Su Gli angeli dello sterminio di Antonio Latella. La recensione dello spettacolo visto al Teatro Astra di Torino e basato sull’ultimo romanzo scritto da Giovanni Testori, con l’adattamento di Federico Bellini e la regia di Antonio Latella.

Tre personaggi in cerca di Creatore (un cronista/narratore che scrive nell’aria e nel fumo, un motociclista/figlio, angelico e caduto, una donna/madre in rosso, veggente, ultra-mondana) ci sporgono/espongono in questa danza macabra sull’orrido, incanto sofferente, dannazione di revenants.
Il prologo in platea, che non compare nel romanzo ultimo e apocalittico, composto in ospedale e pubblicato postumo, di Giovanni Testori (1992, qui adattato alla scena con ascolto profondo da Federico Bellini e Antonio Latella) ci introduce e avverte: ci sarà assai poco da divertirsi, questa sera a teatro. Non è uno spettacolo per tutti. La consolazione (e forse anche la piena comprensione) sta altrove.

Le luci (di Simone De Angelis, che gradualmente infiammeranno di giallo fiamma la scena) si sollevano letteralmente, lentamente – moto d’abisso – su un palcoscenico svuotato. Sul fondo informale e materico, un terreno terremotato, diafano e crepato chiude ogni orizzonte, in un Teatro Astra reduce ancora sanguinante dal Dracula di De Rosa, che esibisce il suo spazio post-apocalittico, cemento armato monco, cattedrale vuota. Qualche microfono attende orazioni e canti(che) estremi, sconnessi, per folgorazioni e possessioni. Una marmitta sta al centro della scena, sbuffa nebbia meneghina, ringhia – deus ex machina o, meglio: “diabulus ex motocicletta” – un ruggito di minaccia, insieme postumo, fallico e fallace, che invece di risolvere, offusca.

Del resto l’ingresso nella narrazione e nella sua impossibilità (“Se potessi raccontarlo…” si ripete) parla chiaro, e qui è parola di Testori: “Una porta stava comunque orrendamente spalancata, come per un gesto di rabbia cupa ed estrema”. Da questo pertugio/ferita osserviamo un mondo alla fine, o perfino dopo la fine. Raccontato per disagi, spasmi e presagi (in articulo mortis). Sfigurato. In fiamme. Le prime/ultime luci (tramonto o alba rimane un dilemma) calano (“le soleil se couche”) su una Milano nera (come la cattedrale in scala che si aggira meccanica, mostruosa e minacciosa sul palco), bruciata, in lacerti (l’anno del testo è quello dell’esplosione di Mani Pulite: impossibile non notare questo trapasso storico/simbolico, fra corruzione, giustizia ultima e illusione palingenetica).
Latella, che su Testori torna da tempo immemore con pervicace attenzione (da I trionfi del 2003 al BAT, prezioso laboratorio testoriano di un anno fa, di cui il recente Per sempre di Alessandro Bandini è una propaggine fertile), ne sonda qui a fondo gli anfratti, fa del testo partitura (la musica prevale sulla trama), sismografo. Sono/siamo così posseduti e persi nei corpi con-torti (anime morte e palpitanti) di tre attori/agiti, costretti nella dura parte. Una parte terminale, che pur è quella (a ciascuno) assegnata di non (ancora) morti, morti che parlano. Una parte declinata con rigoroso abbandono e lacerato estro espressivo da Francesco Manetti, Alfonso Genova e Matilde Vigna. Lei (già fra le voci/anime rock in Aminta) in certi momenti sembra occupare la scena sognata da un redivivo David Lynch: il resto è Silencio.

Non è facile leggere il paradigma indiziario nella distruzione, evocato da frammenti di rivelazione. Per chi suonano dunque le campanelle dell’Apocalisse, in mano (invano) a queste pecorelle smarrite? La domanda appare profetica e investigativa insieme. Retorica e radicale. Non si tratta di un terreno facile, limpido e rassicurante (“Tutte queste grida e questi urli, per la strada, m’impediscono di percepire quel minimo di chiarezza necessaria”): fra angeli riders sterminatori (“centuari scorazzanti e vincenti”) che calano sulla città, il rombo d’incenso, accensione e ascensione, che come un totem sta al centro di una scena trapassata e fantasmatica, tubo di scappamento senza vie di fuga, in sterminata landa. La parola di Testori è oscura, per immagini di morte e insieme carnali, che qui diventano un teatro di narrazione impossibile, a tratti perfomativo, folgorazione, invettiva, verso disperato e danza: la miccia è una rivolta carceraria, un incendio che divampa, ma è come se le fiamme s’impossessassero della città e del racconto stesso, sacrificato in un rito misterico, con sottotracce di senso teologico. Il Corpus Christi(e), un po’ Gesù della croce e un po’ Agatha del delitto, è ferito, vittima/carnefice di un massacro con flûte ma senza redenzione, nella Milano da bere (champagne o cicuta, poco importa). Polvere alla polvere (su corrimano: “cenere ancor prima della cenere”, insiste echeggiando Qohélet l’autore): Latella squarcia in visioni e suoni la parola profetica, disperata e carnale (a cui mancano volutamente pagine, connessioni e spiegazioni) di Testori, quasi a volerla inscrivere nei detriti e nel fumo effimero del teatro, e poi, infine, sul/nel corpo nudo degli attori, spogliati nell’ultima parte (“Riconosceresti tu, se potessi vederla, la tua città, adesso che s’è ridotta a campo di sterminio, se pur lo sterminatore non sia apparso?”).

Fetore e feto, dolore e denudamento. Non è un teatro del divertissement, siamo stati avvisati: Latella trema, e fa tremare. La trama si sfila e si sfalda, man mano che il corpo umano troppo umano, paradossalmente, si rivela. Nella parte finale.
Eppure in fondo, l’Eden infernale e cimiteriale (natura morta, albero ventre, origine del mondo arsa e rinsecchita, tana sterile) in cui il regista ha imprigionato in una scena unica il suo recente Riccardo III di mostruosa bellezza, non è molto distante da questo girone ultimo lombardo, con cattedrale buia e tombale (e Madonnina che pur ancora “brilla de lontan”): tutto è finito, tuttavia, sotto la Bestia, “è pur sempre carne (D’)uomo!”. E la posizione dei corpi adamitici, fetale/fatale/finale, è kubrickianamente nascitura.
Il motore registico di Antonio Latella non gira a vuoto, ma scava a fondo, inietta fertile inquietudine nello sguardo spettatoriale.
Matteo Columbo
Torino, Teatro Astra, gennaio 2026
Gli angeli dello sterminio
di Giovanni Testori
adattamento Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Francesco Manetti, Matilde Vigna, Alfonso Genova
spazio scenico Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
movimento Francesco Manetti
assistente alla regia Marco Corsucci
costumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con stabilemobile












