferruzza e Cesare Inzerillo
musiche Salvatore Bonafede
video Francesco Guttuso per Lumpen Film assistente alla regia Gabriele Ramirez
direttrice di scena Flavia Francioso
disegno luci Carmine Pierri tecnico video Pietro Di Francesco
fonico Alessandro Innaro
sarta Daniela Guida
foto di scena Ivan Nocera
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale











