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HomeCordelia - le RecensioniL’UOMO DI LEGNO (di Filippo Gili)

L’UOMO DI LEGNO (di Filippo Gili)

Questa recensione fa parte di Cordelia di febbraio 26

In un tempo non ben definito, all’interno di una piccola falegnameria, tre uomini si ritrovano al cospetto di un accadimento straordinario, «mai neanche immaginato», e a cui non riescono a dare una spiegazione plausibile. Su uno dei tre tavoli da lavoro, disposti sulla scena, giace un corpo disteso e, nel tentativo di nominare quella strana posizione, quel misterioso stare, i persuasivi attori in scena (Massimiliano Benvenuto, Arcangelo Iannace, Filippo Gili) sperimentano giochi linguistici e pratiche rituali per invocarne la ‘verticalità’. È la nascita inspiegabile della morte, angelo sterminatore che irrompe nell’ordinarietà del quotidiano, sconvolgendone credenze e consuetudini. Ma «dentro cosa c’è?». I tre falegnami si adoperano per andare a guardare più a fondo, esplorando l’interno del corpo, reificato, per ripararne eventuali difetti. Dinanzi all’evidenza della morte, scandita dalle brevi uscite di scena degli attori che ci costringono a percepire quella solitudine, quel vuoto, entriamo a far parte del gioco, per ricercarne, come in un racconto mitologico, ulteriori corrispondenze di senso. Una puntuale invettiva contro il reale, contro un sistema che subordina l’umano alla produttività (i costumi, simili alle tute da lavoro indossate dagli operai nelle fabbriche, ci riportano alla tragicità delle morti bianche). L’elemento corpo, materico, nella sua immobilità, evoca dinamiche invisibili come l’assenza, la sparizione. Ma anche la trasformazione: il legno, che viene scolpito con gesti meccanici e ripetuti, definisce l’unicità del gesto in grado di mutare la materia originaria in movimento creativo. E, allo stesso tempo, rimanda alla favola di Pinocchio (che il titolo dello spettacolo sembra evocare), quando il burattino di legno, nel diventare bambino, ne acquisisce l’ineluttabile quanto naturale destino. La morte improvvisa, sopraggiunta dopo un dolore alla spalla (considerata un’entità oscura e impenetrabile) amplifica, mediante una complessa stratificazione drammaturgica, la produzione di innumerevoli sottotesti sostenuti da una sagace e sottile ironia. Ci resta, tuttavia, la sensazione di qualcosa di incompiuto. (Giusi De Santis)

Visto al Teatro Argot Studio. Scritto e diretto da: Filippo Gili; Con: Massimiliano Benvenuto, Arcangelo Iannace, Filippo Gili; Produzione: Argot Produzioni

Cordelia, febbraio 2026

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Giusi De Santis
Giusi De Santis
Giusi De Santis si laurea con lode in Analisi del Film con una tesi su Luis Buñuel, presso la facoltà di Lettere della Sapienza Università di Roma, dove è stata cultrice della materia ‘Teoria e interpretazione del film’ - corso di Laurea in ‘Forme e Tecniche dello Spettacolo’ -, e dove approfondisce gli studi di metodologia e critica sia cinematografica che teatrale. Ha lavorato alla Fondazione Cinema per Roma per quattro edizioni del Rome Film Fest e per la Compagnia Leone Cinematografica nell’ambito del coordinamento della produzione e, successivamente, come story editor e responsabile editoriale. Svolge attività di consulenza artistica e di editing per la realizzazione di podcast e collabora, come membro del comitato scientifico, chair e discussant, alla progettazione e realizzazione di convegni nazionali e internazionali. Ha scritto di cinema e teatro per diverse riviste online, tra cui Frame e Paper Street e, al lavoro di critica cinematografica e teatrale, affianca quello di dramaturg. Dal 2017 collabora con la rivista Left, dove cura anche la rubrica di cinema. Autrice di saggi e racconti, per L’Asino d’oro edizioni ha curato i volumi Infinito Antonioni. Una ricerca rivoluzionaria sulle immagini (insieme a E. Amalfitano, 2024), Fine serie mai (2023), Il cielo della luna (2020).

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