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LA DONNA PIÙ GRASSA DEL MONDO (di E. Aldrovandi, regia di A. Ruozzi)

Questa recensione fa parte di Cordelia di febbraio 26

Il termine binge è oramai diventato di uso comune, soprattutto in relazione allo streaming on demand che ci ha consentito una fruizione dominata da una potenziale continuità (binge-watching). Un eccesso di consumo, un’abbuffata, che connota una compulsività anche in riferimento all’assunzione di cibo o di alcolici (binge-eating, binge drinking). Nell’ambito di EXPO – Rassegna di drammaturgia italiana contemporanea, il tema della voracità viene indagato dal testo di Emanuele Adrovandi, La donna più grassa del mondo, per la regia di Angela Ruozzi. Una scrittura drammaturgica vivida che riflette, con acume, sulle drammatiche fratture del presente, infondendo alla storia una dinamicità che va a contrapporsi con la condizione di immobilità dei personaggi. Una donna (Alice Giroldini) pesa quattrocentosessanta chili e, impossibilitata a muoversi, trascorre le sue giornate sul divano – quasi un’estensione della sua sovrabbondante fisicità che lei stessa definisce, riduttivamente, curvy o, tutt’al più, oversize – ingozzandosi, grazie anche alla permissività del marito (Marco Maccieri), di cibo spazzatura. L’irruzione, in questa rituale e fatua quotidianità, dell’inquilino (Luca Cattani) che vive nell’appartamento al piano di sotto, incrinerà questo labile quanto ingannevole equilibrio: una crepa, situata sotto il divano della donna, necessita di un intervento tempestivo per mettere in sicurezza le abitazioni, ma i vicini si rifiutano di collaborare per riparare il danno, anche quando raggiunge dimensioni preoccupanti, poiché la donna non può spostarsi. La regia di Ruozzi, coadiuvata dalle scene di Alice Benazzi, sostiene la narrazione in maniera efficace e, nell’assimilare il linguaggio cinematografico, procede per quadri, ora illuminandone i dettagli e i primi piani, ora concentrandosi sui campi totali. Immagini documentaristiche di scenari primordiali, su uno schermo televisivo, affiorano da dissolvenze in nero, accompagnate dalle note suggestive di Birdland #2 di Takagi Masakatsu. Il titolo dell’album, non a caso, è World Is so Beautiful: e allora allarghiamo la crepa, guardiamo più a fondo, e grazie alla conoscenza scientifica – e non affidandoci alle credenze religiose – potremo, forse, scampare, all’estinzione. (Giusi De Santis)

Visto al Teatro Belli. Di: Emanuele Aldrovandi; Con: Luca Cattani, Alice Giroldini, Marco Maccieri; Regia: Angela Ruozzi; Scene e costumi: Alice Benazzi; Luci: Fabio Bozzetta; Produzione: Centro Teatrale MaMiMò

Cordelia, febbraio 2026

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Giusi De Santis
Giusi De Santis
Giusi De Santis si laurea con lode in Analisi del Film con una tesi su Luis Buñuel, presso la facoltà di Lettere della Sapienza Università di Roma, dove è stata cultrice della materia ‘Teoria e interpretazione del film’ - corso di Laurea in ‘Forme e Tecniche dello Spettacolo’ -, e dove approfondisce gli studi di metodologia e critica sia cinematografica che teatrale. Ha lavorato alla Fondazione Cinema per Roma per quattro edizioni del Rome Film Fest e per la Compagnia Leone Cinematografica nell’ambito del coordinamento della produzione e, successivamente, come story editor e responsabile editoriale. Svolge attività di consulenza artistica e di editing per la realizzazione di podcast e collabora, come membro del comitato scientifico, chair e discussant, alla progettazione e realizzazione di convegni nazionali e internazionali. Ha scritto di cinema e teatro per diverse riviste online, tra cui Frame e Paper Street e, al lavoro di critica cinematografica e teatrale, affianca quello di dramaturg. Dal 2017 collabora con la rivista Left, dove cura anche la rubrica di cinema. Autrice di saggi e racconti, per L’Asino d’oro edizioni ha curato i volumi Infinito Antonioni. Una ricerca rivoluzionaria sulle immagini (insieme a E. Amalfitano, 2024), Fine serie mai (2023), Il cielo della luna (2020).

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