Questa recensione fa parte di Cordelia di febbraio 26
Una giornata nelle nebbie di casa Tyrone, in Connecticut: una foschia interna, sentimentale e perenne che vela i cuori; e una caligine esterna, che sale dal mare e circonda la casa. Il passare del tempo è indicato dalle luci (Giuseppe Filipponio), scandito dalle musiche (Andrea Nicolini) e dalla sirena del nautofono, l’avvisatore nautico: l’orientamento è per la nebbia di fuori, dentro, nella casa prigione (gabbia scenica, Alessandro Camera), ogni direzione è ormai andata perduta. Gabriele Lavia dirige Lungo viaggio verso la notte di Eugene O’Neill e accentra attorno alla figura del padre James gli altri personaggi instaurando tra loro una gerarchia: lui, ex attore di successo, è adesso un avaro latifondista, incancrenito nel ricordo della fame prima, e della fama poi, vissuta in passato. Scorgere l’uomo Lavia dietro James Tyrone e la compagnia dietro la famiglia (di pregio i costumi di Andrea Viotti) significa appassionarsi, ancora, al teatro di O’Neill che tiene insieme mestiere e vita, sacrificio e gloria. Federica Di Martino, flemmatica e dolorosa madre Mary, fissa la sua dipendenza da morfina in una posa sgomenta: girovaga inconsapevole, si inginocchia al cospetto del marito, accarezza i figli, rinuncia alla densità di un ruolo che appare ora prostrato agli uomini di casa. Jacopo Venturiero, Jamie, screzia di fragilità la compostezza del fratello maggiore per farla collassare nel finale senza patetiche esagerazioni, Ian Gualdani è il figlio minore e malato che ci restituisce la spietatezza di chi sa cosa significa brancolare nella nebbia ma dirà comunque «Io spero», incandescente di rabbia dopo essere sopravvissuto alla depressione che Lavia sceglie di affrontare con educata distanza. Beatrice Ceccherini è la cameriera Cathleen, concreta e accogliente nella gestualità, stentorea nella voce. Rispetto alla grandiosa confessione autobiografica di O’Neill, Lavia firma una versione edulcorata (adattamento Chiara De Marchi, traduzione Bruno Fonzi) disinnescando la complessità delle biografie sceniche e gli abissi emotivi dell’originale. (Lucia Medri)
Visto al Teatro Argentina: traduzione Bruno Fonzi, adattamento Chiara De Marchi, regia Gabriele Lavia, con Gabriele Lavia e Federica Di Martino e con Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini; scene Alessandro Camera; costumi Andrea Viotti; musiche Andrea Nicolini; luci Giuseppe Filipponio; suono Riccardo Benassi;produzione Effimera – Fondazione Teatro della Toscana. Foto di Tommaso Le Pera














