Recensione di Escaped Alone. Un nuovo spettacolo della ormai celebre lacasadargilla, che parla di quotidianità e di apocalisse, di gesti rituali e di visioni distopiche, affidandosi alla scrittura della drammaturga inglese Caryl Churchill.

Nel giardino sul retro di una casa, spazio appartato e apparentemente marginale rispetto all’architettura domestica, dietro una siepe uniforme che ne delimita con precisione il perimetro, è collocato un tavolo circolare, apparecchiato con un servizio di porcellana che evoca più una liturgia silenziosa che una funzione pratica: una teiera al centro, alcune tazze disposte con cura, tre sedie leggere e pieghevoli che disegnano una geometria regolare, quasi ostinata, come se un incontro – quell’incontro di cui sono residuo oggettuale – fosse destinato a ripetersi ogni giorno secondo un copione invariabile. È attorno a questo tavolo che Sally, Vi e Lena, amiche da una vita intera, si ritrovano nei pomeriggi per bere tè e Bloody Mary. Le vediamo entrare come ombre nel buio e sedersi con il fare di un’abitudine quieta. Sono donne dichiaratamente anziane, anche se i corpi che le incarnano non coincidono con l’età evocata, anzi la anticipano, generando una tensione visibile: le attrici abitano involucri avanti nel tempo, e i loro gesti – grazie all’impeccabile ricerca coreografica curata da Marta Ciappina con la collaborazione di Marco D’Agostin – sono attraversati da acciacchi, esitazioni, posture progressivamente ricurve, come se il futuro pre-esistesse nelle loro membra, già depositato nei muscoli e nelle articolazioni.

Parlano di figli, di nipoti, di piccoli inconvenienti domestici, di negozi chiusi e poi riaperti, ma mentre la conversazione procede secondo una cadenza ritmica sfuggente e per questo quasi ipnotica, qualcosa preme ai margini, come se sotto la superficie del linguaggio quotidiano si accumulasse una pressione pronta a trovare una via di fuga. È precisamente dentro questa incrinatura, in questo punto di cedimento del dialogo e del tempo condiviso, che si insinua la figura di Jarrett, una moderna Cassandra, quarta presenza femminile che arriva da dietro la siepe — da un altrove mai nominato né localizzabile — e che attraversa la conversazione come un corpo estraneo. Producendo attrito più che continuità, i suoi interventi non si depositano nel flusso, bensì lo deviano aprendo fenditure improvvise su una dimensione che sembra collocarsi fuori da ogni sequenza temporale riconoscibile. Nel suo racconto, che tutto immobilizza e sospende, «400 mila tonnellate di roccia finanziata da alti dirigenti che si sono staccate dalla collina e si sono abbattute sui tetti» sono l’innesco di un mondo già al collasso, preludio di eventi catastrofici che si manifestano simultaneamente come visioni allucinate di frane improvvise, villaggi sepolti, comunità ridotte a nutrirsi dei morti, e allusione di una nevrosi collettiva, posta tra un presente già compromesso e un futuro distopico che sembra aver già avuto luogo.
Escaped Alone, testo di Caryl Churchill che debuttò nel 2016 al Royal Court Theatre di Londra, allestito oggi fino all’8 febbraio al Piccolo Teatro di Milano da Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni con lacasadargilla, prende forma in questo orizzonte condiviso, lavorando sullo scarto minimo, sullo slittamento continuo tra ciò che appare quotidiano e ciò che si rivela nefasto. Le trame di questi due mondi si intrecciano per tutta la durata dello spettacolo, senza però mai ricomporsi: da un lato la conversazione ordinaria, fatta di ricordi domestici, piccoli rituali, frammenti di biografie; dall’altro una visione apocalittica che affiora a intermittenza, sospendendo il flusso del discorso come una profezia che, non trovando collocazione temporale, insiste nel presente.

Questa ricerca sulle genealogie del tempo e della memoria all’interno di un’opera, in cui le conversazioni che prendono luogo sembrano sempre sul punto di slittare altrove, di deragliare, o di scivolare le une nelle altre, attraverso dei riferimenti visivi “ritornanti” e dunque perturbanti, è una matrice che abbiamo riscontrato in molti dei lavori di lacasadargilla: in Anatomia di un suicidio, per esempio, la casa era un organismo temporale stratificato sincronico, un interno dalle membrane porose in cui gli oggetti tornavano nelle epoche come reperti ostinati, attraversando le generazioni e rendendo visibile una ferita ereditaria insanabile; anche in Uccellini, la casa era il luogo del passato, abitata dal fantasma di chi non c’era più e che tornava a scalfire la relazione nel presente tra due fratelli. In Escaped Alone, in realtà, così come è accaduto in When the Rain Stops Falling – in cui il tempo si disponeva in sequenze rigorose, datate, quasi didascaliche – la catastrofe imminente, ma anche immanente, resta un altrove evocato, che scorre imperterrito accanto al quotidiano senza tuttavia avere il coraggio di contaminarlo. In questa scelta si riflette una regia che, al netto di una confezione formale estremamente controllata e di una precisione compositiva rara, mantiene costantemente lo sguardo a distanza, sottraendo lo spettatore alla possibilità di accesso alla materia empatica della scena e attenuandone così l’esperienza di fruizione, perché contesa tra la piacevolezza della visione e il desiderio più profondo e umano di relazione con la storia e i suoi curiosi personaggi, di cui rimaniamo semplici osservatori.

Qui, il giardino, luogo deputato alla cura, alla conservazione, alla paziente manutenzione del vivente, si offre fin dall’inizio come un Eden ambiguo, un microcosmo chiuso, delimitato da una siepe che non lascia intravedere l’esterno ma ne suggerisce la minaccia: per qualcuna è la paura ad uscire di casa, o la fobia ansimante di incontri felini (“Ho bisogno che qualcuno mi dica che non ci sono gatti”), è la profezia sospirata oppure il dramma che porta a macchiarsi per legittima difesa. In questo, la scrittura di Churchill, nella traduzione di Monica Capuani, procede obliqua per interruzioni, attese e frasi sospese, interessata a evitare picchi nel dramma e a mantenere aperta una tensione che non si lascia ricondurre a un senso univoco, ma allude costantemente ad un altrove criptico e inafferrabile.
Inafferrabile come il cielo artificiale, che incombe sopra le teste delle donne – nell’interpretazione generosa e affiatata di Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi – proiettato da un grande schermo a led che alterna il passaggio delle stagioni e dei tramonti a spot pubblicitari futuristi e progressisti, resi con visionarietà dagli ambienti progettati da Maddalena Parise. In questo paesaggio instabile e distopico, ciò che resiste è l’amicizia, fragile e imperfetta, che continua a esserci nonostante tutto e nonostante tutti. E nel finale, quando il giardino resta immobile sotto l’orizzonte pixelato, si ha l’impressione che non sia la fine a essere in gioco, ma ciò che resta dopo, o durante, là dove l’apocalisse smette di essere un evento straordinario e si deposita, silenziosamente, nella trama stessa della vita quotidiana.
Andrea Gardenghi
Visto al Piccolo Teatro Grassi di Milano
Escaped Alone
PRIMA ASSOLUTA
di Caryl Churchill
traduzione Monica Capuani
un progetto de lacasadargilla
regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni
con Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi
dramaturg Margherita Mauro
paesaggi sonori e ideazione spazio scenico Alessandro Ferroni
drammaturgia del movimento Marta Ciappina
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi
ambienti visivi Maddalena Parise
drammaturgia delle luci Luigi Biondi
costumi Anna Missaglia
accompagnamento alla ricerca Marco D’Agostin
assistente alla regia Matteo Finamore
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
diritti di rappresentazione a cura dell’Agenzia Danesi Tolnay












