Debutta in prima nazionale al Teatro Arena del Sole di Bologna Lucia camminava sola. Materiali per un documentario per la drammaturgia e regia di Tolja Djokovic. Recensione

«A Bologna l’anatomia pubblica è una pratica consolidata dal Sedicesimo secolo. Nel 1540 è Andrea Vesalio che effettua la prima anatomia pubblica in città. Da lì entra nelle consuetudini cittadine e lo spettacolo si inserisce nei festeggiamenti del Carnevale, di cui costituisce il punto più estremo del rivolgimento dello status quo: gli organi da dentro escono fuori, ciò che è racchiuso viene esposto, ciò che è segreto viene svelato. A febbraio, durante il Carnevale di Bologna, si festeggia, si mangia, si beve, si gode, si ruba, si compiono reati e infamie di tutti i tipi e si aprono i corpi sulla pubblica piazza».
A Bologna, nel 2026, una settimana fa, di sabato, Piazza Maggiore è percorsa da migliaia di persone; il cielo è grigio, nubiforme, fa freddo, ed è Carnevale. Solo dopo la visione dello spettacolo, sarà ancora più impattante il nesso spazio temporale tra quella piazza di ieri attraversata oggi prima di entrare in teatro. Al debutto in prima nazionale al Teatro Arena del Sole, è andato in scena Lucia camminava sola. Materiali per un documentario per la drammaturgia e regia di Tolja Djokovic. Il testo è vincitore del Premio Biennale College Autori Under 40 al 49° Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia, e del 57° Premio Riccione per il Teatro perché, come leggiamo dalla motivazione della giuria, «porta avanti una riflessione raffinata e non scontata sulla codificazione sociale dei corpi, sulla violenza e l’esposizione che la accompagna, su una ferocia che diventa strumento politico».
Il testo di Djokovic è un meccanismo molto complesso, ma semplice da seguire, di quelli che sembrano uscire proprio dalle wunderkammer (camera o gabinetto delle meraviglie) cinquecentesche; un congegno che si apre su più storie, in tempi diversi e, inglobandole tutte, le fa corrispondere in un unico movimento. Nel contesto storico dello spettacolo delle dissezioni anatomiche in pubblica piazza, la drammaturga innesta la vicenda di Lucia C. traendo spunto dal testo Dare l’anima, storia di un infanticidio dello storico Adriano Prosperi che, come viene indicato analiticamente dalla drammaturgia, «tratta la storia di Lucia C., donna bolognese, che nel 1709 venne arrestata, processata e condannata alla pena di morte per aver ucciso il suo bambino appena nato». Il nascituro è stato concepito da un corpo che ha subito uno stupro e che poi lo ucciderà, lo stesso corpo che reo dell’infanticidio sarà a sua volta processato, ucciso e dissezionato: nel teatro delle dissezioni in pubblica piazza, Piazza Maggiore, si tirano fuori gli organi ma anche i segreti che quegli organi celano. Lucia C. è dunque un simbolo, nonché pretesto assai ambizioso, per la scrittura di Djokovic che le permette così di amplificare i temi di indagine inserendo anche il suo punto di vista di giovane donna. In scena abbiamo quindi un’attrice nei panni di Autrice (Aura Ghezzi) «una donna sui 34 anni», Lucia (Martina Tinnirello), «una donna sui 26 anni, protagonista del film di Autrice», sullo sfondo a sinistra, scorrono le proiezioni video che rimandano a un ipotetico film documentario perché Autrice lo sta ancora pensando, e al quale farà riferimento durante lo spettacolo. Per quanto evocative, infatti – come è indicato in un frame il film è dedicato a tutte le donne che l’hanno ispirata – le immagini in bianco e nero (un po’ à la Giovanna D’Arco di Dreyer) sono un ulteriore livello di suggestione formale che si aggiunge, forse in maniera confondente, ai piani di ascolto e visione perché ciò che vediamo non corrisponde al film che viene raccontato, creando così un’errata associazione semantica. Per quello che riguarda l’ascolto, la presenza della band/orchestra (musiche eseguite dal vivo da Federica Furlani, Jacopo Giacomoni, Aura Ghezzi, Martina Tinnirello) risulta al debutto ancora disorganica rispetto alla scena. A tratti le musiche fungono troppo da sottofondo musicale didascalico, in altri invece, quando i suoi interpreti, eccetto Furlani, ricopriranno dei ruoli precisi all’interno della narrazione, sembra che ci sia una loro eccessiva e morbosa ingerenza nell’entrare nella storia che sta raccontando il personaggio di Autrice.

Nella Sala Thierry Salmon, ci accoglie una messinscena chirurgica degradante allo stesso livello della platea, tanto da amplificare l’effetto di prossimità, come fosse proprio una lezione di anatomia. È una dimensione grigio nera illuminata da un telo rosso e dai colori della frutta presente (una natura morta?), mangiata, tagliata ma anche associata alle fasi della crescita del feto; al centro sono collocati due tavoli mobili, ai lati, due tendaggi: uno color verde ospedale – tenda dietro la quale si svestirà l’Autrice – e uno più incombente e ingombrante sul fondo, su cui campeggia la scritta «Mors ubi gaudet succurrere vitae (Dove la morte è lieta di soccorrere la vita)» presente anche in un altro teatro, quello anatomico di Padova, il più antico e meglio conservato al mondo, in cui il tavolo anatomico è circondato in altezza da sei giri di palchi. Riferimento storico necessario e inserito nella drammaturgia di Djokovic come ulteriore teatro dove si svolgevano le lezioni di anatomia. Aura Ghezzi si presenta in scena («Buonasera. Vorrei darvi qualche informazione su di me prima di cominciare»); ha un tono colloquiale ma molto distaccato, ci parla di Autrice in prima persona, si muove sul palco con una gestualità morbida e ipnotica che segue un’oratoria fluida, corposa e dai toni didattici, esercitando una sorta di fascinazione involontaria, una seduzione incredula. Entriamo gradualmente nel mistero. Allora ci coglie di sorpresa la successione di informazioni storiche, medico scientifiche che rimangono impresse dentro la mente e, anche dopo giorni, si concretizzano in termini precisi, scolpiti: «Charrière», «manomissione», «pelvi», «veneri-anatomiche».

Il corpo di Autrice è prima vestito (pantaloni neri e camicia grigia), poi denudato e poggiato sul tavolo, poi svestito e vestito di nuovo e manipolato, poi esposto, infine rinchiuso in un sacco. Quello di Lucia indossa abiti storici e rimane inalterato, non si scompone, fermo nel tempo. La struttura complessiva del testo è articolata in cinque parti e la prima del Prologo – Anatomia non è solo una lezione: è un livello di racconto oggettivo che si sovrappone a quello soggettivo e biografico delle due donne, di Autrice e di Lucia; è una sovrimpressione che gradualmente sfuma e conduce il pubblico a prepararsi (ci vuole infatti una vera e propria preparazione) alla seconda parte Concepimento e poi al Primo Trimestre, Secondo Trimestre, Terzo Trimestre per giungere al Parto – che diventa un’esperienza piuttosto orrorifica – e poi si ricompone nell’Epilogo – Anatomia. Questa sequenza di parti, titolate con linguaggio medico, corrisponde a dei quadri scenici in cui, oltre al personaggio di Autrice, intervengono in scena, in una posizione meno rilevante, Martina Tinnirello e Jacopo Giacomoni. La prima interpreta una silente Lucia, corpo muto che non racconta, ma di cui si racconta, almeno fino all’epilogo quando la sua confessione farà interrogare la platea circa la condanna: è più criminogeno l’infanticidio o l’uccisione di una donna, e la dissezione del suo corpo, perché colpevole di aver ucciso un neonato frutto di uno stupro? Domande sollecitate anche dalla parte di Giacomoni che abbandona in alcuni momenti il ruolo di musicista sassofonista della band per ricoprire quello del solista, come indicato nel testo, che rappresenta lo sguardo maschile giudicante nei confronti di Lucia.

Con freddo ma incantato ascolto, partecipiamo come un’assemblea, coinvolta nello sconvolgimento, che si interroga prima sulla violenza esercitata sul corpo, e anche sul pensiero, femminile nel corso dei secoli attraverso la subordinazione sociale, lo stuprum e la violenza ostetricia, e poi sulle modalità di spiegazione e rappresentazione di questa stessa violenza. Se l’ambiziosa, elegante e anche profondamente angosciante scrittura di Djokovic incorporasse inevitabilmente, e anche consapevolmente, quegli stessi modelli culturali finendo per rappresentare il parto come una malattia? Intesa come una «condizione abnorme e insolita di un organismo vivente, animale o vegetale, caratterizzata da disturbi funzionali, da alterazioni o lesioni – osservabili o presumibili, locali o generali»? In questo, un passaggio del testo, affidato a Autrice, è rivelatore: «Dico manomettere, e il motivo è chiaro: uso questa parola perché, a me, le modificazioni del corpo innescate dalla gravidanza sembrano indebite, atti di forza biologici. Ho 34 anni e non sono mai stata attratta dall’esperienza della gravidanza, sono davvero molto di parte. Dirò anche la parola alterazione, e so già che la userò con una connotazione negativa, legata al senso di una frana nell’unità di un corpo, di un organismo, di un’idea».

Alla donna del presente, che attraverso la storia di una donna del passato, riflette sul corpo, si potrebbe rispondere con le parole di un uomo – ahinoi ci manca un corrispettivo femminile così influente nel Cinquecento – quelle di Ulisse Aldrovandi, medico e filosofo bolognese, fondatore della storia naturale moderna, che nel suo Monstrorum Historia considera il parto come qualcosa di mostruoso e il primo dei mostri che porta in rassegna, nel primo capitolo, è proprio l’essere umano e spiega che fa parte, come le altre specie, dei «prodigi della natura comunemente chiamati col nome di mostri. […] bisogna dare per acquisito che vagando per la vastissima distesa delle cose create, possa imbattersi a volte in qualcosa che esorbita dalle leggi naturali, e che porta novità: di conseguenza, eccitata da un irrequieto desiderio di conoscere, a causa di quell’elemento ignoto la nostra curiosità viene inevitabilmente catturata da un profondo stupore».
Lucia Medri
Visto al Teatro Arena del Sole, Bologna – febbraio 2026
LUCIA CAMMINAVA SOLA MATERIALI PER UN DOCUMENTARIO
drammaturgia e regia Tolja Djokovic
con Aura Ghezzi, Jacopo Giacomoni, Martina Tinnirello
sound design e musiche Federica Furlani
scene Francesco Cocco
luci Francesco Cocco, Giulia Bandera
costumi Sandra Cardini
grafica e direzione artistica visual Fabrizio Goglia
video artwork Chiara Bruni, Fabio Spalvieri
direzione tecnica Alessandro Levrero
musiche eseguite dal vivo Federica Furlani, Jacopo Giacomoni, Aura Ghezzi, Martina Tinnirello
aiuto regia Nicolas Murena
organizzazione e promozione Marco Molduzzi, Andrea Martelli
produzione E Production, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Riccione Teatro
con il sostegno di IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia














